Chi si farebbe operare da un architetto?

Il filosofo e sociologo Slavoj Žižek con la maglietta che reca il motto di Bartleby, lo scrivano di Melville. Foto tratta da “Artribune”, dall’articolo citato e linkato nel post.

[…] Chi si farebbe operare da un architetto? Chi si farebbe costruire la casa da un biologo? Chi si farebbe difendere in tribunale da un dentista? Perché invece presidenti e amministratori di imprese culturali (teatri, musei, festival, fondazioni) possono essere persone che non sanno nulla di finanza, controllo di gestione, contabilità, contrattualistica, risorse umane? Perché avvocati, medici, architetti non ci si improvvisa, mentre amministratori sì? Perché gestire decine e decine di milioni e centinaia di persone può essere per autodidatti e operare un essere umano, affrontare una causa in tribunale o progettare un ponte no?
[…]
Allora nella politica di oggi non ripongo speranze, ahimè; nel senso di responsabilità delle persone, invece, sì. Il più delle volte sono persone di pregio e con meriti sociali e creativi importanti. Appello: per favore, mettete da parte l’ego, la voglia di poltrona o di medaglie. E imparate a dire: “Grazie ma, no, non è il mio mestiere”.

(Fabio Severino su “Artribune” #50, in un editoriale intitolato I would prefer not to – sì, è la celebre affermazione di Bartleby, lo scrivano di Melville – nel quale riflette sagacemente su competenze (non) richieste e improvvisazione in politica, una realtà molto italiana per la quale – per dirla in modo suggestivo – gente che non sa fare, fa cose che dovrebbero fare altri a cui tocca invece fare tutt’altro. Leggete l’illuminante articolo nella sua interezza qui o cliccando sull’immagine in testa al post.)

I migliori che se ne vanno (all’estero)

[Photo credit: Clker-Free-Vector-Images da Pixabay]
C’è una conseguenza alquanto interessante, anche se ovviamente non denotata dai pavidi media nazionali, relativa alla fuga di ben 800mila italiani verso paesi esteri, molti dei quali giovani e con livelli di istruzione medio-alti: così è ancora più evidente nella popolazione rimasta in Italia l’ampia presenza di cialtroni, peraltro anche per ciò con proporzione crescente rispetto alla parte sana (che c’è ancora, ma è sempre più minacciata) e con relative inesorabili conseguenze.

Che poi, non sia dimenticato, gli 800mila italiani citati in queste ore sono quelli trasferiti all’estero, ovvero solo una parte degli oltre cinque milioni residenti al di fuori dei confini italici.

D’altro canto, posta la suddetta situazione, chi può ritenere logico restare in un luogo simile quando abbia qualche possibilità di trasferirsi in posti migliori sotto molti punti di vista? Ovviamente così accelerando l’agonia del paese natale, ma tant’è. Come scrisse argutamente Indro Montanelli, «Il bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto». Amen.

 

Un futuro “dispiacevole”, per i libri?

(Photo credit: Angel Hernandez da Pixabay)

In lettura sono stati constatati dei passi indietro nella maggior parte dei 36 paesi dell’Ocse. Rispetto al primo rilevamento effettuato nel 2000 si delinea un calo del piacere della lettura da parte dei quindicenni.

Così riporta questo articolo di “SwissInfo” dedicato ai risultati dei test PISA dell’OCSE, resi pubblici qualche giorno fa (ne ho già detto qui) e che stanno suscitando notevoli dibattiti, anche per certe situazioni nazionali – ad esempio quella italiana, sì – non esattamente rosee.

Insomma, a stare ai risultati suddetti, giustamente evidenziati dalla testata svizzera, il futuro dei libri e della lettura appare quanto mai incerto, se non già inquietante, in considerazione del fatto poi che la fascia d’età citata è una di quelle fondamentali per la formazione dei lettori adulti nonché una di quelle più “performanti”, a livelli di vendite, del mercato editoriale.

Ma non solo il futuro appare buio in tal senso. Torna in mente quel famoso adagio, «un bambino che legge sarà un adulto che pensa», e constatare che possa venir meno quella insuperabile e irrinunciabile educazione al pensiero, all’intelligenza, alla civiltà, alla libertà che sanno dare i buoni libri letti nell’età della formazione, è veramente qualcosa di preoccupante.

C’è una speranza, almeno: vista la giovane età dei soggetti in questione, ci può essere il tempo necessario per migliorare tale realtà e farla tornare virtuosa per il bene di tutti. È un compito fondamentale che devono assumersi la scuola, l’istituzione statale, i media e l’opinione pubblica e in primis la famiglia. E di questi elementi, temo che solo uno (in rari casi due) abbia o abbiano la volontà e la consapevolezza necessaria – salvo eccezioni che mi auguro sporadiche – ad assumersi questa responsabilità. Ma ne va del futuro dell’intera società: sarebbe il caso di riflettere su ciò e di agire con la dovuta sollecitudine e con altrettanta efficacia.

 

La squola itagliana

Nei Paesi Ocse in media solo uno studente su 10 si dimostra in grado di riconoscere un fatto da un’opinione, decifrando messaggi impliciti contenuti in un testo. In Italia il dato è ancora più grave: appena uno studente su 20.

(Andrea Schleicher, capo della Direzione Istruzione/Educazione dell’OCSE e responsabile del programma PISA – Programme for International Student Assessment, citato in questo articolo dell’AGI.)

Lavorare male

(Photo credit: Creative Commons license; uploaded by Wikivisual.)
Non so, sbaglierò, può ben essere, ma col tempo mi si fa sempre più nitida l’impressione che se nell’intero comparto produttivo (industria, commercio, terziario… ovunque, insomma) si dovessero eliminare quelle figure che non compiono le proprie mansioni lavorative come dovrebbero e come la loro etica professionale imporrebbe, e che vanno a lavorare tanto per tirar sera e portarsi a casa lo stipendio alla fine del mese, almeno due terzi dei lavoranti finirebbe disoccupata ma il PIL nazionale aumenterebbe in misura cospicua.

Già.

Proprio come aumenterebbe di quota librandosi sempre più agile nel cielo l’aerostato che si liberi della zavorra inutile, ecco.

È un’impressione personale, eh, ma nitida. Sempre più nitida. Nitidissima, sì.