Sul “volo” politico di Fabio Bonetti (sì, quello lì!)

Siccome qualcuno mi ha chiesto cosa ne pensassi del recente “attivismo politico bipartisan” (!) di Fabio Bonetti (lo scrivo così per non incorrere in censure peraltro comprensibili), e avendone poi letto qui e là in ogni senso, dirò che la mia opinione è molto semplice: nulla può vietare a chicchessia di manifestare pubblicamente i propri pensieri quand’essi non ledano diritti altrui, nemmeno lo scrivere e il pubblicare con pervicacia “libri” di m**da.
Che, tanto, tali restano e soprattutto in quanto editi in modo letterariamente acritico e acquistati in maniera decerebrata ma i quali, ribadisco, non vietano affatto la libertà d’opinione e d’espressione di Fabio Bonetti, tanto meno l’eventuale consenso a quanto da egli pubblicamente dichiarato e neppure operazioni di marketing editoriale tanto palesemente demenziali ma evidentemente, per lo stato in cui siamo messi, efficaci.

Ah, la foto in testa al post è la sola decente che ho trovato del Bonetti. Almeno per me, ovvio.

Nel “derby” dei saloni del libro Torino asfalta Milano e stravince la sfida!

Nel mio precedente articolo (anche qui) sulla “querelle” tra Milano e Torino in tema di saloni del libro, m’era venuto di allegorizzare il tutto immaginandolo come una specie di finale a doppio turno, andata e ritorno, d’un torneo di calcio tra le due “compagini”. Bene: l’andata – Tempo di Libri, a Milano – era finita con una bella vittoria della squadra ospite, Torino – un 3 a 0, ecco, – e tutto grazie ai demeriti della squadra di casa. La partita di ritorno – il Salone Internazionale del Libro di Torino – s’è appena conclusa, e alla fine ne è scaturita una sonora asfaltata dell’evento torinese su quello milanese: tipo un 7 a 0, una roba veramente clamorosa, insomma.

Ora qui è inutile che mi metta ad elencare, pure io, ciò che certamente leggerete in mille articoli circa i motivi – ovvero i pregi – per i quali dalla suddetta disfida il Salone del Libro sia uscito innegabilmente vincente; una cosa tuttavia la posso e voglio denotare, dato che a Torino ci sono stato e ho chiacchierato parecchio con editori, librai, scrittori e altri professionisti della filiera editoriale. Nonostante non è che nei padiglioni del Lingotto si vedesse qualcosa di completamente nuovo e inopinatamente rivoluzionario, rispetto ai precedenti saloni – alla fine ciò che spiccava di più, a mio modo di vedere, era l’assenza dei grandi editori che hanno voluto la fiera di Milano, e devo dire che da tale assenza il salone torinese ci ha assolutamente guadagnato, sotto ogni punto di vista -, la cosa veramente nuova e sorprendente rispetto alle edizioni precedenti è stata l’atmosfera generale: un mix di entusiasmo, spirito di rivalsa verso la cronica crisi del mercato editoriale nonché di “orgoglio anti-sistema”, per così dire, ovvero contro il sentore di oligopolio assolutista che si percepiva dietro Tempo di Libri e soprattutto dietro il modus operandi AIE (e dei grandi editori che la controllano, “Mondazzoli” in primis) che l’ha creata.

Sia chiaro, non è che ora ‘sto successone di Torino guarisca il mercato dei libri nostrano dal suo coma o faccia rinascere negli italiani la passione per la lettura forte (magari!), ma senza alcun dubbio contribuisce a rimettere le cose al proprio posto, almeno in tema di grandi eventi pubblici dedicati ai libri: il Salone torinese come manifestazione principale, sia per i lettori che per gli addetti ai lavori, e Milano che innanzi tutto deve mettersi davanti a uno specchio e farsi un bell’esame di coscienza, eppoi che deve profondamente ripensare la propria fiera, magari ripartendo da ciò che la città già da tempo sa fare bene – BookCity per prima cosa: ma perché creare (malissimo) un pastrocchio come Tempo di Libri e invece non potenziare al meglio un evento che già c’è da anni e che s’è conquistato la sua bella credibilità e un altrettanto bel pubblico? – senza più l’arroganza e la supponenza (nonché la concreta e sconcertante incapacità organizzativa) che ha contraddistinto la fiera milanese andata in scena ad aprile.

Il tutto, a prescindere da ciò che vado dicendo da tempo: due eventi “rivali” (o impostati come tali) di questa portata in un paese nel quale 2 italiani su 3 non leggono un libro all’anno, è qualcosa di francamente incomprensibile. In tal senso concordo perfettamente con Nicola Lagioia, direttore del salone torinese, quando afferma: “Ben vengano anche dieci saloni, purché non ci sia il rischio né della fotocopia né del rito cannibalico” Anche perché, come già qualcuno ha rimarcato, è ormai appurato che non sia il successone anche imponente di eventi del genere a fare di un paese una comunità di veri e forti lettori. I problemi di fondo del mercato dei libri italiano restano, e sono ancora sostanzialmente irrisolti; c’è solo da sperare che l’entusiasmo torinese diventi contagioso, e quanto prima.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Nel derby dei saloni Torino è in vantaggio su Milano, ma…

Volendo usare una metafora calcistica ovvero assolutamente nazional-popolare, e immaginando Tempo di Libri, la nuova fiera milanese andata in scena lo scorso mese, e il Salone del Libro di Torino, che partirà il prossimo giovedì 18, come due squadre di calcio, si potrebbe dire che stiano giocando una finale in due turni per il titolo di “miglior evento nazionale dedicato ai libri” e che la partita di andata sia finita con un risultato del tipo 0 a 3 o 0 a 4 per Torino, in trasferta.

Già, perché Tempo di Libri è stata un sostanziale fallimento, ormai tutti lo hanno rimarcato: inventata per fini del tutto politici e assai poco culturali, organizzata malissimo sotto ogni punto di vista e poi, una volta aperta, gestita ancora peggio. Sia chiaro: non che ci si potesse aspettare un successo sconvolgente fin dalla prima edizione, per un evento del genere; d’altro canto si può tranquillamente dire che nulla o quasi è stato fatto al fine di ottenere almeno un discreto successo, generando con tutto ciò gran risate e facce divertite in quel di Torino, che lo sgarbo di Milano l’ha subìto in maniera profonda e chissà quante macumbe ha tirato – la città sabauda, in senso lato – ai milanesi per favorire l’insuccesso di Tempo di Libri.

Fatto sta che, appunto, ora Torino ha guadagnato a suo favore un gran vantaggio su Milano, proprio come se avesse largamente vinto in trasferta un match sportivo. L’imminente Salone peraltro si presenta piuttosto bene, con un aumento di superficie, di editori, di eventi collaterali, una gran bella locandina e, in generale (pare) una verve parecchio diversa dal passato. Tuttavia, continuando nella metafora calcistica, vincere largamente la partita di andata non significa ancora portarsi a casa il “titolo” finale, e non di rado quelle squadre che lo pensano, sentendosi già forti di quanto conseguito nella prima partita e, di conseguenza, sedendosi su allori ancora virtuali, sovente piangono lacrime amare, alla fine di tutto. Ecco: Torino ha un gran vantaggio su Milano, lo ribadisco: di immagine, di prestigio del momento, di gioco – dacché ora può giocare totalmente all’attacco senza più dover pensare a difendersi – di potenziale gradimento del pubblico. Ma di contro ha un passato alquanto pesante da scrollarsi di dosso, un’immagine (propria) da ricostruire, svecchiare, rinnovare, la responsabilità di affermarsi come unico “vero” evento di promozione autenticamente culturale dei libri e della lettura in senso generale, senza legami con attori più o meno potenti del panorama editoriale nazionale e senza altri fini ben più “materiali”… Insomma: potrebbe conseguire una vittoria totale, da “cappotto” o quasi ma, se sbagliasse “partita”, potrebbe essere veramente l’ultima possibilità di poter “giocare” a così alto livello. Se Milano avesse toppato il proprio evento – e l’ha toppato – poteva campare mille scuse al riguardo, magari vacue ma tant’è – e le ha campate, in effetti; se toppa Torino, con trent’anni di storia alle spalle, lo “sporco” di passate polemiche e scandali da spazzare via, la necessità di rinnovarsi e riaffermare il proprio ruolo centrale e insostituibile per il mercato editoriale italiano, rischia veramente di non “giocare” più, lasciando paradossalmente il campo libero a un evento al momento perdente sotto ogni aspetto ma, nel caso, libero di poter agire in regime di monopolio o quasi (dipende dal futuro di Roma, evento certamente dotato di grandi potenzialità ma ancora incapace di sfruttarle al meglio) facendo ciò che vorrà a scapito di tutti.

Credo che Nicola Lagioia, direttore editoriale del Salone di Torino, e il suo staff siano ben consci di ciò e abbiano allestito l’evento di conseguenza, mettendoci tutto l’impegno del caso e pure di più. Hanno la vittoria in tasca, lo ripeto, ma come dice un vecchio proverbio, “Non convien cantare il trionfo prima della vittoria”.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Bel(én) flop! (Un post all’apparenza frivolo ma in verità no, proprio no!)

FlopBelen

Giunte 5 copie d’ufficio [che è un modo elegante per imporre la loro presenza tra gli scaffali], rese 5 copie che vanno ad ammucchiarsi alle altre 9995 rimaste invendute. Questo per dire che i signori editori si lamentano della crisi, ma continuano a commettere gli stessi errori. Einstein sicuramente se la starà ridendo.

(Testimonianza da una libreria, 11/11/2014)

Beh, dai, però un po’ mi dispiace per la bella e brava (fate voi quale dei due aggettivi vi pare fuori luogo) Belén. Sì, perché poverina, lei magari nemmeno sa di quel libro, ovvero nemmeno conosce che ci sta scritto dentro, le avranno detto solo “pubblichiamo ‘sto libro che facciamo i soldi, dai!” e lei ovviamente avrà acconsentito, e poi le hanno detto “ora vai qui a presentarlo e poi vai là e poi in TV e lo spacco inguinale, mi raccomando!” e lei l’ha fatto perché è bella e brava ma pure generosa (ora ne avete tre di aggettivi tra cui scegliere…) e chissà, si sarà pure convinta – dacché è straniera, forse non la conosce ancora bene l’ItaGlia e gli itaGliani – che a chi piacciono le farfalline piacciono pure i libri da leggere (“libri” in senso di oggetti dotati di tale forma, voglio dire.)
Povera Belén! Solidarietà e vicinanza, a lei. (No, nessun secondo fine, ve lo assicuro!)
Eppoi, in secondo luogo (e va già bene, che in giro il tema di seguito trattato è ormai al 28° o al 72° se non al 1245° luogo in ordine di importanza, nell’attenzione dell’opinione pubblica), un po’, anche un po’ tanto, mi dispiace per i lettori. Per noi lettori, sì, mica per gli editori uno dei quali ha preso Il Belén-abbaglio e ora si ritrova con tanta “bella” carta da macero nei magazzini. Mi dispiace perché tutti quei tot libri della bella e brava e generosa ma sfortunata (vedi sopra) Belén almeno occupavano lo spazio sugli scaffali delle librerie che ora invece sarà conquistato da chissà qual altra “opera letteraria” anche peggiore: eventualità pressoché certa per come ormai si comportano gli editori nostrani al riguardo (strategie editoriali, le chiamano, che è come chiamare Boeing 787 un aeroplano di carta), i quali a fronte dell’insuccesso del libro di Belén Rodriguez mica rifletteranno sul fatto che forse ci sarebbe da proporre libri con contenuti più degni di tal nome, semmai si convinceranno che, con tutta evidenza, il libro suddetto rimasto invenduto era troppo poco frivolo (trad.: “scandaloso”) ergo c’è da pubblicare di ben peggio. Più tette, più coiti, più drammi familiari, più gossip della peggior specie. Una soubrette con video porno disponibili sul web e la famiglia in gran parte sterminata: ce n’è una così, in giro? Sarebbe un libro di gran successo, questo sì!
O forse no. Resisto, sì, a che la pratica ma iconoclasta acidità fin qui espressa non soffochi del tutto la speranza che invece, almeno i lettori, abbiano capito ciò che gli editori – tzé! – pare non capiscano. O che capiscono ma se ne sbattono altamente, nel frattempo che nemmeno il libro della siorìna María Belén Rodríguez Cozzani risolleverà i dati di vendita di libri nostrani – e i loro bilanci ultra-dissestati. D’altronde, se un aereo – quel Boeing prima citato, per dire – è fatto per volare e invece viene usato a 90 all’ora in autostrada come fosse un normale bus, non ci si lamenti se gli utenti non se ne servono perché è più veloce il treno… E non gli si aumenti la velocità, che tanto non serve e poi, grosso com’è, nemmeno ci passa dal casello autostradale!

Masterpiece in pieces. Forse che sia meglio pensarci due volte, prima di gettare i libri in pasto alla TV?

Masterpiece, proprio lui, il “talent” sulla scrittura in onda su RAI 3, del quale già scrissi qui sul blog (e non solo) in tempi non sospetti, come si suol dire in questi casi: che si dice in giro, al proposito, dopo che sono andate in onda (al momento in cui scrivo il presente) tre puntate?
Bene: cerco la risposta sul web, molto semplicemente inserendo in Google i termini di ricerca “Masterpiece”, “Rai 3” e “opinioni”, “reazioni”, “pro”, “contro” e qualche altro di simile. Per ogni risultato consulto le prime pagine, ovviamente tra i siti che riportano commenti sul programma.
Ecco cosa leggo…

Maria Vittoria Sparano su antoniogenna.com:

Ed ecco, infatti, che i due terzi del programma, in onda domenica in seconda serata su Rai 3, sono destinati a mostrare i provini, le selezioni preliminari, l’avvicendarsi di volti e racconti che servono a colmare una carenza imperdonabile per questo tipo di trasmissioni tv.
Per non parlare dell’impoverimento e della mortificazione che subisce l’immagine del mestiere dello scrittore. Chissà che cosa ne pensano i giurati De Carlo, Selasi e De Cataldo.
Che la scrittura fosse business lo sapevamo già, e d’altra parte i mestieri del libro hanno un valore e quindi un costo, ma che arrivasse a piegarsi alle volgari regole dello show business nessuno (o quasi) lo immaginava.

Flaminia Mancinelli su agoravox.it:

Il Format ideato per il nuovo programma di RAI3, Masterpiece, dedicato a far emergere un nuovo scrittore da una sterminata platea di “aspiranti” è demenziale almeno quanto lo è l’immaginare di formare uno scrittore grazie a un corso di scrittura creativa. L’ho guardato per capire come un metodo usato per sfornare programmi di culinaria potesse essere funzionale alla selezione di un talento letterario… E la visione di questo nuovo Format mi ha sconvolta e disgustata q.b.

Gaia Conventi su gaialodovica.wordpress:

Quando viene chiesto alla siora Sgarbi perché Masterpiece dovrebbe essere un successo televisivo, la siora spiega che Andrea De Carlo – scrittore che non frequenta circoli letterari e se ne sta parecchio per i cazzi suoi – ci crede parecchio e ha voluto esserci a tutti i costi, «pur sapendo come e quanto il terreno televisivo sia scivoloso per la letteratura».
Ma metti che te lo chieda la siora direttora della casa editrice con cui pubblichi… eccheccazzo!, potrai dire di no? No, penso di no. Insomma, non lo so. Io non rischierei. Dunque De Carlo ci crede, e io ci credo che ci crede, al posto suo farei altrettanto.

Giorgio Mancinelli su la recherche.it:

Oltre l’orario impossibile della messa in onda, il programma è stato, a mio avviso, deludente, molto deludente. Tale da confermare i dubbi della prima puntata. Infatti sfugge dall’essere un ‘talent in progress’ forse perché non sono state spiegate al pubblico le regole del gioco, che del resto non sono esplicate neppure nel ‘regolamento’ pubblicato. Fatto è che non risulta essere una spettacolo di intrattenimento ma un gioco alla mercé di una giuria molto discutibile che, ad esempio, nel caso specifico della puntata in oggetto, sembra aver assunto un atteggiamento più di sufficienza che di rigore. Tolta la maleducazione e la mancanza di rispetto da parte di un elemento della giuria di lanciare un libro in restituzione a una concorrente. Perché donna?, viene lecito chiedersi. L’avrebbe fatto lo stesso con un uomo che avrebbe potuto prenderlo a pugni in faccia? Io non lo credo.

Carlo Trecce sul blog in ilfattoquotidiano.it:

La ricercata, elaborata e non travolgente (per i successi) Rai3 firmata Andrea Vianello è perfetta per ospitare una competizione che dovrebbe essere intellettuale (ma anche no) e deve fare spettacolo(per forza): altrimenti prendi il telecomando e scappi via. Ma perché un cuoco, un poeta, un romanziere, e anche un giornalista, deve piacere ai telespettatori per verificare se deve insistere con quella passione o cambiare mestiere? Se un ragazzo ha la penna di Alberto Moravia lo deve decidere il televoto, lo share o un insegnante ingaggiato per far divertire le famiglie sul divano e i fighetti su Twitter? (…) Masterpiece non è il principio di una strategia televisiva, è la fine. Il crepuscolo. Anche se per Vianello va sperato che sia l’alba infuocata. Ovunque, ma ormai lo strumento è antico, ti fanno giudicare da un giudice in diretta televisiva (o in leggera differita). Fra un po’ verranno a ispezionare la lavatrice per valutare se hai fatto bene o male il bucato. Può essere interessante: sapete quanto sapone viene sprecato? E il monodose non ha eliminato la piaga delle centrifughe di troppo.

Roberto Tallei su twitter:

Bello #masterpiece, ma non ho capito quando iniziano a cucinare.

…E mi fermo qui, per non generare troppo tediosa monotonia.
Ribadisco, ho elencato tutte le pagine con gli articoli più interessanti tra quelle trovate da Google, sul serio, non ho furbamente tralasciato eventuali altre di segno opposto… Che poi ci sono anche, come questa con un articolo di Beatrice Dondi, su huffingtonpost.it:

Se sei un giornalista, magari pieno di followers, con tanti ma tanti amici su Facebook e passi la giornata a parlare di quanto il Pd parli di sé, allora i tuoi nemici sono almeno due: Fabio Volo e Masterpiece, il talent di Rai Tre sull’esercizio della scrittura.
Un programma che seleziona aspiranti scrittori come fossero chef, li fa mettere in gioco sul foglio bianco a mo’ di palco e poi sfilare davanti a una giuria co-protagonista, occasionalmente senza lustrini né applausi di scena. Un buon programma, non eccelso, ma che parte da un presupposto intoccabile: che lo scrivere sia un mestiere che vale ancora la pena esibire.

Peccato però che nei commenti (leggeteli, ve ne sono di parecchio significativi!), i lettori si dimostrino moooooooolto poco concordi con quanto Dondi scrive nel suo articolo…

Ordunque… Ohibò!
Ma?!? Signora Elisabetta Sgarbi – sì, mi rivolgo a Lei, direttrice editoriale di Bompiani che elisabetta+sgarbidovrebbe pubblicare l’opera vincitrice di Masterpiece in sì poco credibili 100.000 (centomila!) copie… – mi rivolgo a Lei non solo perché pare controllare le fila del programma più che la stessa rete RAI che la ospita (vuoi anche per “comprensibili” interessi aziendali…), ma soprattutto perché prima rappresentante del mondo letterario al quale voglio credere (forse troppo ingenuamente) che pure un programma TV come Masterpiece debba fare riferimento… Ecco, Le chiedo: ma non è che in fin dei conti, con ‘sto programma, Lei/voi non state affatto facendo un buon servizio alla letteratura (e inevitabilmente pure alla lettura) nel nostro paese, bensì le state dando l’ennesima clavata sul capo?
Magari sbaglio, eh, anzi, me lo auguro proprio visto quanto è comatoso il panorama letterario nostrano e dunque quanto abbia bisogno di cure urgenti ed efficaci! Però, a quanto pare, non sono il solo a formularmi quella domanda…