Ci abitueremo anche alle siccità, oltre che al «clima caraibico»?

[Il Po nel cremonese a metà giugno 2026. Foto di Gianpaolo Guarneri (Studio B12), tratta da www.cremonaoggi.it.]
Il nord Italia è alle soglie (o forse già oltre) di una nuova «emergenza idrica», vista la situazione di siccità che sta caratterizzando le ultime settimane, peraltro tra le più calde di sempre. E, nuovamente, penso che sia una cosa incredibile, essendo l’Italia settentrionale, e la regione padana in particolare, ai piedi di una grande catena alpina formalmente tra le più ricche d’acqua del continente. Ma nevica sempre meno, in quantità e in durata, i ghiacciai si riducono sempre di più perdendo la facoltà di essere il principale serbatoio di acqua potabile a disposizione, i periodi di pioggia seguono cicli molto diversi dal passato tra assenze prolungate e fenomeni troppo violenti, e la crisi climatica in divenire, con i suoi effetti sempre più pesanti, sta facendo diventare qualcosa di impensabile per le regioni alpine e prealpine italiane fino a poco tempo fa, la siccità appunto, un fenomeno ordinario e ricorrente.

Come riporta “Il Post”, l’intero bacino del Po è in sofferenza e il grande fiume padano è da giorni a livelli estremamente bassi: il 30 giugno la portata a Pontelagoscuro (Ferrara) era inferiore del 70 per cento rispetto alla portata media storica che di solito viene registrata nello stesso mese, e da allora la situazione è inevitabilmente peggiorata, con problemi crescenti per le zone che vivono delle sue acque. I laghi non stanno affatto meglio, e ciò in tutto il paese: “La Nuova Ecologia” rileva che al Nord il lago Maggiore, d’Iseo e di Como (Lario) quelli più in sofferenza, nel centro Italia il Trasimeno e i laghi laziali di Albano e Nemi. Nel sud resta alta l’allerta per il Pergusa. Per dare qualche dato emblematico, in meno di dieci giorni (tra il 30 giugno e l’8 luglio) il Lago Maggiore ha perso 43 milioni di metri cubi di acqua, quello di Como è calato di oltre 22 cm da fine giugno ed è pieno per solo il 41%, il lago d’Iseo addirittura per il 35%. E sulle Alpi, lì dove ci dovrebbe essere più acqua che altrove, già molti rifugi sono alle prese con una crisi idrica che quest’anno si è manifestata con particolare intensità e largo anticipo rispetto alle stagioni precedenti, come riferisce “Il Dolomiti”. Un simile allarme è stato lanciato anche nel Canton Ticino – che è in Svizzera ma è compreso nel bacino idrografico del Po – riguardo gli alpeggi, presso i quali l’acqua scarseggia, l’erba ingiallisce e diversi allevatori dichiarano alla testata “Tio.ch” che stanno pensando di scaricare il bestiame in anticipo.

Insomma: l’impossibile o quasi di un tempo, la mancanza di acqua nelle regioni alpine e prealpine, oggi rischia di diventare il sempre più probabile.

[Una veduta del Lago artificiale di Livigno del 16 luglio scorso.]
Per tutto ciò, oltre che per altri motivi di diversa natura, l’acqua sta diventando un elemento sempre più fondamentale per il presente e il futuro, un bene comune nel senso più assoluto della definizione che, in quanto tale, deve essere gestito e salvaguardato in maniera altrettanto assoluta. Ad esempio, è inammissibile che un paese che si ritiene civile e avanzato come l’Italia presenti una dispersione media di acqua dalle reti pubbliche di distribuzione idrica del 42%! Ciò significa che ogni giorno si perdono circa 157 litri di acqua per ogni abitante, equivalenti a un danno economico stimato in 9,8 miliardi di euro all’anno; di contro, siamo da oltre vent’anni il paese UE che preleva più acqua dolce per uso potabile, superando nettamente Francia e Germania, e tale primato si accompagna a un forte ricorso alle acque sotterranee. Tanta acqua usiamo, tanta ne sprechiamo, insomma.

Parimenti, per tornare sulle montagne, diventano sempre più inammissibili gli usi superflui e a scopo di lucro privato dell’acqua: sì, sto inevitabilmente pensando innanzi tutto ai cannoni per l’innevamento artificiale che nei mesi invernali consumano e tolgono risorse idriche all’uso collettivo ignorando bellamente la natura di bene comune dell’acqua – e non è vero che poi l’acqua divenuta neve artificiale sparata sulle piste poi torna a disposizione, visto che una parte non trascurabile di essa, fino al 35% in certe condizioni, viene persa per evaporazione o per sublimazione.

Come scrive Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, in un editoriale pubblicato sul sito dell’associazione, «La crisi climatica entra nelle montagne e mette in discussione un modello di sviluppo che continua a consumare risorse, territori e futuro. Dai laghi alpini che si prosciugano ai rifugi riforniti con elicotteri e autobotti, dai bacini per l’innevamento artificiale alla crescente richiesta di acqua da parte delle pianure, le montagne stanno mostrando segnali inequivocabili di una crisi ormai evidente. Ma la risposta della politica e di una parte del mondo economico sembra ancora ancorata alla logica della crescita senza limiti, incapace di riconoscere che le terre alte non sono un serbatoio infinito di risorse da sfruttare. Quanto ancora potranno resistere le montagne prima che gli effetti delle nostre scelte diventino irreversibili?»

[il Ghiacciaio d’Indren a metà luglio, già spoglio di neve e annerito dai detriti fin verso i quattromila metri. Immagine tratta da www.lastampa.it.]
E, a proposito di politica, il bene comune-acqua va salvaguardato anche politicamente e civicamente: ad esempio dai crescenti tentativi di privatizzazione che, nonostante il referendum del 2011 nel quale gli italiani hanno ribadito il carattere pubblico dell’acqua – decisione democratica che, tanto per cambiare in questo povero paese, è stata ampiamente disattesa – continuano e aumentano, visto che alcuni soggetti hanno scaltramente capito che l’acqua sarà veramente e sempre di più l’oro (blu) del futuro e stanno cercando di accaparrarsene il controllo, come ben racconta un altro articolo de “La Nuova Ecologia”. D’altro canto di motivi validi e validissimi per salvaguardare collettivamente e caparbiamente l’acqua ne conoscerete di sicuro a vostra volta – partendo dall’analisi dei nostri comportamenti domestici, che forse trascuriamo ancora troppo.

Insomma: che sulle Alpi e nelle regioni limitrofe si arrivi a soffrire di siccità e di conseguenti emergenze idriche è formalmente una “assurdità” che col tempo, e rapidamente, sta diventando sempre meno tale e ben concreta. Vi ci abitueremo, alla mancanza di acqua così come al «clima caraibico» citato di recente da una miserrima figura istituzionale? Dovremo andare a vivere sui monti per sfuggire il caldo sempre più estremo delle città, ma poi lassù non avremo acqua a sufficienza per restarci? O sapremo mettere in atto una gestione politica, economica, civica, ambientale, ecologica del bene comune-acqua ben più logica e assennata di quella attuale?

Credo (e temo) siano domande da porsi senza troppi indugi, e alle quali saper dare le più buone risposte possibili.

Come siamo messi con la neve, sulle montagne italiane?

[Planpincieux, 1550 m, poco sopra Courmayeur (Valle d’Aosta), lo scorso 16 febbraio. Immagine tratta da www.facebook.com/MeteoVda.]
Per certi versi quello in corso sembrerebbe – almeno in molte zone – un inverno “normale”, con neve, freddo e tutto il resto di tipico della stagione. E lo è, in effetti, ma soprattutto perché in molti degli anni scorsi un inverno propriamente detto non c’è stato e la normalità stagionale non si è potuta proprio constatare.

In ogni caso la migliore fotografia della neve sulle montagne italiane la fornisce al solito la prestigiosa Fondazione Cima, che da tempo porta avanti il monitoraggio costante dei dati d’innevamento sui monti italiani anche al fine di poter stimare le risorse idriche che saranno disponibili nei mesi primaverili ed estivi. Il dato fondamentale al riguardo è lo Snow Water Equivalent (SWE), o “equivalente idrico nivale”, una misura che rappresenta la quantità di acqua derivabile dalla neve qualora venisse completamente fusa. Si calcola moltiplicando lo spessore del manto nevoso per la sua densità e si esprime in millimetri d’acqua equivalente, oppure in kg/m2.

L’ultimo aggiornamento al riguardo della Fondazione Cima è del 15 febbraio, e nelle seguenti infografiche – che ovviamente ho ricavato dal sito web della Fondazione – viene rappresentata la situazione di fatto. Come vedete, in generale sulle montagne italiane, nonostante le frequenti nevicate registrate in molte zone, manca poco meno di un quarto della neve rispetto alla media pluriennale:

Questa la situazione in dati percentuali nelle varie fasce altimetriche di Alpi e Appennini:

I bacini idrografici, che raccolgono le acque di fusione della neve sulle montagne, sono tutti in deficit eccetto quello del Brenta in Veneto e del Simeto in Sicilia:

Più in dettaglio ecco l’andamento in alcuni dei principali bacini idrografici negli ultimi tre mesi; la situazione sta migliorando eccetto che nel bacino del Tevere:

Infine, le anomalie di temperatura rispetto alla media pluriennale, che nei mesi recenti afferenti la stagione tardo autunnale e invernale (quando in montagna si scia o si dovrebbe sciare, in pratica) sono stati -0.43° a novembre, +1.51° a dicembre, +0.19° a gennaio, dunque con un aumento medio di +0.42° sui tre mesi:

Nel sito web della Fondazione Cima trovate l’aggiornamento completo con tutti i relativi approfondimenti.

La siccità (non) fa rima con volontà

[Il fiume Po, ovvero quel che ne rimane, a Polesine Zibello (Parma). Foto di Paolo Panni tratta da www.oglioponews.it.]

È ormai risaputo che il cambiamento climatico causa un aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteorologici estremi, come alluvioni e siccità, ma per la comunità scientifica non è immediato ricondurre un singolo fenomeno di questo tipo all’aumento della concentrazione atmosferica di gas serra. Per accertare eventuali rapporti di causa ed effetto servono studi appositi. Nel caso della siccità che da più di un anno sta colpendo il Nord Italia oltre che la Francia, la Svizzera e altre regioni europee, causando molti problemi sia al settore agricolo che a quello della produzione di energia, ne è stato pubblicato uno da poco: dice che il cambiamento climatico l’ha aggravata.
Semplificando i risultati dello studio, è emerso che siccità analoghe a quella di questi mesi erano meno estese geograficamente e meno lunghe: il riscaldamento globale sembra aver ampliato le zone di alta pressione e causato una maggiore evaporazione dell’acqua dal suolo e dalle piante.

[Da La siccità nel Nord Italia sembra legata al cambiamento climatico, articolo pubblicato su “Il Post” il 4 marzo 2023. Lo potete leggere interamente anche cliccando sull’immagine lì sopra.]

Che una regione geografica come la Pianura Padana ovvero l’Italia settentrionale in generale, ai piedi della più importante e elevata catena montuosa europea con i suoi ghiacciai pur in sofferenza e i numerosi vasti bacini imbriferi delle sue vallate, possa soffrire la siccità appare ancora oggi una cosa incredibile. E invece sta accadendo, per il secondo anno di fila e in modo vieppiù grave.

Forse anche per questo non siamo così sensibili nei confronti della crisi climatica in atto, così repentina e in certi casi drammatica: fatichiamo a credere che qualcosa di tanto rilevante stia accadendo, non ce ne capacitiamo, restiamo aggrappati alla convinzione che sia qualcosa di occasionale, che presto tutto quanto tornerà come prima quando invece ogni evidenza scientifica segnala il contrario. Di qualsiasi entità sarà l’effetto dei cambiamenti climatici in corso (speriamo non troppo grave) dovremmo finalmente e globalmente progettare, sviluppare e attivare la più efficace resilienza possibile. Cosa che possiamo benissimo fare se lo vogliamo, ovvero se la massa critica della società imporrà ai governi e alle istituzioni di farlo senza più tentennamenti. Potrebbe facilmente uscirne una grande occasione di progresso globale, per giunta, a tutto vantaggio in primis proprio di governi e istituzioni.

Come scrisse Spinoza, «La volontà e l’intelletto sono la stessa e unica cosa.» Ecco forse perché, nell’incapacità di pensare, concepire, comprendere ovvero di sensibilizzare l’intelletto alla realtà in corso, non sappiamo nemmeno ricavare la volontà di sviluppare la necessaria resilienza per noi stessi. Fino a quando possiamo andare avanti, così?