Meglio con la mascherina

Ecco, quello evidenziato a suo modo dall’immagine qui sopra potrebbe essere un altro potenziale buon motivo per farci rimpiangere i lockdown, quando di essi (speriamo) non ce ne sarà più bisogno.

E non è una questione estetica, ci mancherebbe, ma di cura di se stessi e di relativa eleganza, classe, stile – ovvero della loro mancanza. Già.

P.S.: ci tengo a rimarcare che questo post non è sponsorizzato da aziende della cosmesi, produttori di rasoi, ordini odontoiatrici o altro di affine. Semmai dal buon gusto, se da esso ci si potesse far sponsorizzare, eh! 😜

La stagione più bella (?)

[Alfons Mucha, The Four Seasons, 1895.]
Mi capita, spesso, di essere – ad esempio – ad inizio autunno, quando le giornate s’accorciano, la temperatura si raffresca ma non troppo e tutt’intorno la natura cambia colore assumendo ogni possibile sfumatura del giallo e del rosso, e già avere già voglia di freddo intenso, di neve, di paesaggi bianchi e silenti, delle sere che cominciano alle 4 del pomeriggio, del piacere di godersi il tepore domestico quando fuori nevica, delle notti limpide nelle quali ogni stella sembra visibile in cielo…

E poi di essere ad inizio inverno, quando le manifestazioni climatiche e ambientali tipiche della stagione hanno cominciato a comparire vigorosamente ma non sono ancora nel loro clou, e già avere voglia di gustarmi il particolare e inconfondibile profumo dell’aria di inizio primavera, il piacere della temperatura ormai mite, giusta, perfetta perché non ti fa più avere freddo e non ti fa affatto sentire caldo, dei colori naturali che si riaccendono…

Poi, quando mi ritrovo ad inizio primavera, con tutto ciò che nell’ambiente caratterizza il periodo, i suoi risvegli, le sue rinascite, sento di avere già voglia di quelle percezioni e quelle sensazioni proprie dell’estate più piena, degli olezzi dei prati, dei boschi e dei sassi di montagna riscaldati intensamente dal Sole, delle sere in cui ti pare di tornare a respirare dopo pomeriggi oltre modo afosi, della luce diurna sfavillante e delle sere luminescenti…

Per non dire di quando l’estate ormai imminente già riscalda la giornata in modo intenso e mi sento sollevare l’animo al pensiero che non manca più molto per le prossime vacanze ma, già, percepisco la voglia di giornate più placide, del Sole che scenda più veloce verso la linea dell’orizzonte, di luminosità meno intense, meno abbacinanti, di più freschi refoli d’aria la sera e la mattina…

Come adesso, ecco, con l’estate ormai alle porte – e quella climatica già iniziata.

Mi ricordo, quando ero (credo) ancora alle elementari, che qualcuno mi chiese quale fosse la mia stagione preferita e di descriverla – forse per un tema, non ricordo. Invece ricordo che finii per descriverle tutte.

In fondo aveva ragione Khalil Gibran, quando scrisse:

Fate allora che ciascuna stagione racchiuda tutte le altre, e il presente abbracci il passato con il ricordo ed il futuro con l’attesa.

(Il Profeta, 1° ed.1923.)

(Siccome a breve si può tornare) Al ristorante

Per celebrare (be’, non è vero, ma facciamo funzionalmente finta) la riapertura dei ristoranti e la ritrovata possibilità di gozzovigli più o meno luculliani – sperando che ciò non provochi una ulteriore quarta ondata pandemica tra qualche settimana (non è uccellodelmalaugurismo, questo, è obiettività esperienziale!) – rispolvero il seguente ameno raccontino sul tema, facente parte d’una raccolta di simile tono che al momento è ancora inedita in quanto l’editore che la doveva pubblicare, leggendola prima di inviarla alla stampa, purtroppo è morto dal ridere.
Già.
Una circostanza che peraltro mi genera non pochi grattacapi: come posso inviare nuovamente la raccolta a qualche editore affinché ne valuti la pubblicazione senza poi rischiare di essere accusato di omicidio colposo?

Be’, ci devo pensare su un po’. Intanto, buona lettura!

[Raffaello Sorbi, Osteria del Piccione a Fiesole, 1889.]
Al ristorante

Robezio: «Ehi… la vedi quella tipa laggiù?»
Io: «Mm-m.»
Robezio: «Ho sentito da questi del tavolo qui accanto che è una tipa famosa… Paola Peroni, nota dj negli anni Novanta.»
Cameriere: «Signori, cosa vi porto da bere?»
Io: «Ahpperò! Una dj a tutta birra!»
Robezio: «Eh?! In che senso?»
Cameriere: «Solo birra? Per tutti?»
Io: «Noo, dicevo a lui!»
Robezio: «A me?»
Io: «Sì, a te! Era lì bell’e pronta su un piatto d’argento… Peroni, birra…»
Cameriere: « Dunque birra Peroni per tutti?»
Io: «Nooo, non intendevo quello!»
Robezio: «Non mi pare che qui usino piatti d’argento.»
Io: «Infatti non intendevo quello!»
Cameriere: «Ok, le bevande le facciamo dopo. Cosa avete scelto dal menu?»
Io: «Una battuta! La mia era una battuta.»
Robezio: «Aah, una battuta servita su un piatto d’argento!”
Io: «Eh, quello!»
Cameriere: «Mi spiace, signore, oggi la battuta non è in menu.»
Robezio: «Nooo, l’ha fatta lui!»
Cameriere: «Il signore è un cuoco?»
Io: «No! Battuta nel senso di Peroni, birra, dj… dj a tutta birra! Era servita su un piatto d’argento, appunto.»
Cameriere: «Peroni.»
Io: «Esatto!»
Cameriere: «Ok, dunque da bere birra Peroni per tutti. Vedo di trovarvi un vassoio d’argento, se così gradite.»
Robezio: «Ah, allora è vero che servono le cose su piatti d’argento!»
Cameriere: «No, in verità no, ma se lo chiedete espressamente…»
Io: «Ma noi non stiamo chiedendo assolutamente nulla!»
Cameriere: «Allora, signori, sono costretto a chiedervi di liberare il tavolo per altri clienti che invece intendono consumare. Grazie.»
Robezio: «Ecco, hai visto? Tu e le tue battute!»
Io: «Ma che vuoi da me?! Eccheccavolo! Eppoi io le battute le so fare!»
Robezio: «Beh, allora andiamo a mangiare a casa tua, così me la fai provare.»
Io: «Noo, non quelle batt… Umpff, m’è passata la fame!»
Robezio: «Beviamo almeno qualcosa, visto che siamo in giro. Non so… una birra!»
Io: «Ok, ma giuro che se ci servono una Peroni mi imbirrazzisco! Ehm… Imbizzarrisco, volevo dire.»
Robezio: «Mmm-mm.»

L’invasione turistica dei monti, tra calamità e opportunità

[Invasione di turisti come in città al Sass Pordoi, 2900 m, nelle Dolomiti. Immagine tratta dalla pagina facebook del CNSAS – Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, qui.]
In queste settimane leggo frequentemente articoli e opinioni sull’invasione delle Alpi italiane da parte di turisti, gitanti e vacanzieri quale “inopinato” effetto collaterale del Covid, con osservazioni e riflessioni assolutamente condivisibili – questo è uno dei più recenti, dal sito di Mountain Wilderness; anche questo, da “Il Dolomiti” contiene testimonianze e osservazioni interessanti.

D’altro canto a me, da “operatore culturale” che lavora in (ovvero per la) montagna, per molti versi fa piacere vedere così tanta gente sui monti, seppur i problemi notevolissimi dovuti a tale afflusso risultino parecchio preoccupanti. Al di là dell’impatto ambientale, la cui considerazione lascio a chi ne abbia competenza e voce autorevole – e la citata MW è tra gli attori migliori in tal senso – ora qui voglio considerare la questione dal punto di vista culturale, riflettendo, più che sulla quantità, sulla qualità della presenza turistica. E mi viene di farlo in senso critico, anzi, autocritico, perché ho l’impressione che noi (io per primo) operatori culturali che lavoriamo in montagna, non abbiamo saputo prevedere questa pur insolita e forse temporanea evoluzione della frequentazione turistica popolare, ovvero l’abbiamo sottovalutata quando ha preso a manifestarsi e per questo abbiamo di conseguenza perso (o stiamo perdendo, tutt’ora) l’occasione per attivare una “riabilitazione” culturale dei territori alpini capace di distogliere almeno qualche visitatore (nuovo, magari) dai soliti meccanismi di fruizione meramente e bassamente turistici, dunque degradanti, delle montagne, quelli che sovente le trasformano in meri divertimentifici alpini come fossero bizzarri luna park che deturpano monti trasformati in periferie d’altura delle città, privati di qualsiasi valore culturale e di contro dotati di una “valenza estetica” (oltre che ludico-ricreativa e commerciale, come detto) totalmente inventata e decontestuale.

Insomma, rimarco in primis a me stesso: dovevamo (dovremmo) approfittare di quest’occasione per rimettere in evidenza a tutta questa folla l’importanza culturale autentica della montagna, che non è certo quella delle funivie, dei solarium (cose che, per carità, ci stanno anche ma con buon senso), degli slogan promozionali sovente stupidi e degli stilemi cittadini riprodotti in quota per non far sentire troppo “spaesati” i vacanzieri (i quali così finiscono per comportarsi sui monti come in città, come fossero nel parcheggio sotto casa o sulla metro, vittime e al contempo artefici del degrado alpino), e che non è nemmeno quella della montagna contrapposta e antitetica alla città o della presunta “wilderness” che in verità sulle Alpi non esiste da secoli, ma che è quella di un macro luogo dotato di identità e valenze uniche che vanno intese e comprese – almeno un poco, e con un minimo sforzo intellettuale – nel loro senso più autentico e importante, il quale presuppone una fruizione diversa e dedicata al fine di goderne al meglio i pregi e le bellezze. E se una predisposizione intellettuale, culturale e spirituale del genere non c’è (ovvero pare non esserci) in molti dei frequentatori della montagna nel corso di quest’estate, be’, va adeguatamente attivata e coltivata: chissà quanti ostaggi del suddetto bieco turismo di massa sarebbero invece pronti a osservare con occhi diversi e capire con mente più attenta il valore autentico delle montagne, diventandone dei rispettosi e consapevoli visitatori! Ribadisco: non perché la montagna sia “meglio” della città, semmai perché la montagna è altro rispetto alla città, ed andare a visitarla come se si visitasse una città – o, peggio, un centro commerciale, viste certe situazioni – è un po’ come assistere ad un concerto musicale di gran pregio con le cuffiette nelle orecchie che trasmettono tutt’altra musica, e ben più banale, solo perché si è abituati a farlo quotidianamente, a casa, per mero e disimpegnato intrattentimento. Essendo altro, la montagna, ha ugualmente bisogno d’altro per essere goduta appieno, e ciò vale in ogni senso: altri ritmi, altri tempi, altri modi per muoversi in e su di essa, altre modalità di relazionarsi con il territorio e il paesaggio, altre sensibilità, altre percezioni, altri moti d’animo, altre libertà di pensiero e d’azione. Ha bisogno di “altre” persone, mi verrebbe da dire, pur rimanendo, ciascuno, le stesse persone di sempre: la montagna sa attivarci anche questa dote, in effetti, ampliando e acuendo le nostre possibilità cognitive così da poterci sentire non più meri turisti o “clienti” dei monti ma parte essenziale dei monti stessi, viaggiatori delle terre alte nel senso più compiuto del termine, elementi armonici con l’ambiente montano capaci di dialogare fluentemente con i loro Genius Loci, ecco.

Abbiamo mancato l’occasione, al momento, ma possiamo recuperare, io credo. Possiamo cercare di ridare dignità culturale alla gran massa di visitatori che salgono sui monti salvandola dai “recinti” (le strade trafficate come in città, i parcheggi, le code alle funivie, le cabine delle funivie, i resort-non luoghi, l’immaginario finto e deviante, eccetera) nei quali la più bieca industria turistica la rinchiude al fine di ricavarci più tornaconti possibili infischiandosene del paesaggio montano, della sua cultura, della sua gente e del suo futuro. Dovrebbe diventare, questo “recupero culturale salvifico” dei monti, uno degli scopi fondamentali di noi che operiamo sulle e per le montagne, nei prossimi mesi, fosse solo per non lasciare che da questa “invasione turistica” post lock down ne possano derivare solo danni e degrado, da qualche stolto creduti come “scoperta” o “guadagno” ma in verità ennesime sofferenze inflitte ad un mondo, quello delle terre alte, già troppo soggiogato, offeso, maltrattato, torturato da numerosi elementi ad esso avversi ma sodali a certi meccanismi politico-economici di potere.

Riuscissimo, nello scopo suddetto, potremmo realmente contribuire alla costruzione di una bella fetta di buon futuro per le nostre montagne, a vantaggio non solo loro ma di tutti quanti.

 

Sindrome da vacanza totale

[Immagine tratta da qui.]
Le ferie agostane appena (per me) trascorse, pur nella stranezza insolita che le ha contraddistinte rispetto agli anni scorsi – il periodo pandemico che stiamo vivendo le avrà rese strane e insolite anche a molti di voi, immagino – hanno indubbiamente confermato la manifestazione in me di una specie di “patologia” (virgolette, eh!) che potrei definire sindrome da vacanza totale, la cui sintomatologia riassumerei brevemente così: quando sono in vacanza, e per fare che la vacanza sia realmente percepita come tale, non riesco a fare quasi nulla delle cose che usualmente faccio nei restanti 350 giorni dell’anno. E con quel “quasi” intendo solo cose fondamentalmente necessarie e indipendenti dal periodo e dal momento.

Anche per questo, nelle due settimane che per me rappresentano l’unico periodo di vacanza che la vita quotidiana mi concede, salvo pochi altri giorni occasionali e dipendenti da mille circostanze, tendo a “sparire” mostrando senza dubbio un alto e per taluni deprecabile livello di asocialità che tuttavia serve a salvaguardare l’altrettanto alto (be’, più o meno) livello di socialità che posso e devo manifestare nel resto dell’anno. Riprodurre anche una minima e banale attività ordinaria, ad esempio frequentare continuativamente i social, tende a vanificare in me, piuttosto rapidamente, la gradevole, gradita e indispensabile sensazione di essere in vacanza e, appunto, di non dover fare le solite cose – anche quando piacevoli – almeno per due settimane all’anno. Insomma, per me la vacanza deve essere veramente “vacanza” cioè assenza, da più cose ordinarie possibile e non ultimo nel senso materiale del termine: come sparizione, ribadisco. [1] Non riesco proprio a fare diversamente. Abbasso la saracinesca tra me e il mondo, ci appendo il cartello «CHIUSO PER FERIE» (senza date di riapertura, non si sa mai) e arrivederci al mio ritorno. Poi, ovvio che la saracinesca ha uno spioncino per guardare fuori, l’importante è che da fuori nessuno possa guardare dentro, senza il mio assenso.

Per tali motivi, la mia vacanza ideale è da trascorrere o totalmente in viaggio in paesi e territori lontani, non solo geograficamente (cosa che ho sempre cercato di fare appena mi è stato possibile, negli anni scorsi), o totalmente restandomene a letto a dormire. Per due intere settimane, sì. Ovvio che, fino ad oggi, ho preferito la prima opzione ritenendo la seconda un po’ troppo statica, ma chissà che non cambi opinione, in futuro.

In ogni caso, sia chiaro, ammiro molto chi invece anche durante le proprie vacanze riesca a rimanere operoso nelle sue solite attività quotidiane. Credo sia certamente molto più dinamico di me e, almeno in quel periodo, più capace di far fruttare il proprio tempo – sperando che riesca comunque a riposarsi, anche. A meno che la principale attività svolta durante l’anno sia frequentare una sala slot o starsene davanti alla TV senza perdersi alcun talk show oppure altro di assimilabile: nel caso, a costoro consiglierei una vacanza di durata annuale, da queste attività.

[1] Con due sole eccezioni: camminare in Natura e leggere libri.