Ci abitueremo anche alle siccità, oltre che al «clima caraibico»?

[Il Po nel cremonese a metà giugno 2026. Foto di Gianpaolo Guarneri (Studio B12), tratta da www.cremonaoggi.it.]
Il nord Italia è alle soglie (o forse già oltre) di una nuova «emergenza idrica», vista la situazione di siccità che sta caratterizzando le ultime settimane, peraltro tra le più calde di sempre. E, nuovamente, penso che sia una cosa incredibile, essendo l’Italia settentrionale, e la regione padana in particolare, ai piedi di una grande catena alpina formalmente tra le più ricche d’acqua del continente. Ma nevica sempre meno, in quantità e in durata, i ghiacciai si riducono sempre di più perdendo la facoltà di essere il principale serbatoio di acqua potabile a disposizione, i periodi di pioggia seguono cicli molto diversi dal passato tra assenze prolungate e fenomeni troppo violenti, e la crisi climatica in divenire, con i suoi effetti sempre più pesanti, sta facendo diventare qualcosa di impensabile per le regioni alpine e prealpine italiane fino a poco tempo fa, la siccità appunto, un fenomeno ordinario e ricorrente.

Come riporta “Il Post”, l’intero bacino del Po è in sofferenza e il grande fiume padano è da giorni a livelli estremamente bassi: il 30 giugno la portata a Pontelagoscuro (Ferrara) era inferiore del 70 per cento rispetto alla portata media storica che di solito viene registrata nello stesso mese, e da allora la situazione è inevitabilmente peggiorata, con problemi crescenti per le zone che vivono delle sue acque. I laghi non stanno affatto meglio, e ciò in tutto il paese: “La Nuova Ecologia” rileva che al Nord il lago Maggiore, d’Iseo e di Como (Lario) quelli più in sofferenza, nel centro Italia il Trasimeno e i laghi laziali di Albano e Nemi. Nel sud resta alta l’allerta per il Pergusa. Per dare qualche dato emblematico, in meno di dieci giorni (tra il 30 giugno e l’8 luglio) il Lago Maggiore ha perso 43 milioni di metri cubi di acqua, quello di Como è calato di oltre 22 cm da fine giugno ed è pieno per solo il 41%, il lago d’Iseo addirittura per il 35%. E sulle Alpi, lì dove ci dovrebbe essere più acqua che altrove, già molti rifugi sono alle prese con una crisi idrica che quest’anno si è manifestata con particolare intensità e largo anticipo rispetto alle stagioni precedenti, come riferisce “Il Dolomiti”. Un simile allarme è stato lanciato anche nel Canton Ticino – che è in Svizzera ma è compreso nel bacino idrografico del Po – riguardo gli alpeggi, presso i quali l’acqua scarseggia, l’erba ingiallisce e diversi allevatori dichiarano alla testata “Tio.ch” che stanno pensando di scaricare il bestiame in anticipo.

Insomma: l’impossibile o quasi di un tempo, la mancanza di acqua nelle regioni alpine e prealpine, oggi rischia di diventare il sempre più probabile.

[Una veduta del Lago artificiale di Livigno del 16 luglio scorso.]
Per tutto ciò, oltre che per altri motivi di diversa natura, l’acqua sta diventando un elemento sempre più fondamentale per il presente e il futuro, un bene comune nel senso più assoluto della definizione che, in quanto tale, deve essere gestito e salvaguardato in maniera altrettanto assoluta. Ad esempio, è inammissibile che un paese che si ritiene civile e avanzato come l’Italia presenti una dispersione media di acqua dalle reti pubbliche di distribuzione idrica del 42%! Ciò significa che ogni giorno si perdono circa 157 litri di acqua per ogni abitante, equivalenti a un danno economico stimato in 9,8 miliardi di euro all’anno; di contro, siamo da oltre vent’anni il paese UE che preleva più acqua dolce per uso potabile, superando nettamente Francia e Germania, e tale primato si accompagna a un forte ricorso alle acque sotterranee. Tanta acqua usiamo, tanta ne sprechiamo, insomma.

Parimenti, per tornare sulle montagne, diventano sempre più inammissibili gli usi superflui e a scopo di lucro privato dell’acqua: sì, sto inevitabilmente pensando innanzi tutto ai cannoni per l’innevamento artificiale che nei mesi invernali consumano e tolgono risorse idriche all’uso collettivo ignorando bellamente la natura di bene comune dell’acqua – e non è vero che poi l’acqua divenuta neve artificiale sparata sulle piste poi torna a disposizione, visto che una parte non trascurabile di essa, fino al 35% in certe condizioni, viene persa per evaporazione o per sublimazione.

Come scrive Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, in un editoriale pubblicato sul sito dell’associazione, «La crisi climatica entra nelle montagne e mette in discussione un modello di sviluppo che continua a consumare risorse, territori e futuro. Dai laghi alpini che si prosciugano ai rifugi riforniti con elicotteri e autobotti, dai bacini per l’innevamento artificiale alla crescente richiesta di acqua da parte delle pianure, le montagne stanno mostrando segnali inequivocabili di una crisi ormai evidente. Ma la risposta della politica e di una parte del mondo economico sembra ancora ancorata alla logica della crescita senza limiti, incapace di riconoscere che le terre alte non sono un serbatoio infinito di risorse da sfruttare. Quanto ancora potranno resistere le montagne prima che gli effetti delle nostre scelte diventino irreversibili?»

[il Ghiacciaio d’Indren a metà luglio, già spoglio di neve e annerito dai detriti fin verso i quattromila metri. Immagine tratta da www.lastampa.it.]
E, a proposito di politica, il bene comune-acqua va salvaguardato anche politicamente e civicamente: ad esempio dai crescenti tentativi di privatizzazione che, nonostante il referendum del 2011 nel quale gli italiani hanno ribadito il carattere pubblico dell’acqua – decisione democratica che, tanto per cambiare in questo povero paese, è stata ampiamente disattesa – continuano e aumentano, visto che alcuni soggetti hanno scaltramente capito che l’acqua sarà veramente e sempre di più l’oro (blu) del futuro e stanno cercando di accaparrarsene il controllo, come ben racconta un altro articolo de “La Nuova Ecologia”. D’altro canto di motivi validi e validissimi per salvaguardare collettivamente e caparbiamente l’acqua ne conoscerete di sicuro a vostra volta – partendo dall’analisi dei nostri comportamenti domestici, che forse trascuriamo ancora troppo.

Insomma: che sulle Alpi e nelle regioni limitrofe si arrivi a soffrire di siccità e di conseguenti emergenze idriche è formalmente una “assurdità” che col tempo, e rapidamente, sta diventando sempre meno tale e ben concreta. Vi ci abitueremo, alla mancanza di acqua così come al «clima caraibico» citato di recente da una miserrima figura istituzionale? Dovremo andare a vivere sui monti per sfuggire il caldo sempre più estremo delle città, ma poi lassù non avremo acqua a sufficienza per restarci? O sapremo mettere in atto una gestione politica, economica, civica, ambientale, ecologica del bene comune-acqua ben più logica e assennata di quella attuale?

Credo (e temo) siano domande da porsi senza troppi indugi, e alle quali saper dare le più buone risposte possibili.

L’abbassamento dei livelli di falda, un problema tanto grave quanto troppo poco considerato

[Un torrente nei boschi vicino casa, qualche giorno fa.]
In questo periodo, dalle mie parti, c’è un motivo di gioia in più per vagabondare sui monti: quello generato dal vedere i ruscelli e i torrenti belli pieni d’acqua, in forza delle frequenti e abbondanti piogge delle ultime settimane. Quasi ogni corso d’acqua, da quelli maggiori ai rigagnoletti nascosti nel sottobosco, si è riattivato rianimando di conseguenza l’intero circondario che così appare più vivo, vibrante di energia, fremente come l’acqua che scroscia e fluisce e dona a chi passeggia uno dei più piacevoli sottofondi sonori che la natura sappia elargire.

Scrivo che ogni ruscello o torrente si è ri-attivato perché è proprio grazie a questa vitale rinascita idrica che nella mia mente tornano i ricordi di come solo un paio d’anni fa quegli stessi corsi d’acqua fossero invece inattivi, vuoti, secchi, sterili, tremendamente desolanti nel loro aspetto di lunghe colate di massi grigi e polverosi, completamente prive di acqua, che tagliavano i territori ferendone la bellezza e devitalizzandone l’ambiente, dopo la prolungata mancanza di piogge e di nevicate sui monti che quasi tutte le Alpi avevano dovuto registrare. Quest’anno per fortuna è andata bene (anche troppo!) ma l’estremizzazione delle conseguenze del cambiamento climatico in corso fa purtroppo temere che altre siccità, con relative emergenze idriche, potranno manifestarsi di nuovo nelle stagioni future e chissà in quale entità. Per questo trovo così bello il poter godere di tutta quest’acqua nei “miei” torrenti montani: sto acquisendo una memoria che manterrò sempre vivida, sperando che nel frattempo torni a essere l’immagine di una normalità e non il ricordo di un periodo eccezionale.

[Il segretario Loki è sempre estremamente contento di trovare acqua abbondante nei torrenti.]
D’altro canto la carenza o la mancanza di acqua nei torrenti della mia zona e di altre non è che una delle manifestazioni di un problema parecchio critico anche perché ormai pressoché cronico: il generale abbassamento dei livelli delle acque di falda e dunque delle sorgenti, che alimentano la gran parte di quei torrenti. Ricordo, quand’ero ragazzino, che con mamma e papà si veniva a camminare la domenica lungo i sentieri dei monti sui quali oggi vivo e, salendo in quota, incontravo numerose sorgenti con fiotti d’acqua copiosi e sempre presenti i quali, oltre alla mia borraccia, alimentavano i ruscelletti che a valle s’allargavano diventando veri e propri torrenti. Poi, col passare del tempo, ho visto quei getti d’acqua diminuire costantemente d’intensità e in modo crescente negli ultimi anni, anche in forza della visione più frequente, e alcuni di essi, magari nei periodi estivi più afosi e meno piovosi, perdere del tutto l’acqua fino alle piogge autunnali. Oggi, molte di quelle sorgenti appaiono attive per brevi periodi legati esclusivamente alle precipitazioni stagionali; di neve in inverno ne cade pochissima e il suo apporto alle falde, una volta fusa, è minimo; i nubifragi, anch’essi in palese aumento, sono talmente violenti da non dare il tempo al terreno di assorbire la pioggia e trasferirla alle falde sotterranee; inoltre, come detto, stanno comparendo fenomeno meteo-climatici come le prolungate siccità che fino a qualche anno fa si ritenevano impossibili nelle zone alpine e prealpine, naturalmente ricche di risorse idriche.

Tuttavia, non è soltanto un problema meteoclimatico legato alla quantità di precipitazioni o alle temperature in aumento. C’è anche una causa prettamente antropica che l’immagine qui sotto, trovata in giro sul web, spiega perfettamente:

Sulle montagne di casa (ma, ripeto, il problema è generale e diffuso ovunque sulle montagne), dove una volta c’erano così tanti ruscelli, torrenti e sorgenti ricche di acqua mentre oggi molto meno, si è scavato e costruito molto e di frequente – come mi hanno confermato pure alcuni conoscenti che di territori e di acqua si occupano per professione – con gli scavi si è andati a intercettare i livelli di falda, posti non di rado a scarsa profondità rispetto alla superficie del terreno. Un po’ come aver bucato un contenitore pieno d’acqua, la quale lentamente ma inesorabilmente è fluita fuori lasciandolo così vuoto e ugualmente privi di alimentazione i ruscelli a valle la cui vitalità idrica da quel “contenitore” per buona parte dipendeva. Il “contenitore” magari lo si può anche riparare, ma l’acqua che conteneva è ormai andata persa e per recuperarla bisogna immetterne altrettanta: ovvero, per rianimare la falda che ha perso la propria acqua servono periodi prolungati di pioggia abbondante, proprio come quello in corso nel nord Italia ma che, nella realtà meteoclimatica attuale, rappresenta un’eccezione. Se piove tanto il livello di acqua nella falda risale, se piove poco o nulla ovviamente no, al netto che eventuali escavazioni del terreno realizzate in corrispondenza dell’acquifero sotterraneo non ne abbiano compromesso la capacità di tenuta della propria riserva idrica.

[Il torrente Terrò, tra Orsenigo e Cantù in Brianza (Como), completamente in secca a fine inverno 2023. Immagine tratta da www.quicomo.it.]
Ecco, io non sono un tecnico del settore idrico o una figura assimilabile, dunque non entro nel merito degli aspetti geologici e idrologici della questione: mi occupo di territori, paesaggi e relazioni antropiche con essi. Quindi, il rilievo primario che in queste circostanze cerco di cogliere e analizzare nello studio di essi è proprio l’effetto della carenza ormai ordinaria di acqua nei torrenti sulla percezione materiale e immateriale del rispettivo paesaggio, la quale assume anche valenze psicogeografiche dacché va a influire direttamente sull’elaborazione culturale di quel paesaggio nella persona che vi ci si trova e vi interagisce. Basti pensare, molto banalmente, a come un bosco attraversato da un torrente in secca appaia meno vitale e animato nonché più malinconico di un altro che goda del transito d’un torrente vispo d’acqua abbondante. La sola visione della colata di massi e pietrisco inaridita “devia” i sensi e la percezione d’animo verso suggestioni piuttosto meste (anche se inconsce, forse) e d’altro canto l’acqua è l’elemento per eccellenza che rappresenta e manifesta primariamente la vita in natura e la vitalità dei suoi ambienti: è inevitabile che la sua assenza susciti sensazioni opposte in chiunque.

[Così si presentava il torrente Pioverna, corso d’acqua principale della Valsassina (Lecco), a giugno 2022. Immagine tratta da www.leccoonline.com.]
Dunque, se qualcuno in questi giorni si lamenta delle piogge così frequenti e abbondanti (anche al netto di malaugurati danni che purtroppo l’intensità di certi nubifragi attuali purtroppo provoca), beh… non ha tutti i torti. Però sappia che, almeno, tutta questa pioggia ha ridato vita a molti corsi d’acqua che l’avevano persa e dunque “rifocillato” molte falde sotterranee rialzandone i livelli, speriamo per lungo tempo, con benefici per quelli come me che abitano e vagabondano sui monti in prossimità di quei torrenti ma anche, e soprattutto, per le pianure e le loro città verso le quali dalle montagne i torrenti fluiscono facendosi fiumi che portano l’acqua in innumerevoli case, industrie e campi agricoli. Mi auguro che anche laggiù questa temporanea abbondanza di acqua possa rimarcarne l’importanza fondamentale e contribuire a tenere viva la memoria esperienziale dei recenti anni di inopinata e inquietante emergenza idrica: quest’anno, come detto, le cose al riguardo ci stanno andando bene, in futuro chissà.

Il Lago d’Aral e l’industria dello sci

[Foto di tunechick83 da Pixabay.]
Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia del Lago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.

In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.

Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.

Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.

Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.

Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?

Una follia, in buona sostanza.

Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.

Dal Ministero del Turismo 148 milioni di Euro per gli impianti di sci, solo 4 per il turismo sostenibile. Va bene così?

148 (centoquarantotto) milioni di euro destinati al fondo per l’ammodernamento, la sicurezza e la dismissione degli impianti di risalita e di innevamento artificiale; quattro (4) milioni di euro per la promozione dell’ecoturismo e del turismo sostenibile che mirino a minimizzare gli impatti economici, ambientali e sociali. Entrambi i fondi arrivano dal Ministero del Turismo e sono destinati alle imprese: decreti e graduatorie sono stati pubblicati sul sito del Dicastero citato.

Destinati alle imprese, già, quelle che per proprio statuto fanno lucro in montagna non di rado – purtroppo bisogna denotarlo – senza troppo badare al territorio e al paesaggio sfruttati per i propri interessi. Non vengono destinati alle comunità residenti, ai montanari, ai loro bisogni, ai servizi di base, alle necessità legate alla vita quotidiana, a scuole, trasporti pubblici, sanità, assistenza sociale,  centri socioculturali… tutte cose che, evidentemente, vengono viste con parecchio disprezzo dalle parti del Ministero, altrimenti non si spiegherebbero i 144 milioni di differenza tra i due stanziamenti. Da una parte la torta straboccante di golosità, dall’altra soltanto le briciole.

Inevitabilmente anche l’UNCEM, Unione Nazionali Comuni Comunità Enti Montani, denuncia tale assurda situazione attraverso le parole del Presidente Marco Bussone (prese dall’articolo di “Ossola News” che vedete lì sopra, nel quale le potete leggere nella loro interezza):

I fondi potevano essere distribuiti diversamente, guardando alla vera sostenibilità, alle green communities, e non solo ai 300 paesi alpini e appenninici con impianti di risalita, importantissimi, ma non da soli, in un sistema. I finanziamenti del Ministero del Turismo, ribadiamo con forza, vanno investiti coinvolgendo insieme con le imprese – come Uncem aveva chiesto, inascoltata senza motivo, in alcuni tavoli tecnici ministeriali – direttamente gli Enti locali, Comuni, Unioni montane, Comunità montane. Potevano essere loro i beneficiari, per fare progetti integrati pubblico-privati, per le comunità locali. Invece le risorse ministeriali vanno direttamente alle imprese. Molti fondi per far fronte al futuro dello sci che, con la crisi climatica in corso, va totalmente ripensato.

Anche su “Il Fatto Quotidiano” Alberto Marzocchi, giornalista nonché maestro di sci, dunque assai competente sulla materia, ha pubblicato un illuminante articolo nel quale elenca, con nomi e somme, tutti gli stanziamenti a livello nazionale per le stazioni sciistiche, accentuando il parossismo della “nevicata” di soldi pubblici elargita dal Ministero, sovente a comprensori che da numerose stagioni lavorando in perdita e presentano bilanci da tribunale fallimentare. Una vera e propria «politica dell’accanimento terapeutico», come inevitabilmente la definisce Marzocchi.

Be’, a me pare ormai palese che, in tema di politica contemporanea e gestione dei territori montani e rurali, abbiamo a che fare con un sistema distorto, malato, pericoloso, insostenibile sotto ogni punto di vista, per nulla vantaggioso ma distruttivo per le montagne e per le loro comunità. Un sistema che va cambiato più rapidamente possibile, altrimenti il rischio sarà di degradare in maniera irreversibile un patrimonio inestimabile di storia, cultura, economia, bellezza, paesaggio, Natura che è di tutti noi e chiunque ha il diritto di godere e il dovere di tutelare. Anche contro certe figure politiche così strafottenti verso di esso e, appunto, verso di noi tutti.

La montagna ha bisogno di una politica olistica

[Veduta di Scanno, provincia di dell’Aquila. Foto di claude_star da Pixabay.]
Per gestire al meglio – politicamente, e non solo – i territori di pregio tanto quanto delicati come quelli montani, la visione alla base della loro gestione deve essere necessariamente olistica, al fine che il risultato finale sia più della somma delle parti di cui è composto, che è poi la definizione di “olismo”.

In parole più semplici, facendo un esempio concreto: se si realizza qualcosa nell’ambito turistico, ciò dovrà comportare ricadute positive anche per il territorio nel quale si realizza, per la comunità che lo abita, per la socialità diffusa, la cultura, eccetera. Idem, se si interviene con qualsiasi opera sul territorio, questa dovrà saper apportare vantaggi alla comunità residente ma pure attrattiva potenziale per il turismo, contribuendo alla cultura locale, alle reti sociali territoriali e così via.

Non è difficile come sembra, anzi: nella maggior parte dei casi basta che ciò che si fa sia ben pensato, ben realizzato e basato sul più ordinario buon senso. In questo caso il risultato finale sarà più della somma delle parti di cui è composto proprio perché apporterà vantaggi diffusi a tutte le parti, che ne potranno fare tesoro per svilupparli nello stesso modo olistico.

Invece oggi, spesso, sembra che la politica locale agisca in base a una visione sostanzialmente individualistica e riduzionistica, funzionale unicamente a se stessa e focalizzata su un unico punto, con tutto il resto d’intorno che viceversa è come se non avesse importanza. Se ad esempio si realizza un’infrastruttura turistica mirando a ricavarci più tornaconti specifici possibile senza considerare le sue ricadute su ogni altro elemento che compone la realtà territoriale locale, quell’infrastruttura farà forse guadagnare qualcuno ma inesorabilmente finirà per causare problemi al luogo e a tutti gli altri che lo abitano: ciò proprio perché si rivelerà pensata senza una visione omnicomprensiva e pienamente contestuale al luogo e alla sua realtà ma, probabilmente, dando più peso a certi aspetti – e conseguenti fini – trascurando gli altri.

È un po’ come cucinare un piatto la cui bontà sia apprezzata e metta d’accordo tutti: bisogna saper bilanciare tutti gli ingredienti necessari nelle loro giuste dosi equilibrandone i sapori affinché ciascuno collabori al buon risultato finale. Se tra quegli ingredienti vi fosse – ad esempio – il peperoncino e chi cucina il piatto esageri la dose perché a lui piace un sacco oppure perché glielo chieda uno dei commensali, il piatto finale sarà conseguentemente gradito solo a lui scontentando tutti gli altri. I quali, se la cosa dovesse reiterarsi, ci penseranno bene dal tornare a mangiare i piatti di quel “cuoco” andandosene altrove.

Ecco, in fondo è lo stesso motivo per il quale certi progetti imposti dalla politica ai territori montani presentati come “un antidoto” allo spopolamento e un “supporto” all’economia locale, invece di attenuarli o risolverli finiscono per aggravare tali aspetti. Manca la visione olistica, non c’è alcuna crescita e tanto meno reale valorizzazione del capitale territoriale, che è poi il patrimonio collettivo fondamentale che permette alle persone di vivere pienamente il territorio ovvero di sviluppare in esse la consapevolezza del poterlo abitare vantaggiosamente e, di contro, di fare dello stesso abitare una pratica di sviluppo virtuoso del territorio a vantaggio di chiunque, anche del visitatore occasionale – turista o meno. Una condizione olistica, appunto.

Purtroppo, la sensazione vivida è spesso che le politiche di gestione territoriale messe in atto dagli enti pubblici locali il solo “spopolamento” che vogliano contrastare è quello del consenso – materiale e immateriale – verso la loro parte, mentre di quello demografico e di tutto quanto ne sia conseguenza (non di rado drammatica per territori fragili come quelli montani) a quelli poco o nulla interessa: come fosse un mero effetto collaterale esterno al sistema sul quale campano, da non considerare e amen.