Uno “scherzo” dell’antropocentrismo

Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi.

(Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi, Milano, 1977.)

Morselli, credo ironicamente, lo definisce “scherzo” quello evidenziato nelle sue illuminanti parole. Con più chiarezza, forse cinica ma certamente obiettiva, lo si potrebbe definire “una delle stupidità dell’antropocentrismo”. Palese, peraltro.

(L’immagine è tratta dal sito “CriticaLetteraria“, qui.)

I geni, e gli imbecilli

I geni e gli inventori, all’inizio della loro carriera (e molto spesso anche alla fine), sono stati sempre considerati dalla società nient’altro che degli imbecilli.

(Fëdor Dostoevskij, L’idiota, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano, 1998, pag. 410; ed.orig.1869.)

(Dostoevskij nel 1876. Fonte: Wikimedia Commons.)

Per la serie: verità non scritte ma inesorabili valide sempre, nell’antichità come 150 anni fa e come oggi. E nel futuro, ahinoi.

La coscienza e la maggioranza

La coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.

(Harper LeeIl buio oltre la siepe, Feltrinelli Editore, Milano, 2013, cap.11.)

Ha pienamente ragione Harper Lee, e in effetti le sue parole riescono anche a spiegare rapidamente e bene come mai la nostra epoca sia così piena di “incoscienti conformati”, individui che si allineano al pensiero calato dall’alto soffocando del tutto la propria coscienza – termine che deriva dal latino conscientia a sua volta derivato di conscire, cioè “essere consapevole, conoscere”: ciò che risulta quanto di più ostile alle “verità” presunte e imposte come indubitabili.
È un gran bel paradosso, certamente, e parecchio inquietante, ma tanto quelli non ne sono coscienti, non sanno rendersene conto. Con gran danno per tutti, se non si riattiva loro la coscienza – be’, sperando che ne abbiano ancora una, che non sia stata del tutto repressa.

(Post ispirato da un tweet di Emanuela Ersilia Abbadessa, che ringrazio. L’immagine in testa all’articolo è tratta da qui.)

L’infantilismo nella scrittura

Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare; e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere o significare con segni, come fanno i cinesi, la cui scrittura non rappresenta le parole, ma le cose e le idee. Che altro è questo se non ritornare l’arte dello scrivere all’infanzia?

(Giacomo Leopardi, Zibaldone (Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura) 1817-1832, a cura di Giosuè Carducci e altri, Le Monnier, Firenze, 1898-1900, vol.II, p. 310.)

Che Leopardi conoscesse già i social, e leggesse come – ovvero con quali “forme” – molta gente vi scrive i propri pensieri? Be’, forse oggi non è tanto una questione di «lineette, di puntini, di spazietti», ma di punti esclamativi sì (magari scritti così: !111!1!!), non di geroglifici ma di emoticon ed emoji a manetta senza dubbio, e comunque, di sicuro, di drammatica “infantilizzazione” della scrittura, inesorabilmente derivante dall’infantilismo nel pensiero e nelle azioni palesato da molti.
Insomma, il problema permane, anche due secoli dopo.

Italiani che non sanno l’italiano

Leggo dei risultati dei test INVALSI sui livelli di apprendimento degli studenti delle scuole italiane, dai quali si evince ad esempio che – come è rimarcato su “La Repubblica” –  il 35% degli studenti di terza media non capisce un testo d’italiano, e non mi sorprendo affatto.

Non sono sorpreso perché nulla accade per caso, perché la realtà rivela sempre le sue innegabili verità, perché mi guardo intorno e vedo il mondo che abbiamo generato, perché se per lungo tempo si semina la gramigna non c’è da stupirsi se poi non spunti la lattuga, perché un analfabetismo strumentale e funzionale così diffuso nei ragazzi è specchio perfetto di quello dilagante tra gli adulti, sui quali cadono molte delle colpe di questa situazione. I poveri studenti italiani, a ben vedere, non sono solo il risultato finale di un certo processo di degrado culturale ma, cosa ben peggiore, ne rappresentano il fulcro: perché sono quello, vittime dell’ignoranza e della trascuratezza dello stato nei confronti della preparazione scolastica – pilastro fondamentale di qualsiasi società avanzata – ma rappresentano pure la sentenza di condanna a carico dello stato stesso ad una futura (ma prossima) decadenza sempre più profonda e oscura, inesorabile se non si comprende la gravità della situazione, se si continua a trascurare la realtà dei fatti e a ignorare le sue verità, e se non si mettono in atto rimedi immediati e risoluti. Che sono certamente possibili, a patto di manifestare la volontà (politica, in primis) di attuarli: cosa che non vedo così palesata, appunto. Gli studenti italiani non sono affatto il “problema”, anzi: la mia fiducia nei loro confronti resta immutata e assai alta, a patto che vengano messi in condizione di recuperare gli eventuali deficit di apprendimento e culturali segnalati dall’INVALSI: ecco, riguardo a che ciò accada veramente va il mio timore più grande, non ad altro.

D’altro canto, non affermo tutto questo per mia mera opinione ma avendo ben presente (vedi qui) quanto il mai troppo compianto Tullio De Mauro andava denunciando già da diverso tempo al riguardo:

“Il grave analfabetismo strumentale e funzionale incide negativamente sulle capacità produttive del paese ed è responsabile del grave ristagno economico che affligge l’Italia dai primi anni novanta.”

Aggiungendo poi, non casualmente (dico io), che:

Purtroppo l’analfabetismo è oggettivamente un “instrumentum regni”, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni.

Un eccellente ed efficace sistema di potere e di controllo delle masse culturalmente impreparate ergo incapaci di comprendere a quale sottomissione siano sottoposte, insomma.

Ecco, il cerchio è di nuovo chiuso. Con tutti noi dentro.

P.S.: peraltro, già due anni e mezzo fa, scrivevo questo al riguardo.