Alieni e antonomàsia

Credo che una civiltà aliena che non sia mai passata dalle parti della Terra e volesse saperne di più sulle creature che “dominano” il pianeta (peraltro solo in tal caso, in quanto civiltà che non conosca gli umani, potrebbe pensare di approcciarli: le altre civiltà aliene che ormai ne hanno buona conoscenza li evitano accuratamente!) e per tale motivo indagasse riguardo a quale oggetto, manufatto, simbolo o segno possa identificare in modo definito e antonomastico la suddetta razza terrestre e la presenza delle relative creature, alla fine converrebbe che l’oggetto umano in questione non potrebbe che essere questo:

Un oggetto ormai rintracciabile fuori da ogni dimora degli esseri umani e globalmente, sul pianeta – soprattutto nelle zone in cui sia attiva quella che gli umani chiamano “raccolta differenziata dei rifiuti domestici”. Già.

Sound of Metal

Ho visto Sound of Metal, del 2019, diretto da Darius Marder.

È un film spiazzante, sotto molti punti di vista. Dotato d’una trama molto labile, gioca molta parte della propria espressività su due elementi fondamentali, correlati eppure antitetici: i numerosi primi piani di Steve, il protagonista principale (l’attore inglese Riz Ahmed, molto bravo), che permettono allo spettatore di cogliere con determinata intensità gli stati d’animo che le espressioni del suo volto manifestano via via che egli s’addentra, suo malgrado, nella sua nuova e inopinata condizione di sordo, e un sonoro veramente impressionante anche perché molto giocato sull’assenza dello stesso (soluzione apparentemente ovvia ma resa con molta intelligenza, anche in senso artistico) oppure sulla sua distorsione, come quella generata dall’apparecchio acustico con il quale il protagonista spera di eliminare la propria menomazione – e dal qual effetto acustico viene il senso principale del titolo del film, che gioca sul doppio senso iniziale riguardante la musica metal suonata dal protagonista (la quale poi, per inciso, non è esattamente metal ma più noise punk).

Ma, al proposito: di quale menomazione si tratta, in verità, quella manifestata dal protagonista del film? Solo di quella uditiva o anche di una sorta di menomazione psicologica ed emotiva, che lo porta a non accettare non tanto la disfunzione in sé quanto come essa, in qualità di evento improvviso e inopinato, gli trasforma la vita in maniera ineluttabile? È una sordità dell’animo, per così dire, quella descritta da Sound of Metal, che lo porta formalmente a rifiutare il prezioso aiuto fornito da una comunità di sordi nella quale Steve viene inviato per imparare a vivere al meglio la sua nuova condizione e a generare fiducia in sé e negli altri. Ed è, conseguentemente, un farsi sordo alla fiducia verso chi veramente può aiutarlo, ben più che gli specialisti che gli impiantano l’apparecchio acustico, nonché verso se stesso: tant’è che il finale del film – improvviso e spiazzante a sua volta – è in fondo un atto di “sovversione” e di rivalsa verso il fastidioso rumore che, più che provenire dal mondo esterno così come viene còlto dall’apparecchio acustico, si genera e rimbomba dentro l’animo del protagonista.

Un’opera veramente molto bella nella sua delicata tanto quanto intensa narrazione visiva, girata con tecniche da biopic le quali tuttavia non offrono e richiedono, come sovente invece accade, l’immedesimazione dello spettatore nel protagonista: lo sguardo della cinepresa resta obiettivo e distaccato, di stampo documentaristico ma al contempo sostenuto con notevole forza espressiva (ed emotiva) dal sonoro del film, che meriterebbe veramente l’Oscar al quale è stato candidato – una delle tante guadagnate, peraltro.

Da vedere, senza alcun dubbio.

 

Ettore Castiglioni, Giusto tra le nazioni

Tempo fa qui sul blog, e più d’una volta, mi sono occupato di Ettore Castiglioni, bellissimo personaggio, non solo uno dei più grandi alpinisti italiani di sempre, decorato della medaglia d’oro al merito alpinistico, ma pure un uomo di grandissimi e nobilissimi valori al punto da essere riconosciuto Giusto tra le nazioni per la sua attività di salvataggio di centinaia di antifascisti, tra i quali Luigi Einaudi, ed ebrei perseguitati dalle leggi razziali fasciste, che egli accompagnava oltre confine, in primis verso la Svizzera, proprio grazie alla sua esperienza di montagna.

Mi occupai inizialmente di Castiglioni proprio per una (triste) vicenda legata ciò che colsi come buona occasione per rimarcare la grandezza del personaggio: a tal riguardo, lo scorso 6 marzo si è celebrata la “Giornata Europea dei Giusti, ennesima ricorrenza tanto trascurata e per questo infruttuosa quanto di innegabile valore (almeno) simbolico, e in tale occasione i conterranei nativi di Castiglioni (di famiglia milanese ma nato a Ruffré, in Val di Non) Michele, Roberto e Paolo Vita, che si dedicano da tempo alla conoscenza della figura di Castiglioni con diverse iniziative al riguardo, hanno voluto ricordare l’appartenenza di Castiglioni al novero dei Giusti tra le nazioni con un breve e suggestivo video, che mi hanno inviato e ora io vi propongo, seppur con qualche giorni di ritardo rispetto alla giornata suddetta – ma, inutile dirlo, il valore di certe figure è assoluto e perenne in ogni giorno dell’anno.

Ringrazio molto Paolo Vita, in particolare, per avermi inviato il video; per qualsiasi approfondimento sulla vita e le opere di Ettore Castiglioni potete rivolgervi a lui, all’indirizzo email che trovate alla fine del video.

Buona visione!

Guardare la TV

[Foto di Sven Scheuermeier da Unsplash.]
Lo ammetto: ieri sera, a casa, ho ceduto e, dopo parecchio tempo che non lo facevo, mi sono messo lì sul divano a guardare la TV.
Be’, non è stata una gran trovata e dopo solo pochi momenti ero già bell’e annoiato, già.

Come dite? Se l’ho accesa, la TV?
Certo che no! Mica sono pazzo! Va bene cedere a certe pur inopinate istigazioni, ma non del tutto, giammai!

😄

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Ho visto Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.
Be’, l’ho trovato un film deliziosamente nordico, nel bene – in gran parte, per me – e nel “male” – per molti altri che l’avranno visto o che lo vedranno, credo. Nel senso che chiunque ami la letteratura scandinava, quella così ben diffusa da Iperborea, in Italia (e non solo da lei, certo, ma da lei nel modo più significativo, a mio parere), con tutte le sue peculiarità pressoché uniche nel panorama letterario mondiale, troverà che questo film ne rappresenta una consona versione in immagini, dello stile narrativo nordico (d’altro canto è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di gran successo, in Svezia). Storia in bilico tra realismo e improbabilità, spesso surreale ma pure introspettiva, dotata di humor ferocissimo che tuttavia scaturisce in modi del tutto naturali e spontanei proprio come accade nella letteratura scandinava, dove il tragico e il comico vengono espressi con lo stesso registro, senza una parola di più di quanto serva – ovvero senza una sequenza in più, visto che qui si tratta d’un film – e senza il sovraccarico di pathos tipico di noi sudeuropei. In aggiunta a ciò si percepisce il tentativo di mettere, intorno alla storia narrata, una sorta di morale quasi filosofica – di “filosofia” quotidiana e pratica, intendo dire – che si potrebbe riassumere, credo, con «vivi la vita istante per istante e cerca di cogliere sempre le migliori occasioni possibili», a 10 anni come a 100; un tentativo forse non così ben riuscito, anche per quel costante mood surreale che scaturisce dalla pellicola.

Qualcuno, leggo, lo trova un film poco dinamico, ovvero che alterna in modi un po’ disordinati dinamismo e fasi di stanca: lo capisco ma non lo condivido se, appunto, considero il film dal punto di vista del tipico stile narrativo scandinavo. Paradossalmente nella narrazione letteraria è più facile gestire le fasi di quiete di una storia: la parola scritta impone un ritmo comunque più pacato che invece la narrazione per immagini non può permettersi troppo: ma ho visto film molto più blasonati che mi sono sembrati ben più lenti de Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve e comunque qui, lo ribadisco ancora, siamo ben affini al suddetto nordic style. Eppoi, che diamine, il protagonista è un vecchietto di 100 anni! Va bene che il film si diverte (e fa divertire) a mostrarsi surreale e poco credibile, ma se corresse troppo risulterebbe quasi ridicolo, ecco.

Insomma: a me è piaciuto. Sarò tra i pochi a pensarla così e forse sarò di parte, ma tant’è.

Come sempre, cliccate sull’immagine della locandina per saperne di più e guardatevi il trailer, qui sotto.