Di plastica vestire, o di plastica perire

Ma se da più parti giungono denunce su come la plastica stia inquinando il mondo e soprattutto i mari del pianeta, su come uccida numerosi organismi viventi, su come sia ormai inderogabile la necessità di diminuirne l’uso e il consumo fino ad azzerarlo, se sono ormai innumerevoli le ricerche scientifiche che con dati inoppugnabili palesano tutto ciò… perché sui media compaiono ancora articoli come questo, nel quale si afferma “allegramente” che «la “plastica” sarà il tessuto più gettonato della nuova stagione. Dimenticatevi della pelle, del cotone e dei soliti tessuti: il futuro è di plastica. […] Non solo borse, infatti, anche cappelli, scarpe e cinture e abbigliamento. La nuova frontiera del cool è fatta di plastica e segna un nuovo stile che farà tendenza molto presto» senza peraltro che vi sia alcuna indicazione sull’uso di plastiche ecosostenibili, anzi, precisando che si tratti di “pvc mania” – che suona sicuramente meglio di “cloruro di polivinile mania” e non fa pensare ai suoi vari pericoli?

Perché ciò accade, con che logica può accadere, per inseguire quale folle e pericoloso tornaconto ovvero in forza di quale spaventosa ignoranza?
O forse che la “logica” di tale follia stia nel principio “moriremo tutti soffocati, però vestiti in modo super cool!”?

N.B.: in testa al post, a destra una foto tratta dal web, a sinistra un’immagine della campagna di SeaShepherd sugli effetti dell’inquinamento da plastica nei mari (lo slogan dice: «La plastica che usi una sola volta tortura gli oceani per sempre»). Per mera “decenza” non ho tratto immagini dal servizio di “moda” citato nel post.

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Plastica sarà la sorte nostra…

A fronte dei tanti (troppi) che di cambiamenti climatici e conseguenze relative se ne infischiano beatamente, magari pure rallegrandosi se a fine gennaio pare di essere in primavera (come è successo più volte, negli ultimi anni), alcuni altri temono effetti assai funesti per tutto il genere umano in forza del clima che cambia, paventando cataclismi e apocalissi degne della fine dei tempi o, meglio, della fine del genere umano.

Beh, no, un attimo. Non corriamo così tanto verso tali ipotesi…

Perché ci potrebbe essere anche di peggio, già.

La plastica, ad esempio.

Recenti e autorevoli studi scientifici dimostrano infatti che entro il 2050 nei mari del pianeta ci sarà un peso maggiore di rifiuti plastici che di pesci (clic). Ma, per correre rischi alquanto letali, non dovremo – sempre noi genere umano nel suo complesso, sì – aspettare così tanto, visto che già oggi la maggior parte del sale da cucina di origine marina contiene microplastiche, le quali impunemente ci finiscono dentro l’organismo con tutti i veleni che si portano appresso.

Ecco.

Possiamo almeno un poco “consolarci”, però: sia nell’una che nell’altra ipotesi, la colpa è e sarà totalmente nostra. Quindi non dovremmo prendercela con chissà chi rodendoci il fegato e i nervi ma solo con noi stessi, e siccome da sempre non ne siamo capaci – altrimenti non ricadremmo nei consueti errori già commessi lungo la nostra storia – potremo starcene ben tranquilli e rilassati facendo finta di nulla ad attendere la nostra fine. Evviva!

L’uomo ama costruire, e tracciare strade, è pacifico. Ma da che viene che ami appassionatamente anche la distruzione e il caos?

(Fëdor Dostoevskij)

Il senso civico ridotto a mozziconi

La rivista d’informazione eco-ambientale GreenMe (ri)mette in luce, in un articolo di qualche giorno fa (cliccate sull’immagine qui sopra per leggerlo), il danno estremo provocato dai mozziconi di sigaretta gettati in terra o altrove: al primo posto tra i rifiuti inquinanti prodotti dall’uomo e che ogni anno finiscono in mare, ancor più dei tanti oggetti in plastica, ci sono proprio i mozziconi di sigaretta, le cicche, che hanno un filtro fatto di acetato di cellulosa il quale impiega più di dieci anni per decomporsi.

Ci sono minimi gesti usuali, nella vita quotidiana della nostra società, che pur nel loro piccolo risultano – a mio modo di vedere – assolutamente emblematici del senso civico e dello stato di salute culturale diffusi nella società stessa o, dalla parte opposta, della maleducazione e dell’inciviltà diffusa. Ecco, la pratica di gettare o mozziconi delle sigarette appena fumate da persone sicuramente “per bene” come nulla fosse, ovvero come qualcosa di automatico e naturale, credo sia tra quei piccoli gesti uno dei più significativi, in tal senso. Più significativi e più barbari proprio in forza della sua piccolezza, della sua banalità. Perché se numerosi membri di una società apparentemente “civile” e “avanzata” non sanno evitare pratiche pur così minime e semplici ma tanto deleterie, significa che l’imbarbarimento, culturale e non solo, è ormai genetico. È anche questo inquinamento, a ben vedere: del cervello di molte persone, e con conseguenti gravi danni al buon senso.

Fosse per me, mi augurerei volentieri che a chi commetta tale ignobile gesto venissero comminati svariati anni di detenzione, già. Forse sarebbe l’unico sistema realmente efficace per debellarlo, nel breve termine e in attesa che un senso civico maggiormente sviluppato e attivo (o una maggior intelligenza, forse dovrei dire) si diffonda nuovamente. Ma è solo una mia “provocazione”, ovvio.

Benvenuti nel Toxicocene

Viviamo un’epoca che dalla scienza viene definita Antropocene, “nella quale all’essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche.” (cfr. Wikipedia).
Tuttavia, guardiamoci un po’ intorno, nel mondo che ci circonda, con mente vivida e lucida.

Il clima sta cambiando per mano dell’uomo, appunto, e per molti versi in peggio nei confronti del modus vivendi adottato in questa epoca dalla nostra civiltà. Gli oceani e i mari traboccano di rifiuti, plastici e non solo, che poi i pesci si mangiano – e noi mangiamo quei pesci. Il sottosuolo è infarcito di altri rifiuti più o meno industriali, che inquinano le falde acquifere e ammorbano le colture, per non parlare dell’aria che respiriamo nelle zone più urbanizzate del pianeta. Restiamo saldamente legati ai combustibili fossili, la cui estrazione da un lato deturpa il pianeta e dall’altro lo avvelena, mentre i governi del mondo, salvo rari casi, sembrano poco o nulla interessati ad uno sviluppo autentico delle energie alternative. Nelle guerre contemporanee non ci si fa scrupolo di utilizzare le più spaventose armi chimiche – Siria docet – ma pure ove non si sparino missili o si facciano cadere bombe i confronti geopolitici internazionali attuali sono di frequente fatti di scambi maligni e velenosi. Persino lo spazio orbitale attorno alla Terra si sta ingombrando di cosiddetti “rifiuti spaziali”… E che dire dell’animo delle persone comuni? Quanto è ricolmo di tossine, di veleni, di livori del tutto antitetici a qualsiasi progresso civile? Quanto la nostra civiltà, la nostra società, in mille modi anche opposti ma sempre di simile sostanza, sta diventando tossica, come se stesse inesorabilmente assorbendo i veleni che il genere umano continua a spargere per il mondo e l’ambiente?

Ecco: la nostra epoca attuale, ancor più che “Antropocene”, dovrebbe ormai chiamarsi Toxicocene.
Questo è, sfortunatamente per noi tutti.

P.S.: il titolo di questo post ovviamente rimanda a quello del libro di Paul Crutzen dal quale viene il nome dell’attuale era geologica, ovvero Benvenuti nell’Antropocene.

La vita è una ruota (che gira nella spazzatura!)

A considerare questa emblematica illustrazione (presa da qui), e a leggere quanto rilevato e denunciato dalle principali organizzazioni ambientaliste circa la quantità di immondizia, soprattutto plastica, che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ricordo – gettiamo nei corsi d’acqua e nei mari della Terra (8 milioni di tonnellate all’anno, attualmente), mi torna in mente un motto dannunziano non così fuori contesto come potrebbe sembrare (al di là delle solite bieche strumentalizzazioni che subì), almeno nel senso assoluto: io ho quel che ho donato. Motto che il Vate fece proprio ma che in verità è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:”Hoc habeo quadcumque dedi”, il quale si può interpretare con qualcosa del tipo “tutto quanto si dà, prima o poi torna indietro”. A tal riguardo se è lapalissiano che si può dare solo ciò che si ha, e se questa cosa vale in senso pratico e, anche più, in senso concettuale, viene drammaticamente triste ritenere che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ribadisco – diamo al mondo che abbiamo intorno e abitiamo ciò che siamo, cioè la nostra effettiva sostanza. Ovvero, della gran nociva e letale spazzatura. La quale, poi, dopo aver avvelenato mari e oceani, inesorabilmente torna indietro ad avvelenare noi.

Ma, a quanto pare, a giudicare dai dati sulla quantità crescente di rifiuti nei mari e alla faccia dei tanti buoni propositi ecologisti che ci piace tanto sentire e poco o nulla praticare, questa cosa proprio non la capiamo. Evidentemente, quella stessa sostanza che buttiamo nei mari ci riempie pure la testa, ormai.