Fare cose belle e buone, in montagna. A Ostana (Valle Po), ad esempio

[Foto di Silvia Pasquetto – Comune di Ostana, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Probabilmente non c’è bisogno che vi racconti la storia della rinascita di Ostana, in Valle Po, uno degli esperimenti (ma ormai ci sarebbe da parlare di concretizzazioni) di rigenerazione di un centro abitato alpino e del relativo territorio più riusciti, sulle montagne italiane, al punto da essere ormai diventato un caso esemplare e illuminante per qualsiasi altra similare progettualità. Se invece non la conoscete al meglio, trovate un buon riassunto della storia recente di Ostana qui.

Dunque, in questo mio articolo non miro a ribadire quanto già noto a tanti: tuttavia, per rimarcare comunque la notevole qualità del “progetto Ostana” e il suo essere un modello di cose belle e buone realizzate in montagna, vi dico di uno strumento “pratico” facente parte a tutti gli effetti del progetto e del suo successo, che fin dalla sua prima conoscenza ho trovato estremamente interessante per come rappresenti una delle basi fondamentali per la concretizzazione della rinascita del villaggio piemontese, per la quale l’architettura ha giocato un ruolo primario e non solo in quanto pratica necessaria al recupero funzionale degli edifici: il Manuale delle linee guida e degli indirizzi tecnici per gli interventi di recupero ed ex novo a Ostana, grazie al quale il villaggio è diventato un laboratorio di architettura alpina, riconosciuto a livello nazionale e anche al di fuori dei confini. Un compendio tecnico ma con grandi valenze culturali che dimostra bene come i migliori e più efficaci progetti di rigenerazione dei territori montani siano quelli scaturenti da un processo di conoscenza approfondita dei territori stessi, dalla quale conseguentemente può scaturire la sensibilità migliore  e la cura più attenta e edotta nei confronti del luogo e di chi lo vive e lo vivrà nel futuro.

A tal proposito, è interessante leggere nel Manuale (che potete consultare nella sua interezza cliccando sull’immagine della copertina lì sopra) quella che dai suoi autori è stata definita la “filosofia Ostana”:

Da diverso tempo Ostana è diventata un punto di riferimento sul tema del recupero e della valorizzazione dell’architettura alpina. A partire dalla metà degli anni ottanta, la comunità locale ha infatti perseguito una diffusa e condivisa politica di riuso delle antiche costruzioni montane in un’ottica di qualità. Una filosofia incentrata sulla qualità e sulla reinterpretazione dei caratteri morfologici, costruttivi e tecnologici dell’architettura tradizionale occitana. Una filosofia che ha privilegiato il recupero dell’ingente patrimonio edilizio esistente ma che ha altresì portato ad alcune realizzazioni ex-novo. Gli interventi hanno così riguardato opere pubbliche e private, il costruito e gli spazi aperti: case, edifici del comune, strutture ricettive, costruzioni di servizio, spazi pubblici, percorsi pedonali, autorimesse parcheggi, ecc. Tra i principali fautori di questo recupero vi è l’architetto locale Renato Maurino che ha riversato parte della notevole esperienza acquisita nel manuale Recupero edilizio e qualità del progetto scritto con Luigi Dematteis e Giacomo Doglio (Edizioni Primalpe, Cuneo, 2003), il quale ha costituito una solida base di partenza per questo lavoro. Riuso e qualificazione oculata del patrimonio architettonico hanno dato vita ad una nuova identità e riconoscibilità di questo piccolo comune di montagna determinando una rinascita anche sotto il profilo economico e sociale. Qualità architettonica, identità e nuova abitabilità, sostenibilità ambientale, offerta di un turismo pertinente rispetto ai luoghi hanno permesso al paese dell’alta Valle Po entrare nella rete dei «borghi più belli d’Italia». Ostana rappresenta un vero e proprio laboratorio di architettura alpina contemporanea che può essere preso ad esempio per le politiche sulla montagna dei prossimi anni.

Ovviamente il Manuale di Ostana non è solo di tale tipologia esistente nei comuni alpini italiani, prendendo peraltro le mosse da similari materiali già esistenti pur a livelli diversi e per competenze differenti – ma in modi eccellenti come pochi altri sa coniugare la propria teoria nella pratica del territorio ostanese e delle sue peculiarità, anche grazie alla notevole competenza dei due responsabili scientifici Antonio de Rossi e Massimo Crotti. In tal modo, ovvero ponendo così solide basi teoriche ai contenuti che propone, il Manuale rappresenta una potenziale ottima garanzia per l’esecuzione di lavori ben eseguiti, coerenti con la storia e la geografia del territorio, inseriti in esso armoniosamente oltre che capaci di coltivare una proficua socialità a sostegno della comunità locale (l’architettura è anche, forse soprattutto, una disciplina sociologica, è bene ricordarlo) e capaci nel complesso di riattivare e rinnovare anche l’identità del luogo dando forza espressiva al suo paesaggio, sia quello prettamente naturale e sia quello antropico. Un Manuale come quello di Ostana è dunque non solo un documento tecnico ma anche un dispositivo culturale, che raccoglie la tradizione storica del costruire e dell’abitare il territorio di Ostana traghettandola attraverso il presente verso un futuro tanto coerente con quella tradizione quanto concretamente rinnovatore e così in grado di strutturarsi nel tempo come nuova tradizione locale, garantendo la continuità della storia del luogo e della sua comunità.

Insomma, è un documento che ogni comune di montagna, e in generale ogni centro abitato dotato di pregi architettonico-urbanistici come tanti ve ne sono ovunque nel territorio italiano, dovrebbe elaborare (affidandosi a figure competenti e sensibili, ripeto), possedere e adottare con la piena consapevolezza della sua importanza da parte degli amministratori pubblici locali. Se ciò accadesse, sono certo che di brutture assortite e interventi disgraziati e degradanti che tocca ritrovare sulle nostre montagne ce ne sarebbero molti meno, a tutto vantaggio della cura dei territori e del valore culturale e sociale del paesaggio.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

Fare cose belle e buone, in montagna. A Grumes (Val di Cembra), ad esempio

[Grumes in inverno, dicembre 2020. Foto di Syrio, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Grumes è un piccolo centro della Val di Cembra, in provincia di Trento, posto a 850 m di quota, pressoché privo di infrastrutture turistiche “classiche” e apparentemente tagliato fuori dalle rotte del turismo montano. Qui, nel dicembre 2007 è stata fondata la “Sviluppo Turistico Grumes Srl”, società senza scopo di lucro a maggioranza pubblica e partecipata da più di 130 soci locali, che rappresenta lo strumento operativo del Progetto Grumes, avente lo scopo di combattere la diminuzione della popolazione del paese (circa 450 abitanti) tramite iniziative sostenibili di rivitalizzazione del paese, della sua socialità, dell’economia locale e a favore dello sviluppo turistico responsabile.

Grazie alla progettazione partecipata, al coinvolgimento sociale e alla sinergia tra pubblico e privato il territorio ha riacquistato vitalità e valenza economica: nel giro di dieci anni Grumes è diventata la più piccola “Cittaslow” del mondo e il progetto ha ricevuto la “Bandiera Verde” di Legambiente nell’ambito della Carovana delle Alpi 2022. Fra le iniziative realizzate dal progetto nell’arco degli ultimi 15-20 anni, vanno ricordate in particolare:

  • il recupero di strutture dismesse, come l’ex caserma dei Carabinieri trasformata in ostello della gioventù, di una malga abbandonata ristrutturata come rifugio alpino, dell’ex-oratorio divenuto Centro Servizi Sociali;
  • il recupero, la bonifica e il riordino fondiario di oltre 30 ettari di territorio incolto da destinare a produzioni biologiche, come un vigneto con zero trattamenti;
  • la realizzazione del Green Grill dedicato alle specialità enogastronomiche della Val di Cembra;
  • la promozione del turismo sostenibile, con la creazione di itinerari e sentieri tematici (Sentiero dei vecchi mestieri, Giro dei masi, Sentiero botanico…) da percorrere a passo lento, e il sostegno alla creazione e alle attività della Rete delle Riserve Alta Valle di Cembra – Avisio;
  • l’uso sostenibile delle risorse energetiche e ambientali con il teleriscaldamento a biomassa locale, e la diffusione di pannelli termici e fotovoltaici.

Un’attività di molti anni che ha saputo trasformare un piccolo paese in un esempio di coinvolgimento sociale e sostenibilità ambientale ed economica, nonché di modello di sviluppo socioeconomico e culturale per i territori montani che risultano marginali rispetto alle rotte del turismo più o meno massificato – marginali per fortuna, viene da pensare, poste le peculiarità del territorio di Grumes e le potenziali alternative innovative che offre e che sta portando avanti con successo.

Tutto ciò, alla faccia di chi continua a sostenere che la montagna può vivere unicamente grazie al turismo, dimenticando bellamente di dire una cosa pur ovvia cioè che non si può portare turisti su tutte le montagne (perché ovviamente non tutti i territori di montagna hanno la possibilità di sostenerlo e di infrastrutturarsi al riguardo) nonché di evidenziare che la risorsa turistica è certamente preziosa e importante ma solo quando sia consona al territorio, non sia preponderante e venga gestita in una relazione equilibrata con la realtà sociale autoctona, l’economia locale e con la sua necessaria indipendenza: altrimenti tali luoghi diventano meri ostaggi del turismo col rischio, come accaduto già in numerose località, di restare a piedi nel momento in cui quel turismo viene a mancare.

Per saperne di più su Grumes e sul suo progetto di sviluppo turistico e socioeconomico, visitate il sito web vivigrumes.it.

N.B.: molte delle informazioni presenti in questo mio articolo le ho tratte dal report che ha motivato l’assegnazione alla società “Sviluppo Turistico Grumes Srl” della “Bandiera Verde” di Legambiente.

N.B.#2: Altre cose belle e buone fatte in montagna:

Fare cose belle e buone in montagna. A Cavajone, ad esempio

Cavajone (o Cavaione) è un luogo assolutamente particolare per diversi motivi, storici, geografici, paesaggistici, politici, eppure credo che ben poche persone che non siano della zona lo conoscano.

Cavaione, innanzi tutto, è l’ultimo e più recente “pezzo” di Svizzera, entrato nella Confederazione nel 1875 dopo secoli di “sospensione” geopolitica tra Italia e Svizzera in forza di una linea di confine lungamente “ballerina”. Posto all’ingresso della Val Poschiavo in comune di Brusio, tra i 1200 e i 1600 m di quota, è un borgo sparso letteralmente abbarbicato a un versante alquanto scosceso chiuso a valle da burroni, con vista sulla piana di Tirano. Di origine alto medievale (è già citato in alcuni documenti duecenteschi come Cavalono), fino al Settecento abitato esclusivamente d’estate e solo dopo stabilmente, ma con grandi difficoltà dovute all’asprezza morfologica del territorio, il borgo ha vissuto una condizione praticamente apolide (che favorì la pratica del contrabbando, qui ancora più che altrove) fino alla citata annessione con la Confederazione Elvetica, ufficializzata nel 1875. La conseguita stabilità politica ha permesso a Cavaione di raggiungere una popolazione di 103 abitanti a fine Ottocento, per poi subire i fenomeni di abbandono e spopolamento tipici delle vallate alpine che l’hanno portato ad avere 65 abitanti nel 1950 e solo 10 oggi.

Il luogo tuttavia era e resta speciale, come detto, per tutte le sue peculiarità che contraddistinguono la residenza a Cavaione come qualcosa di quasi “eroico”, rispetto ad altri luoghi simili ma geograficamente ben più agevoli oltre che maggiormente dotati di servizi. Anche per questo nel 2016 è nata la Fondazione Cavaione, un pregevole progetto di rinascita consolidata del luogo attraverso la salvaguardia della contrada e la gestione del territorio a lungo termine. Guidata dal suo presidente Luca Plozza, la Fondazione intende promuovere attività sociali e culturali, il ripristino dei muri a secco (che presentano ben 16 km di sviluppo), la valorizzazione del paesaggio terrazzato, il ricupero dei tradizionali bait (crotti), la trasformazione della vecchia scuola in ostello, la riqualifica generale dell’abitato. L’obiettivo è il ritorno alla coltivazione della terra con rispetto verso l’equilibrio ecologico e particolare attenzione all’ambiente del luogo, senza rincorrere le sirene commerciali del mero turismo massificato ma, anzi, perseguendo la fruizione consapevole del paesaggio di Cavaione al fine di trasmettere ai visitatori la sua essenza così speciale.

A sottolineare l’importanza di questo coraggioso quanto esemplare progetto, sostenuto con una prima tranche di un milione di franchi dal Comune di Brusio, dal Cantone, dalla Confederazione, da enti pubblici e privati, nel 2020 il consigliere federale Guy Parmelin (fino allo scorso anno presidente della Confederazione Elvetica), in occasione della Festa Nazionale Svizzera, si è recato nel piccolo villaggio per rinnovare fiducia e solidarietà alla comunità locale, sottolineando come il lavoro della Fondazione abbia portato a Cavaione un futuro, una ventata di spirito innovativo proteso al futuro cercandolo nelle pieghe del suo così particolare e identificante passato. Un progetto alquanto interessante ed emblematico, anche nel mostrare come, si potrebbe ben pensare, il futuro delle Alpi e delle loro comunità lo si può trovare più facilmente, e meglio sviluppato, in piccoli e “dimenticati” villaggi come Cavaione piuttosto che nelle grandi e iperturisticizzate località di grido le quali, forse, il futuro lo stanno svendendo al più basso e irresponsabile tornaconto.

Per conoscere meglio il progetto e l’attività della Fondazione Cavaione, potete cliccare sull’immagine in testa al post o scaricare l’opuscolo che racconta nel dettaglio il progetto, qui; per saperne invece di più sulla particolare storia geopolitica di Cavaione, cliccate qui.

N.B.: parte delle informazioni utilizzate per questo mio post le ho tratte dall’articolo Una ex colonia tiranese diventata svizzera di Fernando Iseppi, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.146, agosto 2021. Le immagini fotografiche invece sono tratte dal sito web della Fondazione Cavaione e da questo articolo di “Swissinfo.ch”.

 

Il confine che non c’è ma “esiste”

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Chester FC“.]

Lo stadio del Chester F.C., squadra di calcio della sesta divisione del campionato inglese, è costruito lungo il confine tra l’Inghilterra e il Galles. Il parcheggio dello stadio e l’ingresso dell’edificio principale sono in Inghilterra, mentre il campo e il resto delle tribune sono in Galles. Lo stadio è lì da trent’anni e la sua collocazione a metà tra due paesi diversi non era mai stata un problema: lo è diventato nelle ultime settimane a causa delle restrizioni sul coronavirus. Per lo stadio devono valere quelle in vigore in Inghilterra o quelle in vigore in Galles?

Occupandomi di luoghi, paesaggi e relazioni umane con essi, sono inevitabilmente assai sensibile al tema del “confine” e alle sue interpretazioni geografiche, culturali e antropologiche contemporanee: ne scrivo spesso qui sul blog e, in maniera più strutturata e approfondita, ne ho disquisito nel saggio incluso in Hic Sunt Dracones, il libro di Francesco Bertelé realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council, il programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Tra le varie cose che ho scritto nel saggio, ho messo proprio in evidenza come il termine “confine”, a fronte della sua etimologia originaria, abbia assunto un significato distorto ovvero di divisione, di distacco vieppiù netto, mentre in origine definiva il contatto e la connessione tra due elementi forse diversi ma, sul confine e proprio grazie ad esso, quanto mai vicini e simili. Un’evidenza che sovver(tirebb)e di colpo tutto quel dibattito strumentale e strumentalizzante sull’argomento, inutile affermarlo.

Ecco: quello che avete letto in principio di questo mio scritto è l’incipit di un articolo pubblicato lo scorso 16 gennaio su “Il Post” che racconta della strana e un po’ assurda situazione dello stadio della città di Chester, località inglese ma posta a ridosso del confine con il Galles. Sapete che le nazioni costitutive britanniche godono di notevole indipendenza politica e amministrativa, così da avere anche normative diverse in tema di gestione della pandemia da Covid: tale questione ha di colpo reso “evidente” la presenza del confine, il quale prima, come denota l’articolo de “Il Post”, «non era mai stato un problema».

Trovo che la questione dello stadio di Chester sia parecchio emblematica, riflettendo intorno al senso del concetto di “confine”. Oltre a evidenziare l’etimologia originaria del termine, come sopra riportato, nel mio testo su Hic Sunt Dracones rimarco e dimostro anche che il confine è, in concreto, una cosa che c’è ma non esiste se non nel momento in cui il suo superamento, lo sconfinare, viene artificiosamente rilevato e per motivazioni meramente funzionali giudicato “illecito”. Ciò persino dove la presenza di un confine sia palesemente illogica – è il caso di Chester – ma pure dove risulti apparentemente più logica ma solo in senso geografico “cartesiano” (ovvero in base alla cosiddetta “dottrina dello spartiacque” influenzata sul piano filosofico dal pensiero razionalista cartesiano, appunto): è il caso delle Alpi, regione assolutamente rappresentativa in questo senso per come la barriera naturale del rilievo montuoso sia stata trasformata e imposta per mero volere geopolitico in confine quando per secoli la catena alpina ha contribuito all’incontro e all’unione dei popoli che vivevano sui versanti opposti, ben più di quanto accadde tra montagne e pianure della stessa parte idrografica. Di questo aspetto del tema ne ho parlato qui.

[Immagine tratta da Google Maps, cliccateci sopra per ingrandirla.
Dunque, lo stadio di Chester dimostra bene il paradosso contemporaneo (ma con evidenti radici storiche) del confine geopolitico: quando nessuno ne parlava e a nessuno tornava funzionalmente utile, il confine c’era ma era come non ci fosse; ora che per motivi giuridici una funzione al confine è stata trovata, ecco che “compare” con tutta la sua forza divisiva tanto quanto irrazionale. Ed è un caso, quello di Chester, che in sé può apparire in fondo piccolo e banale (qui ne trovate un altro, piuttosto simile) ma che scaturisce dallo stesso principio di sostanziale irrazionalità dal quale provengono molti altri casi più eclatanti e critici.

Sia chiaro: i confini esistono, senza dubbio, ma proprio dal punto di vista dell’etimo originaria del termine, zone di contatto e connessione – guarda caso tutti termini aventi il prefisso con, che significa “insieme” – e semmai con accezioni sostanzialmente culturali ben più che politiche, ideologiche o altro di simile, considerando che la cultura è pratica umana che richiede connessione e condivisione, non il contrario.

E se un indomani il Galles si separasse in modi ostili dalle altre nazioni della Gran Bretagna? Non si potrebbe più giocare a football nello stadio di Chester perché in mezzo al campo passerebbero reticolati e muri divisori nel mentre che tutt’intorno il mondo rimarrebbe quello solito, niente affatto diverso al di qua e al di là se non in forza del volere dei potenti di turno?

Insomma, mi torna in mente un altro post scritto tempo fa, che mi pare assolutamente valido al riguardo e che va benissimo anche ai tifosi che si rechino a vedere le partire giocate nello stadio di Chester:

La geografia ci insegna che non esistono confini se non dove noi li vogliamo vedere, perché li immaginiamo nella nostra mente e li costruiamo nel nostro animo.

(S)confini d’una volta e di oggi

Il sito di informazione svizzero “Swissinfo.ch” sta pubblicando un’interessante inchiesta in più parti legata all’epopea del contrabbando, che ha contraddistinto in particolare e peculiare modo le zone di confine tra Svizzera e Nord Italia da fine Ottocento e per buona parte del Novecento – qui sopra pubblico un bel contributo che fa parte dell’inchiesta. Un fenomeno per molti aspetti indotto dalla presenza di un confine che divideva drasticamente una geografia fisica e umana invece unitaria e pressoché omogenea ovvero una comunità di persone unite dalla stessa cultura, da identiche tradizioni, usanze, saperi, visioni e che, se osservato con una speciale sensibilità contemporanea ben consapevole della realtà presente, dimostra la notevole irrazionalità di quel confine, la cui valenza geopolitica appare lontanissima dalla storia e dalle peculiarità (anche identitarie) di quei luoghi.

È un aspetto sul quale a mio modo ho meditato e disquisito nel saggio incluso in Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé e pubblicato da Postmedia—Books come opera integrante dell’omonimo progetto espositivo a cura di Chiara Pirozzi e in collezione al Museo Madre di Napoli – e d’altro canto quello del “confine” è un tema del quale mi occupo spesso anche qui sul blog. Vi ho meditato partendo proprio dalla storia delle Alpi e da quando le vette alpine sono state trasformate muri naturali per confini politici tanto orograficamente netti quanto antropologicamente insensati, dato che fino a quel momento, dal Settecento in poi, le Alpi erano sempre state un territorio di fitti transiti, di scambi e di unioni tra opposti versanti costanti e proficue. L’imposizione di quei confini, è ormai realtà assodata, ha cagionato notevoli danni alle comunità alpine, dalle divisioni socioculturali ai fenomeni all’apparenza suggestivi ma invero drammatici come il contrabbando, appunto, fino a tragici conflitti bellici – la Prima Guerra Mondiale è stata una guerra combattuta sulle Alpi per contendersi confini alpini, per citare l’esempio più evidente.

Oggi i confini sono più labili, in certi territori come le montagne tra Italia e Svizzera, mentre altrove restano tremendamente rigidi, drastici, inumani, seppur anche in queste zone l’illogicità sostanziale di tali demarcazioni geopolitiche emerge nettamente, fin dalla constatazione di come la politica renda tanto rigido un elemento, il confine appunto, invece del tutto labile e spesso culturalmente inconsistente. Senza contare che, come ho scritto nel saggio pubblicato su Hic Sunt Dracones,

anche l’etimologia del termine “confine” è interessante. Viene dal latino confinis “confinante”, composto di con– e del tema di finire, “delimitare”. Non è quindi, in origine, una parola che indica una separazione, o una divisione, piuttosto indica proprio la congiunzione di due elementi. La utilizziamo, oggi, con un’accezione sostanzialmente ribaltata rispetto a quella primigenia: parliamo di confine e pensiamo a qualcosa che divide, ci è stato insegnato a scuola che è così perché così venne stabilito dalle dottrine geopolitiche settecentesche di matrice cartesiana, mentre in verità è il punto in cui due elementi non necessariamente contrapposti – siano essi materiali o immateriali – si toccano, entrano in ovvero stabiliscono un contatto.

D’altro canto, come assai significativamente ricorda l’articolo di “Swissinfo.ch”, quel confine lungo il quale nel tempo sono stati posti cippi, reti, garitte e dogane è oggi «circondato da una fitta vegetazione che non conosce passaporti». Già: al di là di qualsiasi più o meno valida considerazione sul senso contemporaneo del “confine”, la Natura in fondo ci dimostra nel modo più spontaneo e palese la verità “primigenia” che sta sul fondo della questione. Considerarla è quanto meno una manifestazione di buon senso civico, politico, culturale e, non ultimo, umano.