Reddito di cittadinanza? Ok, ma a una condizione…

Silvestro Bossi, “Lazzari giocano a carte”, 1824.

Io non sono mica poi così contrario al cosiddetto “reddito di cittadinanza”, eh!
Sì, può essere assolutamente utile e giusto. A una condizione, però: che sia riservato non tanto a quelli che non lavorano, semmai a quelli che “lavorano” passando la giornata lavorativa a scaldare la sedia, a dimostrare costante imperizia e indolenza, a combinare danni che tanto saranno altri a dover sistemare, a tirar sera portandosi a casa, a fine mese, un emolumento del tutto immeritato. E sono tanti, tantissimi, ne ho riscontro quotidiano e crescente.
Se volessi essere scurrile, potrei riassumere quanto sopra in “a tutti quelli che lavorano col culo” ma non voglio affatto esserlo, dunque fate conto che non abbia scritto nulla. Ma che lo abbia pensato sì, assolutamente.

Ecco: sia riservato a questi, cotal “reddito di cittadinanza”, sì che possano lasciare il posto a tanti altri che – non ci vuole granché! – possano e sappiano lavorare molto meglio di essi e che magari ora risultano disoccupati per colpa della natura utopico-fantastica, al solito qui, della meritocrazia. Un concetto che è come il mostro di Loch Ness: in tanti da tempo ne dicono e dibattono ma nessuno mai l’ha veramente visto.

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La “Festa” del “lavoro”?

Ma poi, scusate… Nel giorno della “Festa della Mamma” o “del Papà” si ignorano madri e padri? E l’8 marzo, nella “Festa della Donna”, vengono forse celebrati gli uomini e magari il 2 giugno, che è la Festa della Repubblica, si inneggia alla monarchia? Oppure, per dirne un’altra ancora, la Giornata degli Alberi del 21 di novembre per caso viene festeggiata a colpi di motoseghe e accette?
No, appunto.
Dunque perché nella Festa del lavoro (o dei lavoratori) del 1° maggio non si lavora*?
P.S.: la mia è una provocazione, certo. Ma, ribadisco, poco apprezzo tali celebrazioni one shot, che finiscono spesso (e loro malgrado) per rendere ambiguo se non ipocrita il messaggio pur importante ed emblematico che vi sta alla base. Piuttosto, al riguardo, ciò su cui io rifletto è altro, ovvero: è il lavoro che nobilita l’uomo, o è l’uomo che deve saper nobilitare il lavoro che fa? (Sempre poi che certi lavori nobilitino ancora, o possano essere nobilitati…) E, in tal senso, aveva forse ragione (con provocazione letteraria, qui, ma tant’é) Sebastiano Vassalli, quando affermava, ne La Chimera, che “Il lavoro è l’ultima risorsa dei coglioni! È l’ultima speranza dei falliti, ricordatene!”? Insomma: ok, lavorare è (forse) giusto e bello, se lo si fa bene, ma oggi, in fin dei conti… cui prodest?

*: salvo chi sia costretto a farlo, ovviamente – il che è già un bel controsenso, in molti casi.

L’appello a favore della cultura, e la pioggia nel deserto

L’appello ad una ben maggiore attenzione nei confronti della cultura da parte della politica, rivolto a questa da una nutrita schiera di intellettuali, artisti, studiosi, accademici ed esponenti vari del panorama culturale nazionale nell’imminenza del voto elettorale, mi dà l’impressione di un improvviso acquazzone in mezzo al deserto.

Ovvero, da un lato qualcosa di necessario, indispensabile, essenziale per un territorio tanto arido – culturalmente, e non solo – come purtroppo è quello italiano; dall’altro, un apporto di pioggia assolutamente vitale che tuttavia rischia di essere assorbito totalmente da un terreno, ribadisco, ormai inariditosi al punto da non saper trarre nulla o quasi di realmente rinvigorente, da una tale circostanza.

Sono pessimista, sì, perché ho la netta sensazione che le classi politiche e dirigenti italiane non da oggi ma da tempo abbiano scelto di mettere da parte la cultura, di relegarla in un angolo polveroso e buio quando non di ignorarla del tutto, inseguendo altri “valori” molto più materiali, biechi, assolutamente più degradanti ma in grado di conferire tornaconti particolari (ovvero a vantaggio dei singoli, non certo della collettività) nel breve periodo. Qualcosa, insomma, di totalmente antitetico a ciò che è la cultura, ma pure a ciò che è la civiltà.

Ben venga l’appello suddetto, anzi, sia lodato e glorificato in ogni modo. Ma che non resti un’iniziativa dettata dal momento elettorale, che l’appello diventi un’invocazione, una sollecitazione continua, un’esortazione costantemente reiterata e rivendicata. Come se quell’acquazzone estemporaneo potesse diventare un monsone, inondando quei territori al momento quasi del tutto desertici, rendendoli di nuovo culturalmente fertili, produttivi, vivi: e tutti noi che in qualche modo ci occupiamo di cultura dobbiamo essere “nuvole” cariche di siffatta indispensabile pioggia. È un dovere dalla cui messa in atto nessuno si può sentire sollevato. Perché – lo rimarca bene lo stesso appello – se la cultura è viva, vive anche la società e ugualmente è viva la civiltà. Il che in Italia, peraltro, significa pure fare “vivere” bene il PIL.

Sono considerazioni del tutto elementari, queste, di una logicità assoluta. Meno che per la politica italiana, temo, almeno per come ha agito fino a oggi.

P.S.: in ogni caso, come la penso sul tema lo scrissi pure qui – e ribadisco con crescente decisione quelle mie riflessioni.

(Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere un articolo al riguardo tratto dall’Huffington Post.)

Il cancro della cultura (e non solo di quella)

Quasi tutte le volte che mi occupo di cultura attiva, ovvero di iniziative in ambito culturale di varia natura, immancabilmente – da anni, intendo dire – finisco per scontrarmi con quella convenzione, prassi, luogo comune, modus cogitandi o come diavolo lo si voglia chiamare, per il quale la cultura deve essere liberamente fruibile da tutti, dunque gratuita. Dunque non retribuita – o retribuita con “compensi” da fame. Come se il lavoro intellettuale e creativo, per sua natura immateriale, non fosse quantificabile e valorizzabile, dunque chi lo pratica s’attacca. Che nel principio sarebbe un po’ come dire che siccome, per ora, a fare viaggi interstellari non ci possiamo andare, tanto vale retribuire gli scienziati e ricercatori che studiano le stelle e lo spazio.

Tutto ciò, inoltre, non comporta solo che, se la produzione culturale non viene adeguatamente valorizzata, chi ne è artefice non venga altrettanto adeguatamente retribuito, ma pure che – assai biecamente – su di essa non si investa come sarebbe adeguato, anzi, indispensabile fare. E ciò comporta un’ulteriore conseguenza: che la produzione culturale non produca quella ricchezza che assolutamente potrebbe produrre, e sulla quale un paese come l’Italia potrebbe non dico prosperare ma quanto meno sostenersi e svilupparsi – culturalmente, pure: cosa oltre modo necessaria, inutile rimarcarlo.

Questa situazione rappresenta un vero e proprio cancro, per la cultura italiana. Un male via via sempre più incurabile, se non guarito rapidamente, che per giunta finirà per causare danni anche ad altri ambiti – quello sociale in primis.

Dunque? Dunque – scusate il linguaggio assai franco – vaffanculo a chiunque e a ogni cosa perseveri nel conservare un tale deleterio status quo. E un invito a boicottare qualsiasi iniziativa di natura culturale che si pretenda venga realizzata in maniera gratuita o malamente retribuita, rivolto in primis a chi ne è soggetto attivo – artisti, creativi, autori, eccetera – e subito dopo al pubblico. Il quale deve capire una volta per tutte che, se all’apparenza è “tanto bello” fruire contenuti culturali gratis, se fa tanto figo sostenere idee del tipo “la cultura deve essere a disposizione di tutti, anche di chi non se la può permettere!” (per carità, poi! Tra tanti Euro spesi per mere scempiaggini consumistiche, non si spendono pochi euro per un buon libro, uno spettacolo teatrale, una mostra d’arte? Suvvia, siamo seri!), alla fine dei conti la somma è 0. Zero, sì: zero cultura, ovvero la strada spianata all’imbarbarimento definitivo. Oltre che all’impoverimento economico, perché, come detto poco fa, la cultura può generare numerosi (e virtuosi!) punti di PIL, se la si coltiva al meglio.
Altrimenti, ribadisco, l’unica parola adatta è quella assai franca lì sopra. E basta.

Lavorare col c… ervello no, eh?

Vi avviso: sarò acidamente sarcastico, in quanto state per leggere.

Quando sento/leggo le notizie sull’andamento del PIL nazionale, il quale quasi sempre risulta inferiore al resto della cosiddetta Eurozona e a motivo di tale evidenza vengono mosse varie e molteplici cause – fiscali, infrastrutturali, politiche, eccetera – beh, io invece sono sempre più convinto (dacché raccolgo testimonianze pressoché quotidiane, ormai) che se molta gente lavorasse più con la testa che col culo (scusate la franchezza) il dato del PIL risulterebbe alla fine assai migliore.
Per carità, non dico che ciò accada solo qui e non all’estero, anzi, magari è pure peggio ma, ovviamente, io conosco e vivo la realtà italiana e dunque di quella dico. E dico pure che in tale realtà c’è un’infinità di gente che lavora meravigliosamente, sia d’intelletto che di braccia, ma ce n’è sempre più (ormai è da qualche lustro che lavoro pure io e in settori diversi, dunque un certo frangente temporale “statistico” l’ho vissuto) che invece se ne sbatte altamente della bontà, della qualità e della resa del proprio lavoro, e di come ciò possa provocare problemi agli altri.
D’altro canto, lo si sa bene, ormai, uno degli esempi più assodati di tale maledetta condotta viene proprio dagli ambiti istituzionali. Come dire: da “maestri” tanto cattivi non possono certo venire buoni scolari!

Ve l’avevo detto che sarei stato acido e sarcastico. Inesorabilmente.