Per essere come Shakespeare, non bisogna leggere Shakespeare! (Giorgio Manganelli dixit)

Mettiamo ad ogni modo che lei sia Shakespeare o Tolstoj. Che cosa vorrei dirle? Che per scrivere l’Amleto, o anche molto meno, l’università di lettere non le darà nulla. La consiglierei di iscriversi a chimica, archeologia, geologia. Lei ha bisogno di metafore, di allitterazioni, di iperboli. Ha bisogno di perdere tempo e di commettere degli errori: molti errori. Le serve il cattivo gusto, ha bisogno di letture sciocche e inattendibili. Ha bisogno di refusi. In una parola: non pensi di imparare a scrivere frequentando chi frequenta la letteratura. Niente di peggio di fare letture giuste, di sapere quello che si sta facendo. Lei dice di essere Shakespeare? Può darsi; anzi, ci credo. Per questo le dico: si iscriva a Geologia. Vedrà quante metafore le verranno regalate. Non ricordo più che cosa siano gli oligoscisti: ma quella, caro mio, quella è letteratura.

(Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi, 1994, 2a ed.)

In effetti Manganelli ha ragione – e lo dico da grande sostenitore della lettura della grande letteratura quale pratica necessaria alla scrittura letteraria. Così come sovente le migliori idee, spunti, intuizioni, illuminazioni, giungono da cose che non c’entrano nulla con ciò che si deve pensare o fare, ugualmente, se non si vuole percorrere sentieri letterari già attraversati da altri bisogna uscire da essi, esplorare altri territori, osservare al di là degli ambiti soliti, cercare ciò che si vuole trovare dove si pensa o si crede che non si possa trovare. Magari è così, e non si troverà nulla; magari invece si troverà ciò che si cerca, e in tal caso la scoperta sarà ancora più significativa e illuminante. Siccome l’arte è (deve essere) sempre rivoluzione (Gauguin docet!), e siccome la scrittura letteraria è arte, quantunque troppo spesso non sembri e non venga considerata tale, quando si scrive bisogna sempre perseguire una rivoluzione. Piccola o grande che sia, ma sempre deve essere quello l’obiettivo. Una rivoluzione peraltro quanto mai necessaria, oltre che per il mondo intero anche per la scrittura stessa.

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Parlare di cultura come di f…

senza-nome-true-color-02Scurrile? Inadatto, Fuori luogo?

Beh, perdonatemi se ciò è quanto il testo sopra riprodotto vi susciti. Fatto sta che lo scriveva quel grandissimo scrittore e intellettuale che fu Giorgio Manganelli – è un appunto del 25/10/52 tratto dai Quaderni 10/3/51 – 2/11/52 conservato a Pavia presso il Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei della locale Università.

manganelli-713468Ma, in fin dei conti, non è veramente come dovrebbe essere? Se la cultura non è nella testa delle persone nel modo che dice Manganelli (e lo diceva più di mezzo secolo fa, si noti!) ovvero come qualcosa a cui tutti pensano – anche nella versione femminile, sia chiaro! – perché nel bene e nel male non si riesce a fare altrimenti (e se invece ci riesce è segno evidente d’un qualche problema mentale ovvero d’una autocostrizione al deperimento intellettuale, per così dire – sì, ora mi riferisco alla cultura, anche se…) allora inesorabilmente diverrà qualcosa di superfluo, quando non di disprezzabile. Forse come sta già rischiando di diventare, di questi tempi.
E, comunque, sarà ben più “scurrile” una società senza cultura che qualsiasi altra consapevolmente sboccata! O no?

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

I musei sono prepotenti, le biblioteche oneste (Giorgio Manganelli dixit)

Io diffido dei musei, in primo luogo dei musei istituzionali, che tendono a raccogliere e catalogare “tutto”. La biblioteca è pedante ma onesta. Non pretende di essere unica. Il museo esige di essere solitario, esemplare, irripetibile. È fatto di oggetti unici. Ogni esempio è una preda, comprata, catturata, deportata, scovata, scavata, rubata, corrotta, scambiata, trafugata. Un museo presuppone una passione non ignara di delitti, una cupa concentrazione, la mitologica fantasia di poter ritagliare uno spazio piatto e concluso, tolemaico, nel mondo sferico copernicano. Un museo nasconde una macchinazione, una prepotenza, una frode. Raccoglie quelle cose ambigue e un poco sinistre che sono i capolavori; colleziona opere d’arte, in nome della bellezza; infine, pretende di essere istruttivo. In ogni caso, i musei agiscono in modo riduttivo; l’opera chiusa nella teca del museo è catturata in un lager di squisitezze, viene dichiarata eterna purché rinunci alla propria qualità magica, alla intrinseca violenza, perché accetti di essere “bella”.

(Giorgio Manganelli, Lager di squisitezze, ne La favola pitagorica, Adelphi, 2005, pag.57-58.)

giorgio-manganelliSulla scia di quanto scritto da Manganelli, mi viene a pensare al museo e alla biblioteca come alla prigione dorata dell’arte, il primo, e ad una pensione pur modesta per la stessa la seconda – che si tratti di arte visiva, letteraria o che altro, la questione non cambia. Nel primo si può anche vivere ma quasi sempre non se ne esce più, dalla seconda sì. Il primo può essere bellissimo, ma facilmente condanna l’arte a non dialogare più con le persone, condannandola a una mera fruizione estetica, la seconda invece, anche quando sia piccola e dimessa, consente ad essa di parlare ancora, di raccontare, di insegnare, di illuminare.
Solo se sa rimanere aperto a quanto ha intorno, il museo può sfuggire a quella sorte da carceriere; solo se, in qualità di scrigno di cultura, ne resta anche fonte, sorgente, movente. Proprio come lo è per natura la biblioteca – sperando che essa stessa sappia rimanere tale e non trasformarsi in un museo di arte letteraria, ovvero di libri imprigionati. Ma questo, senza dubbio, dipende molto da noi lettori.