Beirut

[Immagine tratta da questo video sul canale YouTube di The Guardian.]
Guardando con inopinato sgomento le immagini di quanto accaduto a Beirut, dell’immane esplosione, della città per buona parte devastata, dei suoi abitanti che vagano tra le macerie sbigottiti, confusi, feriti, mi tornano alla mente – e come a me a tanti altri, suppongo – le celeberrime immagini della città libanese scattate dal grande fotografo milanese Gabriele Basilico, che la ritrasse nel 1991 appena dopo la fine della guerra civile che sconvolse il paese mediorientale e ridusse una delle più splendide città di quella parte di mondo, la “Parigi del Medio Oriente” come venne definita negli anni Sessanta dello scorso secolo, in un paesaggio devastato e spettrale, apparentemente privo di vita – proprio come lo volle ritrarre Basilico nei suoi scatti privi di presenze umane.

[Gabriele Basilico, Beirut 1991. Immagine tratta da http://www.mufoco.org/omaggio-a-gabriele-basilico/]
L’analogia tra le immagini di trent’anni fa e quelle odierne è evidente e spaventosa, anche per come rimarchi la costante sorte nefasta che sembra infierire su Beirut e sui suoi abitanti, purtroppo per motivi sempre legati a colpe umane. Ma ho letto una cosa – qui – legata al lavoro che fece Basilico a Beirut e che mi pare assolutamente adatta anche alla cronaca di questi giorni:  racconta la photo editor Giovanna Calvenzi, curatrice di mostre sull’opera di Gabriele Basilico, che quando venne chiamato insieme alla scrittrice Dominique Eddé per documentare le devastazioni nel centro della città «sembrava disperato, continuava a ripetere che non era un fotografo di guerra. Poi un giorno Eddé lo ha portato in cima all’Holiday Inn e per la prima volta, da quella prospettiva, ha capito che la città era viva e che solo la sua pelle era stata profondamente martoriata».

Ecco, Beirut è una creatura urbana troppo spesso martoriata ma sempre resiliente e costantemente viva, a cui non si può che augurare di restare tale, di risollevarsi, riprendersi e continuare a coltivare il proprio inimitabile fascino, qualcosa che, nonostante tutte le tragedie subite, non è mai venuto meno e mai svanirà.

«Un idiota alla Casa Bianca»

La graficamente notevolissima e notevolmente emblematica prima pagina del “New York Times” del 24 maggio scorso, che presenta una lista di circa 1.000 persone morte per Covid-19 con relativi brevi necrologi, a rimarcare concretamente la spaventosa gravità della pandemia negli USA – che hanno ormai superato i 100.000 morti – come in nessun altro paese del mondo, mi ha fatto tornare alla mente, chissà come mai, un breve tanto quanto (divenuto) celeberrimo passaggio d’un libro dello scrittore e produttore televisivo (ma pure tra i massimi esperti americani di Shakespeare) Steve Sohmer:

L’America può mandare un uomo sulla Luna, figuriamoci se non possono mettere un idiota alla Casa Bianca.

(da Favorite Son, 1987, ed.it. Gli ultimi nove giorni, traduzione di Vincenzo Mantovani, Rizzoli, Milano, 1988; il passaggio è a pagina 263.)

Sohmer lo scrisse quando alla presidenza degli USA c’era ancora Ronald Reagan ma – ribadisco, chissà come mai – tale affermazione non solo non ha tempo ma risulta quanto mai perfetta proprio in questo periodo.

Chissà perché, già!

Stereoscopiche scempiaggini

Leggo che un team di neuroscienziati dell’Università del Minnesota ha messo ad alcune seppie degli occhiali 3D e ha scoperto che godono della visione stereoscopica, una dote che «è frutto di un difficile calcolo che non avviene in modo automatico in ogni creatura dotata di un paio d’occhi», come ha dichiarato uno dei ricercatori coinvolti negli esperimenti, e che possiedono poche specie viventi, tra le quali l’uomo.

Cosa incredibile, senza dubbio… ma in realtà non è una buona notizia.
Per l’uomo non lo è, già.
Perché ora che sappiamo che anche le seppie sono dotate di facoltà comuni a quelle umane e d’altro canto rare tra le specie viventi, si conferma nuovamente che è l’uomo l’unica creatura sul pianeta a utilizzare tali elaborate e preziose facoltà per compiere di frequente delle gran scempiaggini*. E che pure le seppie, a quanto pare dotate di un’ottima capacità visiva, possono osservarlo nitidamente mentre le compie. Ecco.

(*: inizialmente avevo scritto “cazzate”, ma non volevo essere troppo scurrile ancorché il termine sarebbe probabilmente di più chiara e immediata comprensione.)

L’agonia dello sci, sulle Alpi italiane

Anche The Guardian, d’altro canto uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, si accorge e si occupa della lenta ma inesorabile agonia dell’industria dello sci sulle Alpi Italiane, in forza dei cambiamenti climatici in atto tanto quanto di gestioni economiche delle stazioni sciistiche sovente scellerate anche perché legate a schemi, strategie e convinzioni di un’epoca ormai passata – quanto meno perché allora nevicava con regolarità.

Eppure, gli unici che ancora pare non si rendano conto della realtà dei fatti e della loro stessa sorte segnata sono proprio molti di quei gestori delle stazioni sciistiche. Salvo rarissimi casi, alla guida di società che economicamente sono entità morte che camminano solo perché sostenute dai puntelli del finanziamento pubblico, e che rischiano di portare alla morte pure l’intero territorio in cui operano con il suo patrimonio ambientale, sociale e culturale dacché incapaci di ammettere quella realtà dei fatti e di ripensare il proprio operato ovvero di provare a guardare un poco di più verso il futuro, piuttosto di rimanere ancorati ad un presente che scivola via dal passato per restare incastrato dentro cumuli di neve artificiale – che quei gestori dissennati ancora credono sia una soluzione ai loro mali e che invece finirà per seppellirli definitivamente, basti constatare il costo di produzione annua citato dal The Guardian. Come fare buchi nello scafo di una nave che sta già affondando, in pratica.

Cambierà qualcosa, visto che la situazione climatica non cambierà affatto e tanto meno quella economica? A sentire i discorsi che personalmente odo da qualche mese a questa parte, ovvero da quando l’Italia, con Milano e Cortina, si è aggiudicata le Olimpiadi Invernali del 2026 con relativi giri di denaro, temo che cambierà qualcosa ma ancora in peggio.

D’altro canto, come dico spesso, è da sempre l’uomo ad avere bisogno della montagna, non viceversa. E se l’uomo è talmente dissennato da continuare a scavarsi la fossa sotto i propri piedi nonostante gli ammonimenti, quando ci cadrà dentro e non saprà più uscirci la eco dei suoi lamenti i monti la faranno tornare a lui stesso, non ad altri.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo del The Guardian – in inglese, ovviamente, ma di elementare comprensione e corredato di immagini fotografiche emblematiche.

I 100 migliori libri del 21° secolo (?)

Il “The Guardian”, che è uno dei più prestigiosi quotidiani al mondo, se non “il più” di tutti, ha stilato una classifica dei “100 migliori romanzi del 21° secolo” – ovvero, è bene specificarlo (che già qualcuno ha commentato cose tipo «degli ultimi 100 anni» o «ma se il secolo non è ancora finito!», eccetera), di quelli pubblicati in questi primi 19 anni e 9 mesi circa del secolo in corso.

Ora: io nei confronti di queste classifiche resto sempre abbastanza indifferente quando non scettico, dacché la loro ineluttabile parzialità – legata a fattori oggettivi, certo, ma non di meno limitanti – ne inficia il valore assoluto, e perché, in fin dei conti, la vecchia massima «De gustibus non est disputandum» resta sempre valida, nel bene e nel male. Mi chiedo anche quanto bene possano fare al mercato graduatorie parziali del genere, e se la letteratura, quando sia “grande” ovvero quando il valore letterario di certi testi sia elevato ed evidente, posa realmente essere ridotta a una mera classifica che, alla fine, ne banalizza l’impatto culturale legandolo ad aspetti soprattutto e dozzinalmente commerciali.

In ogni caso, dopo ‘sto personale pippone che tale è, e dunque niente affatto mirato a una critica a suddetta classifica del “The Guardian” – anzi, ogni cosa pubblica nella quale si disquisisca di letteratura alta è ben gradita e assai necessaria, sempre! Alla fine la classifica me la sono letta e studiata pure io, dunque… – vi invito a darle un occhio, cliccando sull’immagine in testa al post. Magari, me lo auguro, vi trovate cose estremamente interessanti e illuminanti ovvero qualcosa su cui riflettere o di cui criticare. Qui trovate un altro interessante articolo al riguardo, dal sito dell’Agi.