Andrà (non proprio) tutto bene

Sia chiaro da subito: l’«Andrà tutto bene» sui balconi o nei jpeg e gif sui social va… bene, certamente, comprendo perfettamente lo slogan e il moto di speranza che vi sta dietro e lo approvo, nel principio. A volte l’illusione resta il miglior lenitivo per l’animo, quando intorno accadono cose che si fa fatica a capire e, dunque, a sopportare. Ma – senza voler apparire cinico e sprezzante, e tanto meno pessimista o catastrofista – quella, ribadisco, è purtroppo una mera illusione, il credere che in tali situazioni tutto possa andare bene quando è pacifico, e inevitabile, che non sarà così. Certo, nemmeno questa volta il mondo finirà, probabilmente, e passato il periodo peggiore tornerà lo stato “normale” delle cose. Al quale, tuttavia, non tutti arriveranno in condizioni normali, per motivi diversi che in molti casi abbiamo sotto gli occhi o ne leggiamo e abbiamo notizie sui media.
Allora forse, mi permetto di asserire, pragmaticamente lo striscione più giusto e adatto alla situazione credo dovrebbe essere questo:

Anche perché non vorrei che convincersi, più per comodità che per obiettività, che «tutto andrà bene», rischi di distaccarci dall’effettiva realtà dei fatti e dalla necessità di salvaguardare la solidarietà sociale che nelle comunità di cui facciamo parte è un elemento indispensabile e imprescindibile per superare situazioni gravi come quella in corso. Invece l’essere coscienti che non tutto andrà bene, o non a tutti, ci dovrebbe obbligare a prestare sempre grande attenzione agli altri e alle loro vite, oltre che alla nostra – anzi, insieme alla nostra – e a considerare che purtroppo no, le cose non sempre vanno per il verso giusto e non sempre succede ad altri che non vadano per il verso giusto. Cercare di prevenire una circostanza del genere, io penso possa generare benefici non solo per se stessi ma per tutti, appunto. Allora sì, forse non andrà tutto tutto bene ma, magari, non tutto andrà male.
Meglio, no?

«Niente sarà come prima»…

…«Tutto cambierà». E «tutto andrà bene», certo!

Ma con calma, eh! Che a far le cose di fretta non va bene, a cambiare tutto quanto così, d’improvviso… eh no, non si fa, non è il caso! Prima vediamo per bene se quello che si faceva prima fosse tanto sbagliato, magari non lo era, chissà, era comodo, semplice, andava bene comunque eh… poi, be’, cambiare sì, forse, ma anche no, dipende, che certe abitudini ormai sono acquisite, sono dure a morire…

Già.
Dure a morire più che un virus. Per questo, prima o poi, un vaccino lo si trova;  invece, per certi comportamenti diffusi e ormai cronici – “virus” a loro volta, e tra i peggiori in assoluto – è ben più difficile.
Ma poi, fuori il tricolore al balcone e alé, andrà tutto bene! Vero?
Ecco.

(Le immagini di corredo al post – cliccateci sopra per ingrandirle – le ho ricavate dalla pagina facebook dell’ASST di Bergamo, zona tra le più colpite dal coronavirus, come saprete, anche se poi noto sul web che il “fenomeno” è diffuso un po’ ovunque, in Italia, da Nord a Sud. C’avrei scommesso, d’altronde.)

Di plastica vestire, o di plastica perire

Ma se da più parti giungono denunce su come la plastica stia inquinando il mondo e soprattutto i mari del pianeta, su come uccida numerosi organismi viventi, su come sia ormai inderogabile la necessità di diminuirne l’uso e il consumo fino ad azzerarlo, se sono ormai innumerevoli le ricerche scientifiche che con dati inoppugnabili palesano tutto ciò… perché sui media compaiono ancora articoli come questo, nel quale si afferma “allegramente” che «la “plastica” sarà il tessuto più gettonato della nuova stagione. Dimenticatevi della pelle, del cotone e dei soliti tessuti: il futuro è di plastica. […] Non solo borse, infatti, anche cappelli, scarpe e cinture e abbigliamento. La nuova frontiera del cool è fatta di plastica e segna un nuovo stile che farà tendenza molto presto» senza peraltro che vi sia alcuna indicazione sull’uso di plastiche ecosostenibili, anzi, precisando che si tratti di “pvc mania” – che suona sicuramente meglio di “cloruro di polivinile mania” e non fa pensare ai suoi vari pericoli?

Perché ciò accade, con che logica può accadere, per inseguire quale folle e pericoloso tornaconto ovvero in forza di quale spaventosa ignoranza?
O forse che la “logica” di tale follia stia nel principio “moriremo tutti soffocati, però vestiti in modo super cool!”?

N.B.: in testa al post, a destra una foto tratta dal web, a sinistra un’immagine della campagna di SeaShepherd sugli effetti dell’inquinamento da plastica nei mari (lo slogan dice: «La plastica che usi una sola volta tortura gli oceani per sempre»). Per mera “decenza” non ho tratto immagini dal servizio di “moda” citato nel post.

Quelli che buttano i mozziconi in terra

Comunque, ci tengo anche a dire che quei tanti (troppi!) fumatori che tranquillamente fumano le loro sigarette lungo le pubbliche vie e poi, altrettanto tranquillamente, come fosse la cosa più normale e ovvia da farsi, buttano in terra i mozziconi, fosse per me li condannerei a 5 (cinque) anni di lavori socialmente e culturalmente utili. E, in caso di recidiva, altri 5 anni che comprendano specificatamente la pulizia del suolo pubblico con la personale orofaringe anteriorela lingua, sì.

Perché proprio in forza della sua semplicità e banalità, che l’ha reso tanto automatico e istintivo, il gesto di buttare i mozziconi di sigaretta in terra trovo che sia di una maleducazione e di una inciviltà mostruose. Oltre che, chiaramente, d’una nocività estrema: la città di Ginevra, che di recente ha lanciato una campagna di denuncia e contrasto di tale inciviltà (la quale, appunto, purtroppo ha caratteri pandemici planetari, e infatti altre città si sono mosse in tal senso – ma evidentemente a molti il fumo ha dato alla testa), ha calcolato che in una sola domenica vengono gettati sul suolo pubblico cittadino 476.000 mozziconi. Se si considera che Ginevra è una città di nemmeno duecentomila abitanti (d’uno stato peraltro ben più civile di molti altri) e se dunque si prova a immaginare come quella quantità di mozziconi possa proporzionalmente aumentare, su scala globale (ve lo anticipo io: 10.000.000.000 – dieci miliardi al giorno, si veda qui), e se infine si considera che un mozzicone di sigaretta impiega anche decine di anni per decomporsi, ne esce il ritratto di una vera e propria catastrofe ambientale. Quasi invisibile dacché estremamente frammentata ma, proprio per questo, altrettanto estremamente dannosa.

Ecco.

Forse, a invocare la condanna suddetta per gli incivili che buttano i mozziconi di sigaretta in terra, sono stato fin troppo magnanimo, già.

P.S.: sì, di nuovo so benissimo che ci sono in vigore leggi punitive (troppo poco tali, forse) al riguardo, ma tanto qui quasi nessuno le rispetta e quasi nessuno le applica e le fa rispettare. Dunque, amen!

La vita è una ruota (che gira nella spazzatura!)

A considerare questa emblematica illustrazione (presa da qui), e a leggere quanto rilevato e denunciato dalle principali organizzazioni ambientaliste circa la quantità di immondizia, soprattutto plastica, che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ricordo – gettiamo nei corsi d’acqua e nei mari della Terra (8 milioni di tonnellate all’anno, attualmente), mi torna in mente un motto dannunziano non così fuori contesto come potrebbe sembrare (al di là delle solite bieche strumentalizzazioni che subì), almeno nel senso assoluto: io ho quel che ho donato. Motto che il Vate fece proprio ma che in verità è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:”Hoc habeo quadcumque dedi”, il quale si può interpretare con qualcosa del tipo “tutto quanto si dà, prima o poi torna indietro”. A tal riguardo se è lapalissiano che si può dare solo ciò che si ha, e se questa cosa vale in senso pratico e, anche più, in senso concettuale, viene drammaticamente triste ritenere che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ribadisco – diamo al mondo che abbiamo intorno e abitiamo ciò che siamo, cioè la nostra effettiva sostanza. Ovvero, della gran nociva e letale spazzatura. La quale, poi, dopo aver avvelenato mari e oceani, inesorabilmente torna indietro ad avvelenare noi.

Ma, a quanto pare, a giudicare dai dati sulla quantità crescente di rifiuti nei mari e alla faccia dei tanti buoni propositi ecologisti che ci piace tanto sentire e poco o nulla praticare, questa cosa proprio non la capiamo. Evidentemente, quella stessa sostanza che buttiamo nei mari ci riempie pure la testa, ormai.