Ultrasuoni #30: Simple Minds

Tutto questo gran ritorno a sonorità anni Ottanta che colgo nettamente in tanta musica pop odierna ascoltata sulle varie radio, anche da parte di artisti molto giovani (evidentemente dotati di produttori più “maturi”), mi piace molto per un motivo fondamentale: perché mi fa rendere conto quanto i suoni originali, quelli di quarant’anni fa, siano sostanzialmente inimitabili e insuperabili, nonostante la tecnologia contemporanea a supporto delle produzioni di oggi, anche perché dotati, gli originali, di un carisma artistico eccezionale.

[Immagine tratta da www.virginradio.it.]
In questi giorni sto ascoltando un “best of” dei Simple Minds, band tra le più influenti di quel decennio anche se, forse, non tra le prime che si potrebbero citare in tema di notorietà assoluta, e quel carisma eccezionale scaturisce da ogni brano o quasi, sia da quelli della prima parte di carriera, considerata eccelsa, che del seguito, quando alcuni enormi successi (Don’t You (Forget about Me), Alive And Kicking) li hanno fatto considerare “mainstream”, anche troppo per alcuni. Eppure io trovo classe sublime sia in uno dei brani simbolo della prima fase (e un po’ di tutto il Synth-pop del tempo), New Gold Dream (81/82/83/84), che diede anche il titolo al loro album del 1982…

che ad esempio in All The Things She Said, non tra i brani più celebri ma comunque un perfetto esempio del loro Pop rock elettronico, armonicamente perfetto o quasi, a tratti epico (ascoltatevi la parte finale), dotato d’un’anima elettrica (comunque i Minds venivano dal punk) eppure assolutamente popular:

Un gran pezzo, insomma, che proprio nel non essere considerato tra i più celebri della band dimostra la grandezza generale dei Simple Minds e la loro capacità di creare brani comunque capaci di lasciare una traccia forte e indissolubile nel panorama musicale degli ultimi decenni – come numerose altre band di quell’epoca, grandissime come forse nessun altra ha saputo (o potuto) essere nei lustri successivi. Dei brani di oggi che riecheggiano così platealmente le sonorità Eighties, quanti sapranno rimanere nel tempo e nella memoria collettiva allo stesso modo?

[Immagine tratta da www.wegow.com.]

Battiato + Sapienza

Un anno fa Franco Battiato decideva di lasciare definitivamente il nostro spaziotempo per avventurarsi verso nuove infinità dimensionali, ma lasciando perpetuamente tra noi il suo spirito a custodire la presenza sempiterna della sua arte e donandoci il suo enorme retaggio culturale quale patrimonio insuperabilmente prezioso.

Mi fa un gran piacere ricordare Battiato con quanto scrisse lo scorso anno l’amico Davide Sapienza sul “Corriere della Sera”, il quale visse il grande e piuttosto raro privilegio di dissertare a lungo con il maestro siciliano in occasione del suo celebre concerto di Cartagine, in Tunisia, nel 1993, e ne scrisse nell’articolo qui sopra riproposto da par suo e con la propria consueta, mirabile sensibilità verso quei paesaggi ultradimensionali, materiali e immateriali, delle cui esplorazioni Battiato ha saputo fare un’arte nell’arte interamente meravigliosa che ci ha regalato – e ci regala, vedi sopra.

Cliccate sull’immagine dell’articolo per ingrandirla, e buona lettura.

Ultrasuoni #29: SNFU

Gli SNFU sono stati, a mio modo di vedere, uno dei gruppi musicali che più hanno incarnato ed esaltato la definizione, un tempo assai utilizzata, di «underground band». Autentica e riconosciuta leggenda dell’hardcore punk anni ’80, ammirati da tanti altri gruppi anche di generi musicali diversissimi, musicisti sopraffini capaci di inventare brani che più dinamici e trascinanti non si può e al contempo pazzi scatenati, dotati di una verve umoristico-demenziale (tutti i loro album hanno titoli composti da sette parole, per dire) alla quale molto contribuiva la presenza di Mr.Chi Pig, il mitologico cantante, personaggio eccentrico in tutto a partire dalla genetica (nato in Canada da genitori tedesco e cinese) e tutto questo che ha reso gli SNFU una delle live band migliori della storia, peculiarità addirittura sancita dalla votazione popolare della rivista americana “Flipside” nel 1987 e dal relativo titolo (davanti a gruppi come Red Hot Chili Peppers e Fugazi, mica pizza e fichi), con concerti scatenati e divertentissimi. Eppure, nonostante tutto ciò, chi se li ricorda?

I forget è uno dei brani più rappresentativi della folle genialità degli SNFU – oltre a essere uno dei più belli e irresistibili dell’hardcore punk – ma no, che dico! Della storia del rock: iperdinamico, potente, veloce, melodico, ricco di finezze strumentistiche e con un testo spiazzante, che raccontava la malattia (Alzheimer) della madre del cantante con un’ironia niente affatto irriguardosa, anzi, capace di far riflettere al riguardo.
Ascoltatevelo, e poi ditemi se sarete riusciti a restare fermi e impassibili:

Ultrasuoni #26: Franco Cerri

[In Corso Venezia, a Milano, nel 1999. Immagine tratta da www.francocerri.com.]

Mi chiamo Franco Cerri e faccio del jazz con la chitarra. Suono la chitarra perché ne sono rimasto affascinato fin da piccolo. Sono stato stregato da questo strumento, mi piace la forma: sinuosa, elegante, qualcosa di molto vicino al corpo femminile. Ma soprattutto il suono, il suono mi ha fatto impazzire. Che bello quel suono.
Non mi sono mai sentito tranquillo, non ho mai fatto scale, non sono mai stato sicuro, non ho mai studiato, non ho mai fatto solfeggio, non ho mai fatto esercizio. Ho soltanto suonato. È andata così…

Così si descriveva Franco Cerri nel suo libro autobiografico Sarò Franco. Appunti, pensieri, riflessioni, pubblicato qualche anno fa da Arcana Editrice. Ammetto di non conoscere granché della sua cospicua produzione musicale, ma Cerri è stato un personaggio meraviglioso sotto ogni aspetto. Figlio assolutamente legittimo della Milano d’una volta, quella autenticamente meneghina che ormai non c’è più – la materna città sua e di Jannacci, Gaber, Fo, Svampa, Celentano e di molti altri personaggi inimitabili –, gentile, signorile, raffinato, geniale eppure sempre modesto, discreto, Cerri ha dato la vita per la musica ma in fondo la sua stessa vita è stata musica, un’armonia intensa e attraente che metteva sempre di buon umore, cullando l’animo tra le note sublimi che componeva. Probabilmente anche perché Cerri era pure elegantemente divertente, sempre. Franco D’Andrea, altro grande musicista jazz, ricorda che «Una volta lo incontrai in Stazione Centrale. Gli chiesi dove andava. Risposta: “Sono in viaggio per ragioni biologiche”. Solo dopo un po’ capii: doveva andare a girare i Caroselli del Bio Presto, quelli dell’uomo in ammollo.»

Senza più lui ora anche il jazz italiano, e parimenti quello mondiale, suonerà in modo eccellente ma, per così dire, un po’ più triste.

Ultrasuoni #25: Prisencolinensinainciusol, ol rait!

Nel precedente “Ultrasuoni” vi ho raccontato di come una delle band più rappresentative di sempre della musica nera contemporanea per eccellenza, il rap – o hip hop – fosse bianca, ovvero i fenomenali Beastie Boys (riconosciuti con tale fama dalla stessa comunità afroamericana). Be’, posto ciò non posso dunque nemmeno non citare e omaggiare quello che a suo modo è stato, secondo molti, il primo rap della storia, anni prima che il genere venisse certificato, e il suo sorprendente autore italiano: Adriano Celentano e Prisencolinensinainciusol, già. Uno dei brani più geniali della musica italiana del dopoguerra non solo per il suo cantato, forma sperimentale di “parola-suono” a metà tra lo stile scat del vecchio jazz e la recitazione in grammelot teatrale, ma pure per la parte musicale, originalissimo mix tra pop, funk, soul e ritmica tribale come quella che, appunto, qualche anno dopo effettivamente diventerà la base per il primo rap – non a caso Prisencolinensinainciusol ha trovato un notevole successo negli USA e una fama che continua tutt’ora. È un brano così sfuggente a qualsiasi catalogazione che se ne sono tentate innumerevoli interpretazioni, tutte possibili e nessuna definitiva, il che in fondo ne certifica la qualità e l’attrattiva, ben maggiore di buona parte del “pop” italiano di classifica – di quello successivo e soprattutto dell’odierno – e sancisce l’indiscutibile genio artistico di Celentano. Di contro, secondo alcuni, per Prisencolinensinainciusol non si dovrebbe parlare di “rap ante-litteram” in quanto brano basato su fonemi privi di significato e ispirati alla musicalità di un inglese inventato, non sul parlato altamente espressivo che è elemento peculiare del rap. Ok, può ben essere così, tuttavia, al riguardo, mi viene da obiettare: ma perché, scusate, molte canzoni trap attuali un significato logico ce l’hanno?

Ecco. Dunque, non posso che affermare con convinzione Oh sandei | Ai ai smai sesler | Eni els so co uil piso ai | In de col men seivuan | Prisencolinensinainciusol, ol rait!