Land (&) Art #5

Sopra: Mark Rothko, No. 3/No. 13, 1949. Immagine tratta da qui.

Sotto: campi di tulipani a Noordwijkerhout, Paesi Bassi. Fonte: Google Maps (immagine rielaborata da Luca).

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Angelo Vaninetti: tra Rothko, Fontana e le Alpi valtellinesi

Alcuni articoli letti di recente mi hanno re-illuminato la figura artistica di Angelo Vaninetti, pittore valtellinese che conoscevo più di nome che di fatto (come altri, credo, ma comunque colpevolmente, visto che il museo che conserva buona parte delle opere di Vaninetti ha sede a meno di un’ora d’auto da casa) ma nelle cui opere oggi, soprattutto in quelle dedicate al paesaggio delle sue montagne di Valtellina e ai dettagli della presenza in esso delle genti che lo abitano, sto scoprendo e cogliendo dettagli, peculiarità e percezioni piuttosto sorprendenti, seppure si tratti spesso di raffigurazioni pittoriche d’una semplicità quasi minimale, apparentemente “ovvie” ma in verità niente affatto tali.

Questa “profonda semplicità” nelle opere di Vaninetti nasce in primis proprio dal legame altrettanto profondo dell’artista con la sua terra, la Valtellina. Come si legge nel sito del museo, «Questa ricerca sul paesaggio l’ha condotto verso risultati originali lontani da compromessi e dalle mode passeggere che spesso influenzano l’operato di alcuni artisti. Vive nei suoi lavori un’eco dei macchiaioli e di quell’attenzione verso temi rurali trattati con una notevole padronanza cromatica. Vaninetti costruisce un universo che lontano dal chiudersi in un immobile passato lancia uno sguardo sul presente, sull’uomo di oggi schiavo di un mondo caotico che ha perso il senso della misura e il valore della verità.»

Ad esempio, per dirvi di quelle mie nuove, inopinate “scoperte” nei quadri di Vaninetti: nell’opera qui sopra, Finestra e muro bianco (1987), nell’ampia campitura cromatica principale, solo variata da leggere sfumature e, ovviamente, da quel “buco” della finestra, ma pure nella striscia di cielo d’un azzurro pressoché uniforme che si contrappone col muro della casa ma senza contrasto, semmai in un’alternanza di colori assai vivi e al contempo garbati, niente affatto dissonanti, appunto, ecco, ci rivedo e non poco la spiritualità cromatica di Mark Rothko, meno cosmica, più rurale eppure similmente profonda e meditativa. Inoltre, quel buco nero della piccola finestra che squarcia il muro, non ricorda in qualche modo (nel principio) il nero che si effonde dai tagli dei Concetti Spaziali di Lucio Fontana? Anche in tal caso senza accezione cosmica e con una significazione più terrena, pragmatica, che rimanda ad un’umana quotidianità ben più semplice ma non per questo meno “misteriosa”, soprattutto proprio nella relazione ancestrale col paesaggio (montano in primis, ma non solo) del quale le forme ritratte da Vaninetti sono un elemento sovente peculiare.

Insomma, Angelo Vaninetti è senza dubbio un artista che merita ben più considerazione di quanta ne goda ordinariamente. Un primo passo in questa direzione è di sicuro la consultazione del sito web del Museo Vaninetti, dove è possibile trovare molto materiale sull’opera artistica del pittore valtellinese; secondo passo, altrettanto importante – per me senza dubbio, ribadisco – è la visita al museo stesso. In fondo, come le tele di Vaninetti invogliano a toccare le pietre, i muri, il legno e ogni altro soggetto così intensamente ritratto, così da cogliere anche al tatto le stesse percezioni che sguardo e mente generano, prima di ciò risulta necessario godere dal vivo di quelle tele e delle narrazioni che vi effondono. L’arte è questo, a ben vedere: il senso della vita che diventa espressione artistica dalla quale scaturisce nuova vita e nuovo senso. Un circolo virtuoso e ineluttabile del quale tutti abbisogniamo per vivere (al) meglio questo nostro mondo.

(Cliccate sull’immagine dell’opera per visitare un’ampia ed esaustiva galleria di lavori pittorici di Vaninetti.)

Visitando “Pollock e gli irascibili”, Palazzo Reale, Milano

L’America, dal secondo conflitto mondiale, uscì vincitrice non solo dal punto di vista bellico ma pure – lo sappiamo bene tutti – da quello economico, tecnologico, sociale, del costume, della cultura popolare: in tal senso “l’America è lo specchio del mondo” è diventato un luogo comune assai diffuso, per rimarcare tale generale supremazia sulla seconda parte del secolo scorso.
Anche per il mondo dell’arte gli USA presero a divenire nel dopoguerra il motore trainante principale, e dal 1950 in poi una generazione di nuovi e rivoluzionari artisti emersero all’attenzione del mondo diventando da quel momento per il panorama artistico un movimento – e una corrente – imprescindibile: l’espressionismo astratto. Opere di rottura con qualsiasi scuola e stilema del passato, sovversive, potentissime, debordanti di energia di molteplice natura: quella che poi venne definita la “scuola di New York” sembrava incarnare la spinta fremente del progresso post-bellico, del boom economico, dei favolosi anni ’60 con tutte le loro novità sociali e di costume, ma in qualche modo quell’energia pareva pure riflettere la percezione e la relativa inquietudine per un progresso che fin da subito mostrava segni di disequilibrio, di instabilità, di pericolose deviazioni verso “effetti collaterali” certamente per nulla positivi.
Invero, la suddetta inquietudine era parte viva delle personalità di quegli artisti, sovente esempi perfetti dell’antinomia genio e sregolatezza, spesso deceduti in condizioni fisico-psichiche precarie e in circostanze drammatiche – morti violente, suicidi, conseguenze di stati di alcolismo cronici, malattie inguaribili e quant’altro del genere. Jackson Pollock fu il carismatico caposcuola del movimento, e fu anche quello che nel modo più tragico ne incarnò la drammatica sostanza. E’ lui il fulcro della mostra allestita a Milano, nelle sale di Palazzo Reale, con una cinquantina di opere (e alcuni video dell’epoca) provenienti dal Whitney Museum in un allestimento curato da Carter E.Foster e Luca Beatrice, e il cui titolo – “Pollock e gli irascibili”, appunto – rimanda ad un’altra “identificazione” del gruppo di artisti, quando per un clamoroso rifiuto alla partecipazione ad una mostra del Metropolitan Museum of Art (della quale essi contestavano l’inaccettabile assenza di opere d’arte contemporanea ovvero il disinteresse dei vertici del museo verso la stessa), vennero definiti irascibili – nella sostanza fu come se i migliori calciatori di una nazione si fossero rifiutati di scendere in campo con la propria nazionale: un atto di protesta che al tempo fece parecchio scalpore, come immaginerete.

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La mostra, ancorché un poco esigua nel numero di opere esposte, è ben fatta. Centrale, come detto, è la figura di Pollock, così come visualmente centrale è la sua celebre opera Number 27, 1950, probabilmente la sua più famosa, vera e propria icona universale dell’action painting, dotata di una vitalità incredibile, veramente potente e impressionante. Da Pollock “il maledetto” – ebbe problemi con l’alcol fin dall’adolescenza, a 40 anni ne dimostrava almeno 20 in più e finì la sua esistenza con un incidente d’auto, come un altro maledetto dell’epoca, James Dean – il percorso espositivo porta il visitatore a conoscere tutti i principali esponenti del surrealismo astratto e dell’action painting: Bradley Newman, Robert Motherwell, Adolph Gottlieb, William Baziotes, James Brooks, Bradley Walker Tomlin, Jimmy Ernst, Ad Reinhardt, Richard Pousette-Dart, Theodoros Stamos, Clyfford Still, Hedda Sterne – tra le poche donne del movimento insieme a Lee Krasner, moglie di Pollock – fino a Willem De Kooning, che in qualche modo chiuse la produzione della scuola propriamente detta, e al meraviglioso (sì, lo ammetto, ho una preferenza per lui, al pari che per Pollock) Mark Rothko, con le sue fantastiche tele a grandi campiture cromatiche le quali fissano una sorta di “ritorno alla calma” per la scuola così prima dedita alla “violenza espressiva” dell’action painting e si rivolgono espressamente allo spettatore, per il quale sono come uno specchio composto da colori atti a raccogliere e inglobare la sua confessione più intima, come se gli dicessero: “Bene, ora non sono più io, opera d’arte, a doverti raccontare qualcosa ma sei tu, spettatore, a raccontarmi di te”. Una conclusione del percorso espositivo parecchio intensa e di grande impatto sul visitatore, direi.

Mostra notevole, insomma, allestita con ottima logica e dotata di apparati critici (esposti coi pannelli lungo il percorso della mostra e attraverso l’audioguida in dotazione ai visitatori direttamente dalla voce di Luca Beatrice) interessanti ed esaurienti. Note di merito alla scelta di allestire le sale con rivestimenti neri, per far risaltare nel modo migliore i possenti cromatismi delle tele, e negli spazi di movimento per il pubblico, finalmente non angusti come in altri eventi espositivi qui a Palazzo Reale; nota di demerito (parziale, diciamo, dacché non così invalidante ma purtroppo reiterata, visto altri casi passati) per alcune illuminazioni, non del tutto riuscite e, in un paio di casi, con i faretti guasti, cosa che a meno di un mese dall’inaugurazione e durante una giornata prevedibilmente affollata di visitatori non è il massimo, ecco.
La mostra continuerà fino al 16 Febbraio 2014. Credo sia una gran bella occasione di conoscere uno dei movimenti fondamentali per l’arte moderna e contemporanea, nonché un gruppo di artisti che così – geniali, profondi e al contempo inquieti, folli ovvero nel complesso autenticamente rivoluzionari – non ce ne sono più molti in giro. Banale dirlo, ma tant’é.
Cliccate QUI per visitare il sito web ufficiale sulla mostra e conoscerne ogni altro dettaglio.
(P.S.: il video è courtesy Artribune.tv)