Tim Marshall, “Le dieci mappe che spiegano il mondo” (Garzanti)

Geopolitica, questa sconosciuta. Mi viene da dire questo, se penso a tale disciplina così fondamentale e parimenti così indeterminata e, di conseguenza, poco compresa e ancor meno conosciuta dal grande pubblico, vuoi anche perché fondamentalmente ignorata dai mass media nazional-popolari i quali, nei rari casi che la trattano, lo fanno male. Eppure resta uno degli strumenti principali che possiamo utilizzare per comprendere il mondo che abitiamo nonché per cercare di intuire le direzioni che sta prendendo, in primis a livello regionale e poi a quello globale. Ciò non fosse che per una peculiarità basilare che la geopolitica possiede, e “segnala” già nel proprio nome: il fatto di generarsi dalla geografia, la quale contiene in sé la storia delle genti che abitano le zone geografiche (come ben insegna la geografia umana) e dunque, inevitabilmente, anche le vicende politiche (nel senso originario del termine) che hanno contribuito allo sviluppo – positivo o meno – di quelle zone.

Per questo un testo come Le dieci mappe che spiegano il mondo del giornalista e scrittore britannico Tim Marshall (Garzanti, 2019, prefazione di Sir John Scarlett, traduzione di Roberto Merlini; orig. Prisoners of Geography, 2015) assume un’importanza rara, innanzi tutto ponendosi come una lettura ovviante la carenza conoscitiva diffusa della disciplina geopolitica di cui ho scritto poc’anzi. Inoltre, fin dall’introduzione del volume viene posto l’accento sul fatto che «Per comprendere quel che accade nel mondo abbiamo sempre studiato la politica, l’economia, i trattati internazionali. Ma senza geografia non avremo mai il quadro complessivo degli eventi» – ciò che asserivo lì sopra, appunto. Che è poi una cosa assolutamente affascinante ed emblematica, se ci pensate bene: siamo uomini del Terzo Millennio, ipertecnologici, capaci di creare realtà virtuali d’ogni sorta, quasi pronti a sbarcare su Marte eppure, ancora oggi, per governare il nostro “piccolo” pianeta dobbiamo fare i conti con mari, oceani, montagne, fiumi, deserti che ci influenzano e regolano la nostra vita, sotto ogni punto di vista, in fondo non così diversamente da qualche millennio fa – il titolo originale inglese del volume, utilizzando il termine “prigionieri”, evidenzia efficacemente proprio ciò, ben più di quello italiano.

Tim Marshall cerca di spiegare al lettore questa ineluttabile realtà attraverso l’analisi di dieci mappe che, nel complesso, disegnano e identificano la gran parte delle terre del mondo: Russia e Europa dell’Est, Cina, Stati Uniti, Europa Occidentale, Africa, Medio Oriente, India e Pakistan, Corea e Giappone, America Latina, Artide. Di ciascuna zona Marshall racconta lo stato di fatto politico (al 2015-2016 circa, ovvero quando è stato pubblicato il volume con qualche evidente aggiornamento successivo) contestualizzandolo alle varie realtà geografiche e tentando di far capire perché in quelle zone sta accadendo ciò che accade, tra i paesi in loco, nonché ciò che potrebbe succedere nel futuro prossimo. Un’analisi globale fondamentale, d’altro canto, dacché sarebbe bene capire finalmente che la realtà a livello locale/regionale, sovente anche nei suoi piccoli accadimenti, è sempre influenzata o è conseguenza degli sviluppi delle macro-realtà internazionali: una cosa, questa, che invece sembra restare sostanzialmente incompresa dalle redazioni degli organi di informazione nostrani il che, temo, determina il diffuso disinteresse degli stessi e del loro pubblico sulla questione.

Le dieci mappe che spiegano il mondo possiede due principali peculiarità che, a mio modo di vedere, rappresentano virtù e parimenti “debolezze” (ma le virgolette sono necessarie, posto quanto ho affermato al riguardo) del testo. La prima: è un libro dal chiaro intento didattico, che lo rende innegabilmente importante per la conoscenza della disciplina geopolitica, come ribadisco, ma per certi aspetti “scontato” per chi invece quella conoscenza la detenga già, anche non troppo approfonditamente. La seconda: per ovvie ragioni editoriali (ovvero per non contare millemila pagine piuttosto che le 324 di cui si compone) Marshall deve sintetizzare parecchio la descrizione di realtà geopolitiche che invece abbisognerebbero di molta più profondità analitica per poter essere adeguatamente illustrate e, dunque, meglio comprese. Questo permette al lettore di ricevere una disamina introduttiva sulla geopolitica di certe parti del pianeta ma, d’altro canto, alcune realtà di fatto restano inesorabilmente più indeterminate.

Così, ad esempio, la trattazione della geopolitica nella regione russa è illuminante e così anche quella della Cina; le pagine dedicate all’Europa suonano invece fin troppo ovvie e altrettanto succinte quelle sull’Artide, mentre la situazione costantemente ribollente del Medio Oriente abbisognerebbe da sola di decine di volumi. Interessanti invece quelle dedicate al continente africano, soprattutto per come Marshall rinnovi l’evidenza che molti dei problemi dell’Africa siano la diretta conseguenza del colonialismo europeo – altra cosa che tendiamo quasi sempre a dimenticare, qui.

Un libro importante, lo sottolineo di nuovo, soprattutto per i neofiti o quasi della disciplina, ma comunque interessante, prezioso e a tratti illuminante per chiunque. Perché chissà ancora per quanto, e pur se raggiungeremo Marte, Plutone o Alpha Centauri, quaggiù noi umani dovremo fare i conti con la geografia della nostra piccola e troppo spesso bistrattata Terra, già.