Land (&) Art #5

Sopra: Mark Rothko, No. 3/No. 13, 1949. Immagine tratta da qui.

Sotto: campi di tulipani a Noordwijkerhout, Paesi Bassi. Fonte: Google Maps (immagine rielaborata da Luca).

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Viaggiare per il mondo con Battiato

Credo che non esista un brano di Franco Battiato che non contenga in un modo o nell’altro il “viaggio”. Nel senso materiale o immateriale del termine e del concetto ovvero geografico, mentale, spirituale, metafisico, astrale, la musica di Battiato è potente e oltremodo suggestiva rappresentazione del viaggio nonché pratica sonora per viaggiare, con la mente nell’ascolto ma propedeuticamente per il viaggio vero e proprio. E non è solo una questione di interpretazione delle armonie e dei testi, ma sapete bene che i brani del grande Maestro siciliano sono infarciti di innumerevoli citazioni di luoghi, paesi, città, regioni e di genti, tradizioni, culture, saperi identificanti quei luoghi.

Posto ciò avrei voluto fare io (ma non l’avrei fatto così bene) ciò che ha fatto Alessio Arnese con “MAPPIATO”, sito web che presenta la Carta dei luoghi citati nelle canzoni di Franco Battiato con relativa playlist dei brani dai quali vengono le varie citazioni geografiche.

Un bellissimo modo non solo per omaggiare Battiato e la sua arte musicale, ma anche per dimostrarne il mirabile cosmopolitismo e l’illuminante valore multiculturale: un aspetto fondante e centrale, questo, di tutta la sua produzione artistica. Quello di Battiato è un multiculturalismo che è connessione di differenti e distinte identità culturali, lontano da certo globalismo ideologico o da superficiali banalizzazioni che nel voler vedere (pur giustamente) il pianeta come un solo luogo ignora e trascura la sua imprescindibile geografia umana. È relazione di tante identità tutte peculiari, confronto di culture, scambio di saperi, cognizioni, erudizioni, fervido invito alla conoscenza e all’arricchimento reciproco senza mai rinnegare la propria identità, anzi, facendo di essa il primo – e non solo perché proprio – elemento di condivisione e arricchimento. Che è poi, tutto questo, uno dei sensi fondamentali del viaggio più autentico, espresso in modo inarrivabile da chi – Battiato stesso, intendo dire – si è autodefinito un “professionista del viaggio” (clic) facendone una pratica di conoscenza, comprensione, illuminazione, sapienza e, a suo modo, di ascetismo.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare “MAPPIATO” e, inesorabilmente, buon viaggio!

Vivremo strani giorni, ora

Tale è stata da sempre la mia “venerazione” – termine virgolettato ma che non è così esagerato, in effetti – per Franco Battiato che volli aprire Libero, il romanzo edito nel 2009 che posso considerare il primo testo in prosa “adulto” della mia pur risibile produzione letteraria (al quale resto parecchio legato perché racconta ancora bene una certa parte della mia visione del mondo), con un omaggio particolare al maestro siciliano che potete leggere qui sotto, a rimarcare non solo la personale grande considerazione artistica e culturale ma anche, se non soprattutto, il valore assoluto di figura di riferimento per lo scrivente – tutto quanto da parametrare a me che non sono nessuno, sia chiaro, ma per il “signor nessuno” (ribadisco) che sono qualcosa di importante, di prezioso, di oltremodo illuminante. Allora scrivevo, sull’onda delle sensazioni (in gran parte fervidamente giovanili) fin a quel momento maturate, che Battiato con la sua opera artistica stava incamminandosi verso l’empireo dei “miti”; oggi, peraltro conscio di come in quell’empireo a volte vengano ficcate di forza – cioè dietro la spinta di un consenso popolare spesso artificioso – figure di spessore culturale ben più scarso, mi rendo conto che Franco Battiato è una figura così superumana (anche in senso nietzscheano, perché no: in fondo Manlio Sgalambro, autore e coautore di tanti sublimi testi, fu filosofo d’estrazione tedesca, nietzscheana e schopenhaueriana in primis) e metafisicamente terrena da non poter essere ridotta a categorie pur “alte” ma non poco idealizzate e per questo altrettanto banalizzate – pur in presenza di buone intenzioni. Battiato è Battiato: un mondo reale eppure sovrannaturale, una dimensione unica e poliedrica, un’essenza laica e insieme spirituale che si fa entità metafisica singolare e assoluta. Quando era qui tra noi sembrava che al contempo fosse altrove (e lo era, sicuramente); ora che non c’è più è e sarà sempre e comunque qui.

♫♪…i saw it from their hands you look at the hands not at the face
if you want to stay out of trouble…
…mi lambivano suoni che coprirono rabbie e vendette di uomini con clave
ma anche battaglie e massacri di uomini civili…
…Strani giorni
Viviamo strani giorni…

L’unico vantaggio che puoi avere dallo stare fermo in coda nel traffico, in auto, per degli interi quarti d’ora, è che puoi pensare. Se poi hai anche Battiato che gira come colonna sonora, nell’autoradio…
Molte delle sue melodie hanno un qualcosa di istintivo, è maestro nel catturare l’armonia ancestrale di certi accordi sonori tanto semplici quanto primigeni, in qualche modo, qualcosa che è e deve essere così, e sembra che non sia tanto il musicista a crearli, ma che solo egli sia stato capace di catturarli da quella dimensione sovrumana nella quale stanno tutte le cose sublimi, superiori, che non possono essere confuse con quelle altre che fanno parte della quotidianità, in maniera più grezza, più pragmaticamente attuale, contemporanea – dunque con ben poca armonia, forse nulla, e più superficiale, senza senso proprio ma con il senso che gli viene imposto dal è-giusto-così, deve-essere-così e stop. Invece Battiato, questa musica, mai troppo elaborata eppure così sublime in molti passaggi – non c’è solo lui, anche altri, ma pochi, pochissimi – riesce a elevare con sé anche la mera azione indiretta dell’ascolto, come se anche il corpo dell’ascoltatore vibrasse della stessa frequenza armonica degli accordi del pezzo, così che, su di esso e nella connessione euritmica avvenuta, le parole dei testi s’illuminano e profondano nella mente con l’obbligo della riflessione, la più attenta e accorta possibile. Realtà cantate, verità narrate con la forza evocativa che solo in quell’armonia superiore può nascere e crescere. Testi difficili, troppo intellettuali – tanti dicono, ma forse solo perché non capiscono, non hanno voglia di capire, di pensare. E’ un visionario, egli vede la realtà, quando oggi chi “non vede” è la normalità – questo normale, quello “strano”, “eccentrico”, “stravagante”; nelle sue canzoni vi sono visioni e sapienze lontane, non solo nelle distanze ma spesso nelle (in)comprensioni – appunto; è come se abbia voluto racchiuderle e conservarle nello scrigno armonico della sua musica, quanto più possibile.
E poi Franco Battiato ha intrapreso con evidente signorile discrezione la segreta strada che porta verso il mito, da quella volta in cui, ospite del solito frivolissimo e pacchiano show televisivo – forse cantava giusto questo pezzo – ♪ …Strani giorni ♫ – già peraltro vederlo in una trasmissione del genere, certo obbligato dalle leggi del cosiddetto music business, va da sé – finisce di cantare, la trasmissione è quasi finita, entra in scena la conduttrice, apoteosi della pacchianità catodica nazional-popolare, lo invita a restare per il grande balletto finale, e lui, un sorriso pacato, non ironico, un leggero ed elegante inchino: «No, grazie…». Esce di scena indietreggiando a passi piccoli e tranquilli, escono i musicisti del suo gruppo, la conduttrice esterrefatta, il volto contrattosi istantaneamente in una espressione che al concorso internazionale degli ebeti – manifestazione potenzialmente affollatissima – si piazzerebbe assai bene. Un mito, o se non tale ancora, sulla buonissima strada. Un sogno, un desiderio frequente – che bello poter fare lo stesso con tanta di quella gente che ti vuole imporre ciò che tu non vuoi solo perché si sente in potere di farlo, se ne arroga il diritto, e tu, fermamente e gentilmente: “No, grazie”! Fermamente e trionfalmente, peraltro, la vittoria con la forza gentile di chi sa imporsi veramente contro chi si vuole imporre solo con la forza becera, quella che rivela invero la più grande debolezza. E quante volte tale forza becera viene usata tutti i giorni, travestita sovente da legge, da imposizione istituzionale, da dovere, ma anche da conformismo, da opinione pubblica, da pensiero perbenista… Quante smerdate, come si potrebbe dire con termine triviale – ma che soddisfazione!
E intanto qua, trecento metri o nemmeno in dieci minuti. Pensare, pensare, meditare, sognare… Il sogno del prigioniero, in gabbie di lamiere fumanti, puzzolenti, rumorose, dominate da menti confuse e smarrite. Bel pensare, se bisogna pensare a questa nostra tribù d’intorno di selvaggi domestici, gente che se ne sta in coda per delle intere mezz’ore, che butta via una cospicua parte del tempo della propria esistenza chiuso nelle auto e nel traffico, e poi, appena ti fermi nei pressi di una striscia pedonale per far attraversare una signora con la sua bella borsa della spesa – gesto di cortesia la cui frequenza è ormai peculiarità di un tempo giurassico – ecco che parte subito la clacsonata, e nello specchietto leggi il labiale dell’improperio sul viso contratto in un livore subitaneo – caspita, cinque metri persi, potevano essere nuovamente fermi ben cinque metri più avanti! Come potrò mai farmi perdonare? Evviva la routine, manna dal cielo per questa nostra civiltà, che tutto rende normale, accettabile, sopportabile – tutto ciò che dovrebbe essere anormale e insopportabile e viceversa, ovviamente, giusto come il doversi fermare per una cortesia da nulla…
…Strani giorni
Viviamo strani giorni… ♫

Il luogo “supremo”

[Nikolaj Konstantinovič Rerich, Kanchenjunga, 1938.]

Tutti i maestri soggiornarono nelle montagne. La conoscenza più alta, le canzoni più ispirate, i suoni e colori maggiormente superbi vengono creati sulle montagne. Sulle montagne più elevate risiede il Supremo. Le alte montagne si ergono a testimonianza della grandiosa realtà.

(Nikolaj Rerich, Himalayas. Abode of Light, Nicholas Roerich Museum Ed., New York, 2017.)

Non poteva che essere uno dei migliori pittori di montagne in assoluto (cliccate qui per conoscerlo meglio, grazie al sito dell’omonimo museo sito a New York) a condensare, in poche sentite parole, il simbolismo dal valore eterno che possiede la montagna, archetipo assoluto che fin dalla notte dei tempi rappresenta un luogo fondamentale per la cultura umana. Ed è così anche oggi come millenni fa, quando i primi umani presero a salire verso l’alto lungo i fianchi dei monti per sentirsi più vicino al cielo, sede del “divino”, dunque per sentire in sé un po’ di quella sacralità celeste. Anche oggi, nonostante le banalizzazioni materiali e immateriali – a volte comprensibili, altre volte inaccettabili – alle quali vengono sottoposte le montagne, che abbiano la forma di infrastrutture invadenti o di immaginari devianti ovvero, d’altro canto, di interventi minimi ma comunque marcanti, la montagna è il luogo terreno (del) supremo per antonomasia. E lo sarà sempre, anche nel caso in cui l’uomo dimenticherà definitivamente questa ancestrale verità.

Dürrenmatt imperituro

Pochi giorni fa si sono ricordati i 30 anni esatti dalla morte di Friedrich Dürrenmatt, uno dei maggiori scrittori del Novecento europeo in senso assoluto e tutt’oggi figura ricchissima di suggestioni letterarie, culturali, intellettuali offerte a profusione in ogni suo scritto, dai più celebri romanzi fino agli articoli apparentemente secondari. A me, da grande appassionato e studioso di “letteratura alpina” (ovvero scritta nelle Alpi e che di Alpi tratta in modi più o meno diretti), e dunque da cultore della produzione svizzera, piace indagare, ricercare e scoprire in Dürrenmatt le affinità con quella produzione più tipicamente alpina; il grande scrittore bernese non è certamente annoverabile nella cerchia degli autori di quell’ambito letterario eppure sia nello stile, prevedibilmente, che in certe atmosfere costruite e narrate nei suoi romanzi, meno prevedibilmente e niente affatto solo come mere scenografie, vi ritrovo le montagne e il loro paesaggio, la loro cultura e lo spirito. Parrebbe una cosa scontata, visto che qualsiasi svizzero le Alpi le ha costantemente davanti agli occhi e “dentro” quasi ogni aspetto pratico della quotidianità nazionale: questo è certamente vero, ma la grandezza della scrittura e dell’invenzione letteraria di Dürrenmatt rende tale aspetto molto più stratificato e, come detto, ricco di suggestioni di varia natura. Una peculiarità che, insieme a molte altre, fanno di Friedrich Dürrenmatt un autore imprescindibile (al di là delle considerazioni “alpine” qui da me proposte) e ancora oggi capace di sorprendere come pochi altri oltre che, senza dubbio, di affascinare ogni lettore sensibile.

In modo parimenti “scontato” (ma magari no) il pregevole sito di informazione “SwissInfo” dedica un bell’articolo all’anniversario dürrenmattiano nel quale è possibile vedere un altrettanto bel documento video d’annata: un ritratto a 360 grandi dell’artista elvetico tratto da una trasmissione della RSI – la Radiotelevisione della Svizzera Italiana – del 5 gennaio del 1981, in occasione dei 60 anni di Friedrich Dürrenmatt. Godetevelo: è un modo tanto suggestivo quanto approfondito per conoscere meglio (se non si è già edotti al riguardo) uno dei più importanti autori letterari (e non solo) degli ultimi decenni e, magari, per coltivare la curiosità di leggere le sue sublimi opere.