Bannare (le responsabilità)

[Foto di Charles Deluvio da Unsplash.]
La questione del ban dai social network dell’ignobile Presidente degli Stati Uniti d’America ancora in carica in verità tocca – a prescindere dal personaggio, inutile rimarcarlo – una questione ormai già annosa anche se relativamente recente, quella della libertà di parola e di censura degli utenti di reti sociali digitali private d’uso pubblico e “libero”. Dunque si può essere d’accordo o meno con le azioni di Twitter, Facebook e compagnia bella verso Trump o quelli come lui, ma a ben vedere la questione è un’altra, e concerne in primis – ovvero da un punto di vista culturale – la responsabilità dei soggetti in gioco, dentro e fuori il web.

Due esempi, al riguardo: da un lato l’utente “preminente” (perché pubblico personaggio o che altro: il presidente di una superpotenza mondiale, per dire) del social network che dimentica la personale responsabilità circa i contenuti dei post che rende pubblici i quali, per lo status di ampia visibilità suddetto, raggiungono milioni di followers con conseguenti potenziali danni, se manifestano messaggi “equivoci” – lo segnala Massimo Mantellini nel suo blog su “Il Post”, segnalando pure, a suo parere, la mancanza di responsabilità “tecnica” e di risolutezza da parte del social network in un caso del genere:

Donald Trump – che un ragazzino in crisi ormonale avesse 88 milioni di follower è una possibilità che chi ha immaginato l’architettura di Internet non aveva considerato – andava bannato da Twitter nel 2017. Se non prima.

Oppure la dimenticanza di responsabilità della politica, la quale consente a soggetti privati quali sono i social network di ergersi a pubblici ufficiali (non solo del web), che molto chiaramente segnala Dario Bonacina sul suo blog:

Simili sanzioni su determinate persone devono essere considerate, ma inquadrandole da un punto di vista normativo comune a tutte le piattaforme, e fatte valere da chi ha l’autorità di procedere in tal senso. Se esistono già leggi che fanno valere questo principio, vanno fatte rispettare, ma se non esistono vanno promosse, perché non si tratta di un argomento di poca importanza.

Per quanto mi riguarda, pur comprendendo inevitabilmente i ban dei social suddetti verso un soggetto come Trump, e pur avendo, in occasioni di simile natura, invocato la chiusura di presunti organi d’informazione giornalistica utilizzati per spargere fango e indecenze verso i “nemici” (“Libero” è l’esempio lampante, certamente, ma proprio perché, posta tale loro attività diffamatoria, non più identificabili come organi d’informazione, appunto), torno sempre a reinterpretare alla mia maniera quel celeberrimo aforisma (che tanti credono di Voltaire, invece no) sulla libertà d’opinione, così:

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo. Anche perché è il modo più rapido ed efficace che hai per dimostrare a chiunque quanto sei cretino e spregevole, nel caso.

Ecco.
Insomma: va bene zittire un personaggio così ripugnante, ma a patto che in forza di ciò non ci si dimentichi di quanto sia ripugnante.
In fondo è anche questa una responsabilità, che dobbiamo assumere e manifestare tutti quanti.

Discipline assai divertenti

[Immagini tratte dal web.]
Ecco, queste sono le occasioni nelle quali ci si rende conto di quanto la psicologia, la sociologia e l’antropologia, se applicate alla politica e ai suoi eventi (soprattutto) contemporanei, siano discipline non solo affascinanti, necessarie e profondamente illuminanti ma pure di valore assoluto nonché meravigliosamente divertenti. 😂

USA, tutto come “previsto”

[Immagine tratta dal web, presente su vari siti e pagine social.]
Personalmente, dopo i pur impressionanti fatti di ieri a Washington, non credo che l’America sia sull’orlo di una guerra civile e nemmeno che abbia subito un tentativo di colpo di stato – basta osservare le foto dei tizi entrati nello United States Capitol per comprenderlo, ridendo non poco (risate tanto sarcastiche quanto seppellenti, sia chiaro).

Ovvero, non lo è ancora ma lo sarà. Nel senso che i primi e prodromici passi sulla via che la potrebbe portare verso quella sorte sono già stati compiuti, non da ieri ma da tempo tuttavia ieri, senza dubbio, in maniera più palese.

Magari avverrà tra uno, dieci o cinquant’anni ma accadrà, se l’America stessa non saprà evitarlo. Oppure nel caso che a volerla realizzare, quella sorte, sia proprio l’America stessa: dacché l’azione dei teppisti trumpiani (il quale, pur in tutta la sua indecenza, non è una causa ma già un effetto di tale situazione) è più ridicola e grottesca che pericolosa, però che nell’America profonda sia radicata da decenni un’anima nazistoide, violenta ed estremista, mai eliminata e anzi funzionale ergo sobillata da certe parti del sistema di potere (a proposito: le forze dell’ordine di Washington e dintorni dovranno spiegare un po’ di cose, al riguardo), è verità ormai ben risaputa.

In ogni caso, credo (temo) che quei tanti romanzi distopici che negli anni hanno descritto gli USA in preda a forme di totalitarismo di vario genere – primo tra tutti, anche per “potenziale veridicità”, Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood (ma ne trovate altri in questo elenco, posto che per molti di essi è proprio l’America il paese di riferimento) – saranno da considerare molto meno distopici e fantascientifici di quanto lo siano oggi.

Insomma, per gli USA il peggio deve ancora venire – soprattutto se nessun “meglio” saprà fare qualcosa altrimenti, appunto. In fondo sono già molte, le distopie letterarie e artistiche in genere, a essere divenute realtà effettiva: non ci sarà granché da sorprendersene, dunque, se anche questa lo diverrà.