Sull’assegnazione del Nobel a Peter Handke

(Photo credit: “Wild + Team Agentur – UNI Salzburg” [CC BY-SA 3.0 -http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/])
La questione delle polemiche che hanno accompagnato l‘assegnazione del Premio Nobel 2019 per la Letteratura a Peter Handke, che in passato aveva espresso posizioni criticate e controverse a favore dei serbi nella guerra della ex Jugoslavia, poi in qualche modo ritrattate, mi ha fatto tornare alla mente due vicende similari, seppure non del tutto paragonabili. In primis quella di Knut Hamsun, che il Nobel lo vinse prima di essere accusato di simpatie filonaziste e di collaborazionismo con il governo-fantoccio nazionalsocialista norvegese; eppoi quella di Ezra Pound, così vicino al fascismo e a Mussolini nel suo lungo soggiorno in Italia da ispirare il nome di uno dei più noti gruppi neofascisti italiani attuali. Entrambi grandissimi autori, tra i più importanti della letteratura moderna, entrambi messi all’indice a lungo per quelle loro simpatie.

Non voglio qui entrare nel merito delle attuali polemiche verso il Nobel a Handke – se ne volete sapere di più e provare a costruirvi una vostra meditata opinione, vi consiglio due approfonditi articoli che trattano il caso dagli opposti punti di vista: questo di DoppioZero, che si può definire pro, e questo di “ValigiaBlu”, contro – ma vorrei proporre una riflessione sulla necessità o meno, o se preferite sulla equità oppure no, del mantenere separati, in una figura pubblica afferente all’ambito della produzione culturale, l’aspetto artistico (lo scrittore, in questo caso), da quello civico (il cittadino comune, in tale accezione sullo stesso piano di tutti gli altri). Ovvero: le opinioni, le idee, le espressioni pubbliche del pensiero di un autore possono (o magari devono) in qualche modo influenzare il giudizio sulla sua opera e sulla produzione culturale? Se uno scrittore scrive un romanzo-capolavoro ma in pubblico sostiene idee deprecabili, deve essere deprecato anche come autore? Oppure i due aspetti devono necessariamente restare separati perché relativi a due atteggiamenti intellettuali diversi, se pur scaturenti dalla stessa fonte cerebrale?

In fondo ogni opera d’arte rappresenta sempre anche un atto politico e, in qualche modo, civico-sociale; in certi casi il suo carattere provocatorio è necessario alla trasmissione efficace dei suoi contenuti e del suo messaggio. Ugualmente le parole proferite da un intellettuale di chiaro valore e provata fama, autore di opere di riconosciuta importanza artistica e culturale, assumono un valore politico, e tuttavia verba volant…, a differenza delle sue opere materiali, senza contare che è legittimo cambiare col tempo le proprie idee (che ciò sia fatto per equilibrata riflessione, per nuova convinzione o per mera opportunità).

Dunque? Quale può essere, per quanto sopra esposto, la responsabilità di un autore? Quali i suoi diritti di libera espressione del pensiero e quali i suoi doveri in qualità di inventore e produttore culturale? E, dall’altra, parte che libertà di giudizio e che responsabilità ha chi deve giudicarne l’opera?

Per quanto mi riguarda, nel caso di Peter Handke (e posto che conosco assai poco le sue opere), comprendo entrambe le posizioni di chi s’è detto a favore e di chi s’è detto contro l’assegnazione del Nobel (quantunque credo che tutte e due siano espressioni di un univoco punto di vista originario) ma credo che siano molto rari i casi in cui le opinioni del cittadino possano inficiare il valore dell’opera dell’autore. Tuttavia, appunto, lascio a voi la libera riflessione al riguardo.

«Aiuto, il libero pensiero!»

L’arretratezza culturale nella quale da tempo langue la società italiana si palesa anche nella diffusa incapacità di accettare le manifestazioni del pensiero libero e indipendente. In tanti, primitivamente, non riescono a non catalogare gli individui coi quali interagiscono in modo rozzamente manicheo: o da una parte o dall’altra, e se personalmente si è di una parte si è inesorabilmente contro l’altra e viceversa.

Sembra proprio che la libertà di pensiero con cui elaborare altrettanto libere opinioni faccia molta paura: troppo sfuggente dagli schemi precostituiti e imposti, dalle convenzioni, troppo autonoma da elementi di potere, da modelli, leader, capi, maestri, guru, inclassificabile ergo incontrollabile – ovvero inassoggettabile.

Anche in questa situazione è ben palesata la suddetta arretratezza culturale (e civica, aggiungo) della società italiana: arretratezza che, proprio rispetto alla libertà di cui ho detto, è un recinto che col tempo diventa sempre più stretto e chiuso nel quale il paese si ritrova imprigionato senza nemmeno rendersene conto, perché ormai privo (ovvero privato) della libertà di osservare e capire la realtà in cui si trova. Una libertà della quale invece chi conserva il pensiero indipendente è e sarà sempre dotato, potendone godere con grande efficacia e proficuità.

Né da una parte, né dall’altra

Siccome alla fine sono un povero ingenuotto, ogni volta resto ingenuamente basito dal constatare come certe persone (non poche, intendo), pur considerabilmente a modo, non riescano proprio a concepire che una persona (lo scrivente, in tal caso) nelle tante questioni spesso assai basse che animano l’opinione pubblica nazionale, dividendola quasi sempre in modo manicheo (o bianco o nero, o destra o sinistra, o caldo o freddo, per dire), possa non essere schierata da una parte o dall’altra ma invece possa avere una propria idea indipendente, ovvero non legata ai due schieramenti. Ti guardano come fossi un alieno (eh!), come fosse impossibile non stare con l’uno o con l’altro, come se quella posizione indipendente rivendicata sia una manifestazione di stupidità e non di libertà di pensiero. Anzi, la “libertà” da essi considerata è semmai solo quella di poter (dover) scegliere se stare da una parte o dall’altra, così da poter essere “identificato” e soggetto alla loro comunanza o di contro ai loro attacchi. Ecco: siccome a stare al di fuori di questo teatrino dei burattini non si dà modo a quelli di poter solidarizzare oppure polemizzare, si sentono del tutto smarriti ma, nella loro percezione distorta della questione, sono convinti che sia io quello smarrito, che non ha capito niente o che magari è stupidotto al punto da non arrivarci, nelle cose.

E io, che non perdo alcuna occasione di rivendicare la mia più assoluta libertà intellettuale, di pensiero e d’azione e l’indipendenza da qualsivoglia punto di vista, che posso accettare o contrastare liberamente oppure proponendovi una o più alternative ma il tutto previa la personale riflessione, ponderazione e scelta, più mi ritrovo ad avere a che fare con tali atteggiamenti e più mi sento sicuro della mia posizione. Forse proprio perché sono ingenuo e stupidotto, già, ma pure perché sono libero. Ecco.

“Dentro Magritte”, ma fuori dall’arte

Avevo sentito più volte parlare di eventi multimediali nei quali, grazie alle possibilità offerte dalle tecnologie contemporanee della realtà virtuale e aumentata, si offrono “esperienze” immersive nelle opere d’arte, animando le stesse grazie a maxischermi, touch screen, visori 3D e quant’altro di affine.
Volendo capire meglio la realtà di tali eventi, da grande appassionate dell’arte di René Magritte (ammirata più volte dal vivo) mi sono fatto attrarre e sono andato a visitare quello che la Fabbrica del Vapore di Milano dedica all’impareggiabile pittore surrealista belga, suggestivamente intitolata Inside Magritte.

Bene: Non voglio qui farvene un report o darvene un giudizio, come faccio in occasione di mostre “tradizionali”, proprio perché di mostra non si può parlare. Voglio invece riportarvi una primaria riflessione, in ogni caso ben esplicativa della mia posizione al riguardo.
A mio modo di vedere questi “eventi-emotion exhibitions” più o meno tecnologici e/o multimediali, basati su format di realtà virtuale (ossimoro quanto mai evidente, soprattutto in tema di arte e ancor più di pittura!) soffrono di un basilare e paradossale difetto. Mi spiego: si prefissano per propria mission culturale un obiettivo che potremmo definire “didattico”, cioè quello di affascinare il pubblico riguardo un certo artista e le sue opere raccontandolo attraverso le “affascinanti” nuove tecnologie, solo che, da un lato, l’appassionato che già conosce e apprezza l’artista in questione, avendone dunque maturato la conoscenza fruendo delle opere originali e delle relative analisi critiche, oltre che in base alla propria sensibilità (sapendo bene, per esperienza acquisita, che è nella relazione diretta tra opera artistica e fruitore che si genera la fondamentale attrazione dell’arte visiva), non troverà alcun maggior fascino nella virtualizzazione multimediale delle opere – anzi, potrebbe anche essere infastidito da una tal potenziale banalizzazione tecnologica, seppur creata con fini nobili; di contro, dall’altro lato, il neofita pressoché privo di esperienze museali che non conosce l’artista e le sue opere, non avendole nemmeno mai ammirate dal vivo, assiste a una rappresentazione di esse che rischia di risolvere da subito, sul posto, la potenziale esperienza didattica, vanificando il bisogno (ovvero la necessità) di relazionarsi direttamente con le opere. In parole povere: l’appassionato riterrà comunque sempre più bello vedere le opere d’arte dal vivo, il neofita crederà di conoscere l’artista e le opere, avendo vissuto siffatta “esperienza”.

C’è un evidente vizio di fondo, insomma, in questi eventi, che per certi versi li pone al di fuori della produzione culturale classica (ovvero avente anche fini didattici, appunto) non solo nella forma ma pure nella sostanza, e per altri versi (o forse per gli stessi versi di prima) li comprende nella categoria degli spettacoli ricreativi e d’intrattenimento, privi di autentiche valenze didattiche e culturali anche quando le rivendichino. L’unico loro valore starebbe nel sollecitare palesemente, all’interno dell’esperienza offerta, la fruizione diretta delle opere dell’artista multimedializzato: ma di queste sollecitazioni nell’evento di Milano non c’è traccia alcuna, diventando infine una sorta di giostra da tecno-luna park d’ispirazione artistica che può divertire in primis i bambini. Punto. Sperando, ribadisco, che gli stessi bambini abbiano poi genitori che li portino a visitare i musei e le mostre vere: resto convinto che il trovarsi di fronte dal vivo – per dire – un’opera come L’Empire des Lumières possa affascinare ed emozionare grandi e piccini, anche se nativi digitali, come oggi (e forse mai) nessuna tecnologia multimediale possa e saprà fare.

Se i giornali non diffondono ma coprono le notizie (Umberto Eco dixit)

La questione e’ che i giornali non sono fatti per diffondere ma per coprire le notizie.

(Umberto Eco, Numero Zero, Bompiani, Milano 2015.)

Apparentemente, è uno dei più grandi paradossi dell’epoca contemporanea, quello a cui fa riferimento Umberto Eco: il fatto che, al moltiplicarsi degli “organi di informazione” accessibili – i giornali emblematicamente citati lì sopra e parimenti tutti gli altri – si riduce fino a scemare del tutto la possibilità di accedere alle verità effettive del mondo in cui viviamo.

Voglio dire: scrivo “apparentemente” perché nella sostanza il paradosso è concreto e palese, ma in verità la condizione paradossale che ne deriva non è affatto strana o illogica, ma assolutamente perseguita. E che invece i giornali e gli altri organi di informazione, salvo rari casi, siano diventati fedelissimi complici ed esecutori di tale processo di negazione della verità – ovvero di imbarbarimento culturale di massa (“Fatti non foste… ma per seguir virtute e canoscenza.”), con effetti già ben visibili e materiali – non è tanto un paradosso ma soprattutto un bieco tradimento, oltre che una sostanziale assurdità che prima o poi si dovrà pur contestare fermamente, a quegli organi di (non) informazione.

D’altro canto, le verità del mondo non si cancellano affatto in forza delle relative distorsioni diffuse dai media, e la loro ricerca è, sempre di più, un atto profondamente rivoluzionario. Per ciò tanto inviso da chi persegue quell’imbarbarimento culturale di massa e per ciò, quella ricerca della verità, ancor più meritevole di impegno e fervore. In fondo, per cambiare – rivoluzionare effettivamente – la realtà, bisogna prima conoscerne a fondo la verità, no?