Land (&) Art #5

Sopra: Mark Rothko, No. 3/No. 13, 1949. Immagine tratta da qui.

Sotto: campi di tulipani a Noordwijkerhout, Paesi Bassi. Fonte: Google Maps (immagine rielaborata da Luca).

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Christo

[Foto di Oscar Wagenmans, Opera propria, CC BY-SA 4.0: fonte dell’immagine, qui.]

Lei ha spesso affermato che la sua arte è inutile, non c’è un messaggio politico all’interno, qual è allora il senso di queste enormi installazioni?
Arte per me significa creare opere vive che sono lì per essere partecipate dal pubblico. I nostri sono lavori di gioia e bellezza, per noi che li costruiamo e per le persone che li vivono.

(Christo Yavachev, da un’intervista su “Elle Decor” del febbraio 2018. Nell’immagine, Wrapped Reichstag, Berlin, 1971-95, a mio modo di vedere una delle opere in assoluto più potenti e emblematiche di Christo e Jeanne-Claude: un simbolo così evidente e imponente del potere politico, peraltro di uno dei paesi più importanti al mondo, impacchettato e nascosto in modo da renderlo indefinito, per certi aspetti misterioso ed evanescente, facendogli così acquisire un valore e un’attenzione pubblica totalmente differenti da quelle istituzionali normalmente riconosciute ma, pure, bloccando dentro il pacco questo suo valore ordinario – ovviamente soprattutto politico, appunto – annullandone almeno simbolicamente la forza e l’influenza. Nonostante quelle sue parole sornione, tipiche dell’animo sottile e sagace di un autentico grande artista.)

Buona esta(r)te #11

P.S. – Pre Scriptum: agosto, tempo di ferie, di vacanze: anch’io per qualche giorno mi ci adeguerò, mi tocca (0) ma, visto che per tal motivo non potrei essere così assiduo come al solito con gli aggiornamenti del blog, mi sono chiesto: cos’è che proprio non dovrebbe mai andare “in vacanza”, cioè diventare letteralmente vacante? La bellezza, ad esempio. Perché di bellezza il mostro mondo ne ha bisogno sempre, per contrastare adeguatamente le tante, troppe cose brutte che ahinoi ci “offre”. Quindi mi sono detto pure: ok, e bellezza sia, in questi giorni d’agosto qui sul blog. E cosa c’è che sappia offrire bellezza in modo molteplice e assoluto, più dell’arte?
Ecco.
Dunque: buona esta(r)te a tutti!

Olafur Eliasson, The weather project, installazione site-specific, alluminio, acciaio, specchi, 2003, Tate Modern, London.

Buona esta(r)te #6

P.S. – Pre Scriptum: agosto, tempo di ferie, di vacanze: anch’io per qualche giorno mi ci adeguerò, mi tocca (0) ma, visto che per tal motivo non potrei essere così assiduo come al solito con gli aggiornamenti del blog, mi sono chiesto: cos’è che proprio non dovrebbe mai andare “in vacanza”, cioè diventare letteralmente vacante? La bellezza, ad esempio. Perché di bellezza il mostro mondo ne ha bisogno sempre, per contrastare adeguatamente le tante, troppe cose brutte che ahinoi ci “offre”. Quindi mi sono detto pure: ok, e bellezza sia, in questi giorni d’agosto qui sul blog. E cosa c’è che sappia offrire bellezza in modo molteplice e assoluto, più dell’arte?
Ecco.
Dunque: buona esta(r)te a tutti!

Mark Rothko, Number 9, Dark over Light Earth/Violet and yellow in Rose, olio su tela, 1954, Museum of Contemporary Art, Los Angeles.

La “Rotkho Room” della Tate Modern di Londra come esperienza spirituale

Se durante queste festività visiterete Londra, o in qualsiasi caso vi capiterà di andarci in futuro, “regalatevi” un’esperienza tra le più intense che si possano vivere – e non solo riguardo ai luoghi d’arte: la Rothko Room alla Tate Modern. La grande sala dedicata a Mark Rothko presso il celebre museo londinese contiene nove opere dell’artista lettone-statunitense, e offre un’esperienza che non esito a definire spirituale. Le grandi campiture di colore delle sue opere sembrano varchi cromatici non tanto verso diverse e inopinate dimensioni “altre” ma più verso l’interiorità di chi vi si trova innanzi, come se attraverso il colore riuscissero a rendere manifeste le profonde emozioni suscitate nel visitatore dalla relazione con le opere e, al contempo, sapessero colorarne degli stessi toni l’animo. Il visitatore si trova così non solo circondato ma in qualche modo avviluppato nelle opere di Rothko, vi si ritrova catturato in modo tanto ipnotico quanto soave, piacevole, riconosce nel colore una tangibilità trascendente, la rappresentazione immateriale eppure vividissima di un “ipermondo” apparentemente fatto di nulla – se non di colore – ma in verità ricolmo di tutto, ovvero di quanto può servire allo sguardo per appagare la mente e lo spirito. Le nove opere della Rothko Room sono come altrettanti specchi, in fondo: stando al centro della stanza è come se vi si venisse riflessi in nove modi differenti ma a riflettersi non è la nostra figura, è la parte interiore, è il nostro io più intimo, profondo e unico.

Per questo l‘arte di Rothko è tanto spirituale, e la Rothko Room della Tate Modern così simile a un luogo sacro. “Sacro” d’una sacralità che trova la propria ragion d’essere, e il proprio senso precipuo (che quasi nulla ha a che vedere con l’accezione ordinaria del termine), nella parte più intima del visitatore, appunto – se il visitatore è capace, almeno in questo frangente, di lasciarsi guidare principalmente dai sensi, di fare che sia l’animo a elaborare la visione recepita dallo sguardo più che la mente, e di saper concepire che una apparentemente “semplice” macchia di colore possa in realtà contenere e rappresentare un mondo intero e tutte le altre sue “coloriture”. La contemplazione che si genera in fronte alle opere è istintiva proprio perché ci si riconosce in esse e parimenti vi si riconosce un qualcosa di sovrumano, di ultraterreno, certamente sfuggente al normale raziocinio ma pure inspiegabilmente vivido.

Mark Rothko dimostra con la sua arte che la percezione umana sovente non abbisogna di troppi dettagli, è legata a elementi unici tanto più espressivi quanto più in grado di connettersi direttamente con il nostro spirito in un vero e proprio “matrimonio dei sensi” – come lo stesso Rothko sosteneva:

Probabilmente ci sono ancora così tante annotazioni che non riescono a spiegare i miei dipinti. La loro spiegazione deve sorgere da una profonda esperienza tra immagine e osservatore. L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio dei sensi. E come in un matrimonio, se non viene consumato si giunge all’annullamento.

Insomma, andateci alla Tate Modern a visitare la Rothko Room. Ne vale la pena, anzi: vale da sé un viaggio a Londra, ve lo assicuro.

P.S.: per la cronaca, la Tate avrebbe potuto possedere molte più opere di Rothko, ma quando l’artista le offrì al museo, nel 1967, l’allora direttore Norman Reid le sottovalutò e rifiutò, eccetto proprio i nove dipinti che oggi sono esposti nella Rothko Room. Ai tempi le opere vennero valutate intorno ai 330mila dollari, oggi valgono circa 1,5 miliardi di sterline… (fonte: qui).