Mancanze

Ave e presen e quei giorni che vi alza e, fa e colazione, anda e a lavorare, pranza e, fa e  u  o quello che dove e fare come in ogni al ro giorno, insomma, senza nulla di diverso, senza  roppi impicci,  u  o nella norma… eppure ave e la vivida sensazione che vi manchi qualcosa, già. E non riusci e a capire cosa sia.

Ecco, come oggi, ad esempio.

Mah, chissà che sarà mai!

La ripartenza del campionato

[Immagine tratta da qui.]
Certo che, tutta questa discussione sulla ripartenza del campionato di calcio, non so, dico – riparte il giorno X, no, il giorno Y, la lega dice sì e i calciatori dicono no, gli allenamenti singoli e di gruppo o di gruppi singoli o di single, i diritti tv, gli stipendi, i contratti, i calciatori dicono no, la lega dice sì, porte chiuse, porte aperte, porte a metà, annullare la stagione giammaiiiiii, i tifosi dicono sì, i tifosi dicono no, la lega dice nì, il ministro dice «Eh?», le promozioni le retrocessioni e i diritti tv ah no, già citati, il paese senza pallone giammaiiiiii ma senza tamponi amen, a proposito, e i tamponi?, eccetera eccetera eccetera – dico eh, ma a me pare una cosa tremendamente grottesca, che dimostra una volta ancora (se mai ce ne fosse bisogno) che il calcio in quanto gioco è morto, e in quanto sport è un tossicomane ormai in overdose da denari e scemenze.

Nel mentre che le altre discipline sportive, assai meno “drogate”, senza troppe discussioni hanno constatato la realtà di fatto e agito di conseguenza, senza troppe chiacchiere, annullando le proprie stagioni e arrivederci a quando si potrà di nuovo gareggiare senza problemi di sorta, il calcio invece no: esattamente come un tossico (pur vestito d’abiti firmati) in crisi d’astinenza, striscia a terra paonazzo invocando disperato la propria ennesima dose – e quelli intorno, quelli che al calcio e alla grottesca sceneggiata che è diventato un gioco altrimenti bellissimo e affascinante danno ancora credito, tutti a discutere credendo la questione d’importanza fondamentale per il paese. Nonostante tutti gli altri gravi problemi generati dalla situazione in corso, i contagi i morti le terapie intensive la crisi economica e tutto il resto, già.

Un paese d’altro canto fermo a millenni fa, al riguardo: nel panem et circenses di oggi, i secondi hanno solo cambiato attività scegliendone una assai meno nobile ma evidentemente più adatta – anzi adattata – al proprio pubblico di riferimento, ecco.

Intanto, lì fuori…

[Foto di 272447 da Pixabay ]
In effetti verrebbe proprio da pensare che in questi giorni la Natura – o qualsiasi altra “entità” con la quale vi venga di poterla identificare – si stia prendendo gioco degli umani, costretti a restare reclusi tra le mura domestiche per colpa di un virus terribile. Nel pieno d’una tale pandemia, che peraltro cade nel mezzo della fremente esplosione di vita che dona la primavera, e in corrispondenza del ponte pasquale, per il quale di norma buona parte delle persone non resterebbero in casa nemmeno sotto minaccia, la suddetta Natura, almeno dalle mie parti, sta inanellando una serie notevole di giornate splendide, dalla meteo favorevole come non mai. I monti ancora innevati, i boschi coloratissimi, i prati fioriti, l’aria già tiepida e le giornate che s’allungano, il cielo da giorni sereno senza nuvole… e gli umani chiusi in casa. Tiè!

Una gran presa in giro “naturale”, appunto, come se la Natura si divertisse a rigirare il coltello nella piaga (termine peraltro correlato a una situazione di calamità) e volesse sbeffeggiare l’umana caducità e la palese fragilità del sempre tanto borioso Homo Sapiens così chiaramente palesate dall’invisibile, imperante e invadente coronavirus!

E poi, quando l’emergenza finirà e torneremo liberi di muoverci a piacimento, magari pioverà per settimane. Perché la Natura di sicuro le Leggi di Murphy le conosce bene, tant’è che, come recita la Settima variante di Zymurgy alla legge di Murphy:

Quando piove, diluvia.

E ancora tiè! Ecco.

La fine imminente del “non inverno”

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Questa mattina mi sono ritrovato il locale in cui lavoro, dotato di una finestra rivolta a Oriente, inondato di colpo da una luce possente e calda che ha illuminato ogni cosa, come se qui fuori avessero d’improvviso acceso un potente faro che ha disperso l’ombrosità fino a ieri presente. In pratica, il Sole che nelle scorse settimane non riusciva a spuntare oltre la linea dei monti qui intorno, alzandosi sempre più sull’orizzonte ha finalmente ritrovato la breccia – una sella tra due dorsali montuose – dalla quale far passare la sua luce e così donare nuovamente la possente luminosità al territorio al di qua anche nelle prime ore del mattino. Fino a ieri c‘era da aspettare fin quasi mezzogiorno affinché il Sole, nella sua rivoluzione diurna, superasse i monti e si facesse vedere ma ormai già verso Sud e Ovest, non più a Oriente.

Ecco, questa minima cosa ha sempre rappresentato – per me che resto sempre massimamente sensibile a tali piccoli “prodigi” naturali, ricercando con essi la più benefica armonia – uno dei segnali evidenti della prossima fine dell’inverno e del nuovo arrivo della bella stagione, della luce diffusa e via via dominante a vincere le ombre invernali nonché, ovviamente, il loro clima gelido. La rappresenterebbe anche quest’anno, la fine dell’inverno, se non fosse che l’inverno quest’anno non si è praticamente mai visto, svanito tra un autunno prolungato e troppo caldo e una primavera terribilmente anticipata.

“Terribilmente”, sì, perché l’inquietante situazione climatica che stiamo vivendo – e vivremo sempre più nel prossimo futuro – stempera in parte la delicata bellezza del momento che vi ho raccontato, caricandola di una non troppo vaga angoscia che rende il cambiamento climatico ancora più allarmante. Proprio per non aver più voluto restare in armonia con la Natura e con l’ecosistema della Terra siamo finiti in questa inquietante situazione; forse – io penso – sarebbe il caso di restare almeno in consapevole armonia con l’insuperabile bellezza naturale: anche in tal caso potrebbe essere quella a salvare il mondo, e così salvare tutti noi.

Ritorna la luce

È già il tempo nel quale la luce riconquista il territorio celeste scacciando ogni mattina di più la tenebra nel profondo della notte: le linee e le forme del paesaggio che solo qualche giorno fa erano spazio nero su sfondo nero, indistinguibili al mio sguardo se non attraverso visioni mnemoniche, ora si stagliano nette nel cielo sereno antelucano, che a sua volta sull’orizzonte s’indora sfumando nel blu dello zenit sul quale s’affievoliscono le luci stellari.

Immagino che in tanti siano felici di questa rinnovata epifania luminosa mattutina, che già sente di primavera e tenta di fare dei rigori invernali qualcosa di cui non preoccuparsi più. A me, anche se questa luminescente vitalità antelucana affascina e sorprende, un poco invece spiace di non uscire di casa nel buio che sa ancora di notte fonda, di silenzi vasti e apparente sospensione, tra i fiochi bagliori dei lampioni che lungo la via illuminano il nulla e le luci laggiù nella pianura che svanisce nella tenebra, minuscole e innumerevoli, che tracciano e segnalano le vie e le case degli uomini e, ogni volta che le osservo da quassù, mi sembrano l’unica cosa gradevole di quello spazio di troppo cemento e pochi alberi, caos diurno e vita frenetica che invece la notte, unica a saperlo fare, quieta e riappacifica, almeno all’apparenza e anche nell’inconsapevole imitazione (o parodia) terrena di quelle luci antropiche delle stelle che punteggiano il cielo.

Un poco mi spiace che il buio svanisca ogni mattina di più perché ho imparato a coglierne la dolcezza intima, l’avvolgente tranquillità, il silenzio che mai è tale perché sempre vi è vita vigile e attiva, la sensazione di sospensione e di nulla a disposizione per ordinarvi al meglio il tutto, ovvero tutto ciò che si voglia conservare. Il buio in cui le persone normali vi ritrovano irrazionali paure indotte e coltivate nell’animo malnutrito in cui attecchiscono (i mostri inesistenti si vedono solo dove li si vuole vedere, sovente quelli veri sono lì accanto ma restano invisibili), e che invece io ho imparato a vivere e rendere dimensione ideale, spazio accogliente giammai pauroso, semmai intrigante, affascinante, seducente, intimo: nei boschi, ad esempio, circondato dal popolo arboreo, il più amichevole e rasserenante che vi sia, o negli spazi aperti guidato dalle costellazioni stellari, in quota così luminose da consentirmi di nemmeno accendere luci artificiali per camminare con sicurezza lungo le strade rurali e i sentieri.
Questione di armonie profonde, di sensazioni piacevoli all’animo e allo spirito anche più che alla mente, di equilibri vitali, che il buio mi pare agevolare.

Poi, certamente, la stagione avanza e la luce trionfa sempre più e quelle armonie, se autentiche, genuine, consapevoli, trovano altri privilegi intorno a me a supportarle e ravvivarle. In fondo, il buio è ciò che la luce gli consente di essere, e viceversa. Questa è l’armonia basilare e fondamentale, il circolo virtuoso attorno a cui si muove il tempo, o quello che non intendiamo come tale ma che, alla fine, non è che un possente e irrefrenabile moto di energia vitale. Altrettanto fondamentale: perché ne siamo parte integrante, causa ed effetto, nel buio e nella luce. Sempre.