Pazzia in forma di viaggio

[Vincent van Gogh, Il pittore sulla strada per Tarascona, 1888. Immagine tratta da qui.]

La definizione di fugueur mi sembrava più attraente dell’ormai abusato flâneur. Fugueur aveva il gusto dell’imprecazione, degna di un piantagrane qualsiasi che rimugina sulla propria latta di tabacco in una trincea delle Fiandre. Fugueur era la classificazione più adatta alla nostra camminata, alle nostre parentesi mensili e passeggere di malattia mentale. Pazzia in forma di viaggio. A farci scendere in strada era la pressione crescente della vita in città (io) e in campagna (Renchi). Il bello delle nostre escursioni era la possibilità di amplificare la percezione della realtà all’indicativo presente, di staccarci per un breve lasso di tempo dai trucchi degli illusionisti della comunicazione, dei venditori di frottole e dei bugiardi salariati. Fuga come deriva e frattura. La storia del viaggio si può ricostruire soltanto grazie a un certo tipo di ipnosi, un promemoria mentale fatto di diari o album di fotografie. Documenti che provano l’esistenza di ciò che potrebbe non essere mai accaduto. La fuga è un corso di sopravvivenza psichico che rende sopportabile una vita parallela da gasista, assistente sociale o scribacchino.
Il cammino dei pazzi ha un’immagine chiave: Il pittore sulla strada di Tarascona di Van Gogh (1888). (Assieme alle rielaborazioni ossessive di Francis Bacon del quadro scomparso.) L’originale andò perso nella Seconda guerra mondiale, con la distruzione del Museo di Magdeburgo. Cappello di paglia, tra le braccia il fardello dei ferri del mestiere, un uomo si volta a incrociare lo sguardo dello spettatore. L’artista è una versione del pellegrino di Bunyan. «È l’abbozzo di un autoritratto» scrive Vincent al fratello Theo, «pieno di scatole, utensili e tele sulla strada assolata.» La strada è accecante. Un’ombra distorta lo segue. Lo spirito del fugueur è esattamente questo.

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pagg.162-163.]

Ci ritornerò a breve, qui sul blog, su questa suggestiva idea di chi e cosa sia il fugueur ovvero del camminare inteso come “pratica di fuga“. Concetti molto interessanti e illuminanti i quali meritano una più approfondita riflessione, senza alcun dubbio.

I nazisti, la Thatcher e i treni

[Foto di Rob Bogaerts Image Manipulation – Phonebox; fonte: commons.wikimedia.org.]

A quanto sembra, la differenza principale tra la visione thatcheriana degli anni ottanta e il nazionalsocialismo tedesco dei trenta è che sotto i governi Thatcher i treni non arrivavano in orario.

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pag.334.]

Per la serie: avere le idee molto chiare sulla storia recente del proprio paese. Peraltro, si sappia, in London Orbital (cliccate sul link qui sopra per conoscere il libro) Sinclair non le manda a dire nemmeno all’altra parte politica britannica, in particolare per il suo più noto esponente a cavallo del secolo – Tony Blair, ovviamente, considerato l’altra faccia della stessa medaglia del potere british.

Riguardo l’immagine lì sopra, invece, cliccateci sopra!

Fame di luoghi

[Una delle suggestive “corografie” artistiche e psicogeografiche di Londra disegnate da Stephen Walter. Immagine tratta da qui.]

Corografia, non topografia. Paul Devereux, nel libro Re-Visioning the Earth, opera questa distinzione. Gli antichi greci, racconta, «avevano due definizioni di luogo, chora e topos». Devereux cita Eugene Victor Walter e definisce il turismo spirituale «una modalità complessa ma coerente di osservazione attiva». Esattamente la metodologia di Renchi, perfezionata dopo anni di tentativi riusciti e no, di false partenze. Il corografo ha fame di luoghi: «luogo come potenza espressiva, luogo come esperienza, luogo che innesca il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica».

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pag.140.]

È molto bello e significativo, questo passaggio del libro di Sinclair: dall’interpretazione della differenza tecnica tra corografia e topografia, che in essa si palesa soprattutto come diversità concettuale, lo scrittore inglese deriva una definizione assai suggestiva di/per chi si possa definire un autentico viaggiatore (il “turista spirituale” di Sinclair, che così lo differenzia dal “turista-di-pancia” contemporaneo): uno che ha fame di luoghi ovvero non solo di morfologie, orizzonti e panorami ma di spazi abitati in cui percepire e comprendere l’interazione ambientale tra ogni elemento che li rende vivi (in primis la presenza umana ma non solo quella) ovvero li identifica come veri “luoghi” e non mere località, dai quali poi ricavare quelle sensibilità che unite al personale bagaglio culturale – «il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica», nelle parole di Sinclair – formano la definizione di “paesaggio, per come è anche oggi acquisita dalla geografia umana e da quanto ad essa correlata.

N.B.: per la cronaca, Paul Devereux è lui, Eugene Victor Walter (1925-2003) è stato un sociologo e scrittore americano i cui testi non mi pare siano mai stati pubblicati in Italia (o in italiano), “Renchi” è Renchi Bicknell, artista britannico amico di Sinclair e suo compagno di esplorazioni psicogeografiche urbane, come quelle descritte in London Orbital. Sulla differenza tra chora e topos provate a leggere qui.

Iain Sinclair, “London Orbital. A piedi intorno alla metropoli”

Non mi era mai capitato prima, forse, di intessere con un libro attraverso la sua lettura un rapporto di amore/odio – anzi, uso termini meno iperbolici e più consoni: di concordanza e di dissenso – come con London Orbital. A piedi intorno alla metropoli dello scrittore, filmmaker e psicogeografo gallese – ma ormai londinese honoris causaIain Sinclair (Il Saggiatore, 2016, traduzione di Luca Fusari, cura di Nicoletta Vallorani).
Perché (lato concordante) London Orbital è la narrazione di un fenomenale esperimento di walkscape, di esperienza psicogeografica e da “urban stalker” (nel senso strugackijano del termine poi assunto e contestualizzato da Francesco Careri nella sua definizione delle pratiche del camminare come interpretazioni primarie dello spazio e letture artistiche del mondo – “walkscapes”, appunto) compiuto da Sinclair percorrendo a piedi l’autostrada M25, chiamata “London Orbital” in quanto gira intorno all’intera area città di Londra e alla sua area metropolitana, con un tragitto di 200 km perennemente ingolfati di traffico, rumore, inquinamento, che egli segue per andare alla (ri)scoperta delle periferie londinesi e del loro ingente, incredibile, inopinato carico di bizzarrie incoerenze, ipocrisie urbane. Un non luogo autostradale diffuso di genesi conservatrice-thatcheriana compiuto tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, la M25, che secondo Sinclair fa il paio con un altro non luogo, urbano dacché concentrato sulla penisola cittadina di Greenwich, lungo il Tamigi, e di genesi stavolta laburista-blairiana, ovvero il Millennium Dome. Entrambi i progetti legati da uno stesso principio di grandeur politico-propagandistica dalla sorte fallimentare e invero dimostrazione del menefreghismo strafottente verso la cultura dei luoghi e verso la necessaria attenzione antropologico-culturale alla relazione delle persone che quei luoghi abitano, degradata e calpestata per inseguire meri interessi di parte e tornaconti particolari.
Così Sinclair, accompagnato da alcuni fidati compagni di viaggio, parte proprio dal Dome per circumnavigare (in senso antiorario) Londra lungo il percorso della M25 []

[Foto © Anna Sinclair, tratta da qui.]
(Leggete la recensione completa di London Orbital cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)