Vivere le montagne in modo sostenibile: quando l’innovazione è una tradizione ben aggiornata

Nel commentare i buoni risultati (evviva!) del trasporto pubblico locale in alta Valtellina, e nello specifico il collegamento in autobus tra Bormio e il Passo dello Stelvio, una delle strade non solo più alte d’Europa (arriva a 2758 metri di quota) ma tra le più trafficate e dunque ambientalmente impattanti delle Alpi, l’Assessore ai Trasporti e Mobilità sostenibile di Regione Lombardia ha detto che

L’introduzione di soluzioni innovative e sostenibili di mobilità trasformano radicalmente il modo in cui le persone si spostano all’interno dei territori, limitando le distanze tra centri nevralgici e periferici.

Giustissimo. Ma anche no.

Nelle scorse settimane, in varie occasioni pubbliche, ho raccontato la storia della Funivia di Valcava, prima in Lombardia e terza in Italia, inaugurata nel 1928 e ai tempi considerata un gioiello ingegneristico assoluto in forza dei suoi numerosi primati tecnici, che permise di fare della piccola località sull’Albenza una delle prime stazioni sciistiche e di villeggiatura della regione – anche perché la più vicina a Milano (si veda la galleria fotografica d’epoca sottostante).

Bene, guardate questa bella locandina del 1939 che pubblicizzava la funivia e le attrattive turistiche della località:

E guardate cosa proponeva qui:

Che cos’è la «mobilità sostenibile» e il «trasporto pubblico integrato» che oggi viene considerata una «soluzione innovativa e sostenibile di mobilità» proprio come – in salsa propagandistica, ovviamente e inesorabilmente – fa l’Assessore ai Trasporti di Regione Lombardia, se non i «Servizi cumulativi» proposti dalla locandina, solo pensati e efficacemente attuati già quasi un secolo fa?

Certo ai tempi l’auto privata non era diffusa come oggi e molti, per uscire dalle città, non potevano che affidarsi ai mezzi pubblici; oggi cerchiamo di fare altrettanto perché, viceversa, l’auto privata è diventata troppo diffusa, invasiva e insostenibile. In mezzo c’è quasi un secolo nel quale abbiamo perso tempo, percezione della realtà, visione del futuro, attenzione all’ambiente, buon senso. Al punto che, pure al netto della propaganda politica o di altre strumentalizzazioni possibili, finiamo per considerare «innovative» cose che “nuove” non lo sono affatto, in un cortocircuito culturale evidente e piuttosto divertente anche se inevitabile, tanto nel bene quanto nel male.

Conoscerete quel noto aforisma attribuito a Oscar Wilde il quale recita che «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»: in montagna viene di contro da ritenere che l’innovazione, spesso, è una tradizione ben tutelata e rinnovata, ovvero resa contestuale ai tempi e alle circostanze della realtà. I territori montani sono luoghi dall’anima forte anche grazie alle tradizioni – e alle culture, ai saperi, alle nozioni, alle esperienze – secolari che le formano e alimentano: ben lungi da qualsiasi deleterio passatismo (che invece spesso emerge nei discorsi su tali temi), questa fondamentale anima dei luoghi deve camminare nel tempo evolvendosi con il mondo e le comunità che vi si identificano culturalmente, restando forte della propria storia e per ciò sapendosi sviluppare al meglio verso il futuro senza decontestualizzarsi dai propri ambiti, dal luogo del quale rappresenta la vitalità, dai paesaggi, dagli ambienti e dalle loro specificità.

In tal senso, per un luogo peculiare come lo Stelvio, celebre e frequentato passo stradale di rinomanza turistica ma, comunque prima di ogni altra cosa e invariabilmente, territorio naturale d’alta quota, se fu “innovazione” la strada aperta nel 1825 su progetto di quel gran genio che fu l’ingegner Carlo Donegani sì da diventare nei decenni “tradizione” (in quanto opera storica e emblematica della viabilità alpina), non fu “innovazione” lasciare la strada – e il territorio circostante – in balìa del traffico automobilistico privato più incontrollato e dunque non si può considerare “innovativa” una soluzione di mobilità che non fa altro che replicare ciò che si faceva alle origini, quando dal 1831 la strada dello Stelvio veniva percorsa dalle diligenze che assicuravano il servizio di trasporto pubblico da Milano al Tirolo e permettevano, partendo dal capoluogo lombardo, di arrivare a Bormio in 64 ore e Landeck, oggi in Austria, in 125 ore. Oggi non ci sono più le diligenze trainate da quattro sei cavalli e sulla strada dello Stelvio circolano confortevoli bus con molti più cavalli (nel motore): il principio è lo stesso, l’idea quella di due secoli fa, l’innovazione non c’è o è solo formale, non sostanziale.

[Traffico al Passo dello Stelvio. Foto di ©Seehauserfoto tratta da https://salto.bz.]
D’altro canto, per la montagna di oggi, fare innovazione tutelando e rinnovando le tradizioni che sono parte fondamentale del bagaglio culturale montano è, a mio parere, una delle pratiche più importanti e potenzialmente efficaci per preservare e rivitalizzare le terre alte e le comunità che vi abitano (e vogliono continuare a farlo). È anche un modo tra i migliori per frenare, e possibilmente cancellare, quei progetti, quelle opere e in generale la visione più alienata e consumistica che spesso viene imposta alle montagne proprio dalla politica e dai suoi sodali senza alcuna attenzione ai luoghi e alla loro anima, attraverso lo sviluppo turistico eccessivo, invasivo e vorace ma non solo con quello. Ribadisco: ciò senza contemplare qualsivoglia tossico passatismo tanto quanto amministrando nel tempo ed evolvendo i luoghi nelle loro specificità ovvero camminando e dialogando insieme al loro Genius Loci. O girando per le montagne a bordo di un mezzo pubblico, appunto!

 

Sabato scorso alla Costa del Palio, sospesi sullo spazio e sul tempo

Sabato scorso ho avuto il grande privilegio di poter raccontare uno dei luoghi più sensazionali delle Prealpi orobiche, la Costa del Palio, e di farlo in un evento altrettanto foriero di grandi e intense sensazioni: il concerto del Quintetto d’Ottoni della classe condotta del Professor Massimo Capelli presso il Conservatorio “Gaetano Donizetti” di Bergamo, primo appuntamento di “Orizzonti Sonori. Festival tra Musica e Natura sul periplo della Valle Imagna” con la direzione artistica di Giuseppe Capoferri e Damiano Rota per l’Associazione Filodrammatica “Oltre Confine”.

Ho raccontato la geografia e la storia della Costa del Palio, il nodo orografico e antropologico che rappresenta e la rende una zona di secolare e fondamentale importanza per le genti delle valli circostanti, il rappresentare in tal senso una cerniera di giunzione tra persone, culture, tradizioni, saperi nonostante la sua antica funzione di confine, il Genius Loci che lo abita, i vastissimi orizzonti che fanno sembrare il Palio ben più elevato di quanto in realtà sia, le sue peculiarità ambientali, gli affascinanti nuclei abitati sulle sue pendici, l’epopea dei Bergamini che lo “colonizzarono” e ne hanno influenzato l’anima, i suoi celebri “monumenti arborei” e la foresta regionale gestita da ERSAF che annovera alcuni dei faggi più grandi della Lombardia nonché, ultimo ma non ultimo, il valore fondamentale di un luogo del genere per il presente, il futuro e per chiunque vi ci relazioni, tanto da abitante e residente quanto da turista e viandante occasionale.

Per tutto questo, definire “sensazionale” la Costa del Palio non è affatto un’esagerazione ma descrive in modo immediato e profondo – che coinvolge intensamente i sensi, appunto – il luogo: coglierne l’anima in un evento così bello come quello di sabato, “sospeso” insieme alle meravigliose note effuse dagli Ottoni del Quintetto tanto nello spazio, tra le valli che adducono al Palio, quanto nel tempo ovvero tra il giorno che nel tramonto lascia spazio alla notte, mi auguro abbia rappresentato per i tantissimi presenti come per me un’esperienza emozionante e arricchente.

Ringrazio di cuore Giuseppe Capoferri, Baritono e solista del Coro del Teatro alla Scala di Milano nonché appassionato animatore culturale e organizzatore di eventi sempre prestigiosi e affascinanti, per avermi coinvolto nella serata insieme ai ragazzi del Quintetto d’Ottoni e a Pio Rota, fotografo ufficiale del festival.

Venerdì scorso, con la comunità di Valcava

Venerdì scorso, 7 agosto, sono stato a Valcava, sulla dorsale prealpina dell’Albenza, per portare ai presenti storie, geografie, aneddoti, curiosità, racconti, riflessioni sul luogo, e di contro mi è stata portata davanti una comunità viva che ho potuto incontrare, ascoltare, ammirare. Una comunità animata dalle tante persone che amano il luogo da indigeni, residenti o villeggianti, riunite per l’occasione in quantità che lassù raramente prima (così mi hanno detto) s’era vista per riscoprire la propria storia ascoltando quella della “loro” Valcava, per ri-conoscere la propria identità culturale in quella del luogo, per riaffermare la relazione che le lega ad esso in quel reciproco, fondamentale scambio che “fa” il paesaggio e lo rende interessante, accogliente, affascinante… Autenticamente e profondamente vivo, insomma, al punto da alimentare scambi culturali, sociali e umani di valore inestimabile come quello che ho appena descritto.

Per questo, in una serata nella quale io e gli altri relatori abbiamo parlato molto di storie del passato, ho chiesto ai presenti – così numerosi da traboccare dalla sala che ci ospitava – di salvaguardare quelle storie, le memorie conseguenti, il bagaglio culturale che vi scaturisce, e portarsele appreso verso il futuro facendo di esse la base per continuare e, se possibile, per sviluppare ancora di più la relazione con il luogo. Vivere di memorie, come spesso accade nelle comunità di montagna, è tanto suggestivo e rassicurante quanto pericoloso: il rischio è quello di autoalimentare un’alienazione collettiva verso il tempo, prima, poi lo spazio, il luogo stesso, e infine verso sé stessi. Di contro, comprendere che quel bagaglio esperienziale secolare possiede un valore atemporale, un valore importante ieri come oggi e probabilmente ancor più domani, è imprescindibile. Ma non per reiterare un passato che ormai è tale, è andato e non tornerà più, ma per trarne gli aspetti migliori da porre alla base del presente e del futuro: a partire da quello forse più importante, il senso di comunità – e la coscienza condivisa di essere tale – che ho constatato ieri, che magari a volte presenterà attriti e discordie (e dove non ci sono, d’altro canto?) ma che è veramente il centro, il fulcro, il nocciolo di energia che tiene vivi e non solo sopravviventi i luoghi come Valcava.

Ecco, nel corso della mio intervento (alcune delle slide che ho mostrato le vedete qui sopra) ho cercato anche di trasmettere queste riflessioni al pubblico presente, non certo pensando di poter insegnare qualcosa ai valcavesi, ma soprattutto quale forma di gratitudine e riconoscenza per la loro partecipazione alla serata, e per quello che mi hanno saputo raccontare e rivelare di Valcava e di loro stessi semplicemente stando lì in sala e così raccontandosi – loro a me – in un modo bello e profondo come pochi altri.

(La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, quelle della serata di Irene Calderoli: le ringrazio molto per avermele concesse.)

Esplorando paesaggi straordinari e scoprendo le loro affascinanti storie: a Valcava venerdì 7 agosto, alla Costa del Palio sabato 8 agosto

[La dorsale dell’Albenza e la zona di Valcava viste dalla vetta del Monte Tesoro.]
Domani, venerdì 7 agosto, e poi sabato 8 vi accompagnerò, con le mie narrazioni, alla scoperta di due luoghi di grande fascino montano i cui paesaggi sono libri nei quali leggere storie interessanti e emblematiche che raccontano molto delle nostre montagne e di chi le ha vissute e frequentate nel tempo.

Venerdì 7 alle ore 21.00 a Valcava, nella serata dal titolo “Come eravamo”, vi racconterò la storia antropologica del Monte Albenza e quella turistica di Valcava con la sua celeberrima funivia, gioiello tecnologico inaugurato nel 1928, ai tempi la prima funivia della Lombardia e la terza in Italia, che ha fatto della zona la “montagna dei milanesi” e una delle primigenie stazioni turistiche di stampo moderno delle Alpi italiane.

Sabato 8 alle ore 18.30 sulla Costa del Palio, nell’ambito di “Orizzonti Sonori. Festival tra Musica e Natura sul periplo della Valle Imagna”, vi illustrerò le bellezze del paesaggio e le specificità cultura del luogo, spettacolare dorsale montana sospesa tra numerose vallate orobiche all’ombra del Resegone da secoli snodo di genti, culture, saperi, tradizioni, narrazioni affascinanti e coinvolgenti sulle quali si è costruita molta della storia delle Prealpi lombarde.

[Veduta della Costa del Palio, con il Resegone sullo sfondo. Immagine tratta da https://trekntrip.it.]
Vi aspetto, dunque, ad uno dei due appuntamenti o magari ad entrambi, vista la vicinanza delle località (peraltro bellissime da visitare anche al netto del sottoscritto, soprattutto in  questi giorni di clima bollente): trovate tutti i dettagli del caso sulle rispettive locandine. Sarà un piacere “camminare” insieme lungo i sentieri di parole e racconti che vi proporrò esplorando i luoghi e loro vicende storiche e culturali.

Il grande collegamento funiviario attorno al Cervino e il “flop” di turisti: ma quale senso può avere l’esperienza dell’alta quota se raggiunta a bordo di una funivia?

 (Articolo pubblicato in origine giovedì 1 agosto su “L’AltraMontagna”, qui.)

Un commento recente inserito qui sul blog in calce a un articolo che ho scritto sul “Matterhorn Alpine Crossing”, il collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt che sorvola i ghiacciai tra il Cervino e il Monte Rosa del quale qualche mese fa sulla stampa si è rimarcato il “flop” di turisti, mi ha suscitato alcune interessanti riflessioni sulla questione. Il cui nocciolo, secondo molti, ovvero la causa principale dello scarso successo turistico – per il momento –, sarebbe l’elevato costo: 240 Franchi svizzeri (CHF), ad oggi pari a poco più di 250 Euro, per l’andata e il ritorno, che si dimezza a metà per passeggeri fino a 16 anni. In buona sostanza, una famiglia con due figli non ancora maggiorenni, includendo le spese accessorie (carburante, pasti, souvenir, eccetera), per un viaggio giornaliero sulle funivie italo-svizzere rischia di spendere quasi 1000 Euro: chiaramente qualcosa di improponibile per molti. D’altro canto quella dei costi è un’evidenza che è stata rimarcata da molti fin dall’apertura del “Matterhorn Alpine Crossing” un anno fa, prima che uscissero le notizie sulla scarsa affluenza.
Nel commento citato, il lettore tuttavia rimarcava che si trattava comunque di uno spettacolo meraviglioso e di averci portato la madre, la quale altrimenti lassù mai ci sarebbe potuta arrivare.

In effetti 240 CHF o 250 Euro a persona per la trasvolata funiviaria è una spesa notevole; d’altro canto è in linea con il costo dei biglietti di attrazioni alpine simili: ad esempio per un’andata e ritorno completa sulla celeberrima Jungfraubahn quest’anno si spendono 234 CHF, pari a poco più di 244 Euro. Più o meno la stessa cifra del “Matterhorn Alpine Crossing”. D’altro canto, quest’ultimo consta di ben nove grandi impianti funiviari, alcuni dei quali all’avanguardia: la spesa, divisa per essi, equivale a 26,66 CHF a tratta, andata e ritorno. Per fare un paragone casuale, il costo del biglietto di andata e ritorno per l’estate 2024 della sola funivia del Sass Pordoi (Canazei, Val di Fassa), uno degli impianti più frequentati dai turisti che fanno vacanza da quelle parti sulle Dolomiti, è di 28 Euro: in pratica lo stesso prezzo di una singola tratta del “Matterhorn Alpine Crossing”, ma nessuno pare che se ne lamenti troppo. Ovvio che sia così: al Pordoi basta una tratta funiviaria per godere dell’esperienza offerta dal luogo, a Zermatt ce ne vogliono nove per l’intera traversata. Tutto è relativo, insomma, sia nel “bene” (il tipo di esperienza fruibile) che nel “male” (il costo da sostenere per fruirla) ma, come si è cercato di mettere in evidenza, le proporzioni sostanziali non cambiano.

C’è un altro punto di vista, in verità, con il quale si può osservare la questione, che concerne il senso del sostenere una spesa così ingente in relazione all’esperienza che si acquista. Cioè, molto semplicemente: ha senso spendere centinaia di Euro in quel modo e per acquistare quell’esperienza, oppure no?

Sia chiaro: non è una domanda retorica, ognuno può rispondere legittimamente ciò che vuole e ritiene giusto – al netto di casi particolari come, per citare il commento citato poco sopra, la persona che ha difficoltà a deambulare e dunque non potrebbe godere del paesaggio delle alte quote alpine se non usufruendo di una funivia. D’altro canto, a quel punto di vista si può aggiungere una prospettiva ancor più culturale, che tocca pure aspetti etici: quale esperienza alpina si vive raggiungendo l’alta quota a bordo di una funivia? Quanto si può dire autentica quell’esperienza rispetto al contesto nel quale si svolge e a ciò che dovrebbe trasmettere di quel contesto?

Non è un riferimento indiretto e polemico verso quelli che usufruiscono di tali infrastrutture funiviarie che salgono molto in alto sulle montagne in modi palesemente inconsapevoli – il pensiero corre alle frequenti foto di persone che vagano sui ghiacciai in bermuda e sneakers, certo – ma proprio a ciò che essi possono percepire, comprendere, elaborare e rendere nozione esperienziale del luogo così speciale nel quale si trovano – esclusivamente grazie alla tecnologia funiviaria, appunto. Questione non nuova, sia chiaro, ma nata fin dall’inizio del secolo scorso, quando le prime funicolari e funivie raggiunsero le vette di sempre più montagne alpine, inaugurando il fenomeno della “panoramicizzazione” del paesaggio che è tutt’oggi parte integrante dell’immaginario comune sulle montagne.

Anche in questo caso le opinioni al riguardo possono essere numerose e differenti, senza dubbio. È tuttavia interessante aggiungere un’osservazione, molto pratica ben più che polemica: chi non avesse difficoltà motorie di sorta e un minimo grado di allenamento potrebbe godere di un’esperienza autenticamente alpina e glaciale affrontando un’escursione nella zona sorvolata dal “Matterhorn Alpine Crossing” e anche oltre, superando i fatidici 4000 metri di quota, con l’accompagnamento di una guida alpina. In questo caso la prima citata famiglia con due figli non ancora maggiorenni, supponiamo sotto i sedici anni, invece di spendere 750 Euro per la fruizione del collegamento funiviario ne spenderebbe 125 per la guida più 55 (salendo da Cervinia se adulti, la metà sotto i sedici anni) per gli impianti, per un totale al massimo di 180 Euro a persona: un costo più di quattro volte inferiore a quello del “Matterhorn Alpine Crossing” per un’esperienza in quota innegabilmente più autentica e compiuta.

Ecco, potete ben capire perché sia legittimo porsi le domande prima rimarcate e, forse, anche da dove nascano almeno in parte i problemi del grande collegamento funiviario intorno al Matterhorn/Cervino.

(Le immagini delle funivie del “Matterhorn Alpine Crossing” presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/zermattbergbahnen.)