Le api

[Foto di Aaron Burden da Unsplash]

In passato capitava spesso che accompagnassi mio nonno al suo apiario, dove teneva diversi alveari. Mi ricordo soprattutto il calore e l’incessante ronzio all’interno e nei dintorni. Per non parlare dell’odore! Un insieme di legno, cera, polvere, miele… e api. A casa, nella camera da letto del nonno, c’era un vecchio smielatore fuori uso, di quelli che venivano azionati a mano. Un bel giorno tutta la stanza si riempì di api. Le api del vicino avevano sciamato e si erano annidate nella camera da letto del nonno. All’epoca ero fermamente convinta che, una volta tanto, fossero state le api del nonno a venirlo a trovare invece del contrario. Una volta gli chiesi come faceva a distinguere le sue api da quelle del vicino. Mi rispose: «Sai, alle api femmine lego attorno al collo un piccolo fiocco rosso e ai maschi un piccolo fiocco azzurro». Ovviamente gli credetti. Poco dopo la morte del nonno questa storia mi tornò in mente. E cercavo di indovinare perché quella volta mi avesse dato quella risposta, che non era nemmeno tanto divertente. Per svelare il mistero dovetti aspettare diversi anni, fino alla mia formazione in pedagogia della natura e wilderness, che prevede un metodo particolare di insegnamento, chiamato «Coyote Teaching». Si basa sul modo con cui le popolazioni indigene insegnano le cose ai propri figli. Uno dei principi è il seguente: «Non dare risposte univoche.» La ragione di ciò è che i bambini dovrebbero trovare le loro risposte. Che cosa ha a che fare questo con le api di mio nonno? La risposta è che mio nonno, senza saperlo, era un grandioso «Coyote Mentor». Da quando mi aveva raccontato la storia dei fiocchi rossi e azzurri, io inseguivo ogni ape. Le osservavo con attenzione per capire se facessero parte delle colonie del nonno. Se mi avesse dato una risposta corretta non avrei mai potuto imparare tanto sulle api e realizzare un legame più stretto con loro.

(Marion Ebster, responsabile del progetto «Natura e uomo Cipra», nell’editoriale del nr.106/2020 di “Alpinscena” la rivista di Cipra International, in questo numero dedicata alle api e al loro allevamento nelle Alpi – anche se l’aneddoto raccontato da Ebster ve lo voglio proporre perché è suggestivo e significativo a prescindere. “Alpinscena” potete conoscerla e scaricarla gratis in pdf qui.)

Di castagni e di cultura, di ulivi e di futuro

tree-rootsCastagni e ulivi hanno la stessa anima. E’ l’anima lungimirante dei montanari e dei contadini che li hanno piantati ben sapendo che non ne avrebbero goduto i frutti. Né loro né i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti.

E’ una citazione che ho tratto da un articolo del numero di novembre 2015 di Montagne360, il mensile del Club Alpino Italiano – e no, nessuna volontà di passatismo, sia chiaro, nemmeno di retorica del “si stava meglio quando si stava peggio” o altro del genere, anzi, tutto il contrario. Ma il futuro, qualsiasi futuro che si voglia migliore del presente e del passato nonché proficuo, non può non imparare da quanto s’è fatto di buono nel passato – cosa persino banale da dirsi eppure alquanto ignorata e trascurata, lo sapete bene.
In ogni caso, trovo quelle parole meravigliose anche per disquisire di cultura, ovvero di quale dovrebbe essere l’atteggiamento delle istituzioni nei confronti della cultura e, di contro, di quanto sia ottuso e irresponsabile l’atteggiamento che il più delle volte si deve constatare. Ancora più grave, tale irresponsabilità, perché il coltivare la buona cultura, a differenza di castagni e ulivi, permette di ottenere buoni raccolti fin da subito, i quali poi non potranno far altri che diventare sempre più abbondanti e fruttuosi col passare del tempo.
Se invece ciò non avviene, se chi di dovere continua a pensare alla cultura come a una spesa da sostenere e un fastidio del presente dal quale sfuggire e non a un investimento di importanza vitale (e di molteplici, crescenti tornaconti) per l’intera società, sarà responsabile ingiustificabile del futuro degrado sociale (dacché la cultura è la base dello sviluppo sociale, altra cosa inutile da rimarcare) e del relativo imbarbarimento collettivo. Ovvero di qualcosa che, proprio per quanto ho appena affermato, stiamo già oggi constatando in modo inequivocabile.
Eppure, nonostante la situazione lapalissiana, pare che non solo si continui a non piantare alcun buon germoglio culturale per le future generazioni, ma che pure si faccia di tutto per rendere ovunque il terreno sterile e infecondo per qualsiasi coltivazione, impedendo ogni futuro (da domani fino a quello più lontano) nutrimento intellettuale. Ovvero, in parole povere e più chiare, mandando la nostra società allo sfacelo. Ma anche questa cosa, credo, è tanto chiara e inesorabile che non avrebbe bisogno di essere rimarcata.