Per la verità, dalla parte opposta

E comunque, quando vi pare di avere davanti la “verità” su qualcosa di cui dubitavate o della quale cercavate risposte, provate lo stesso a girarvi e guardare dalla parte opposta. Non è detto che la “verità” sia sempre lì dove credete che possa e debba essere, anzi: forse capita più spesso che sia proprio dove non credereste mai di trovarla. Anche perché, io credo, la vera “verità” non si dovrebbe mai smettere di cercarla un po’ ovunque, senza mai aspettarsi di trovarsela sempre davanti.

Non è mero relativismo, questo, proprio per niente: è semmai l’antropologica e indispensabile evidenza che non si smette mai di imparare qualcosa, dacché di “verità assolute” non ne esistono affatto se non nella mente di chi vuole smettere di conoscere e sapere, ovvero in chi rinuncia a essere quella creatura intelligente – nel senso più pieno del termine – che l’uomo dice e pretende di essere, basando tale pretesa su “verità” sovente prive d’alcun fondamento.

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Vedo ma non ci credo

Fino a qualche tempo fa, quando ci si trovava di fronte a qualcosa di dubbio oppure non lo si aveva davanti e dunque c’era la necessità di una relativa constatazione diretta, valeva la celebre “regola pseudo-evangelica” del “se non vedo non ci credo”.

Oggi, a quanto pare, l’analfabetismo funzionale pandemico sta sempre più imponendo una nuova “non regola”: non vedo ma ci credo. Alla quale l’unione di un’altra “regola” questa volta di genesi biblica, “vox populi, vox dei” (che oggi potrebbe essere drammaticamente aggiornata in “vox social, vox dei”), finisce per generare danni culturali (e dunque inevitabilmente sociali) spaventosi.

Vediamo invece di rendere valido un ulteriore e ben diverso “precetto”: vedo ma non ci credo. Ovvero, giammai l’invito a un relativismo rigido e radicale ma a verificare sempre e nel modo più articolato possibile una realtà prima di poterla ritenere una “verità”. Vedo ma ci crederò, insomma – dopo aver appurato ciò che mi è stato detto e/o spacciato per cosa certa.

È questione di qualche attimo, con le infinite possibilità informative e culturali disponibili grazie al web. Sì, appunto: mica ci sono solo i social – così come non c’è solo la TV – e mica vale più come un tempo il citato “vox populi, vox dei”. Perché se il popolo per sua ampia parte non capisce ciò che dice, state pur tranquilli che non ci sarà onniscienza divina che tenga. Anzi, l’esatto opposto, purtroppo per noi tutti.

(Immagine trovata sul web con testo in inglese, semplicemente tradotta.)

L’analfabetismo funzionale funziona sempre più (ahinoi!)

L’analfabetismo funzionale, esercizio socioculturale nel quale un’ampia parte della popolazione nostrana eccelle (!), sta raggiungendo apici sempre più emblematici – quantunque “didatticamente” inutili, per come già da tempo dalla vasta casistica si possono rilevare evidenze che assimilare a indubbie verità, ormai, non rappresenta più una forzatura.

Dailybest, nell’articolo che potete leggere cliccando sull’immagine in testa al post, ce ne presenta un esempio nuovamente definitivo il quale, ovvio, in base alla stessa “legge” per la quale si manifesta, definitivo non sarà soltanto per chi ne viene rappresentato. Come scrissero Fruttero & Lucentini ne La prevalenza del cretino, “Per lo stupido il cretino è sempre l’altro.”

A dire il vero, Dailybest dimostra col suo articolo uno “stato dell’arte” al riguardo anche più grave. Non siamo più solo in presenza di analfabetismo funzionale, ma di un mix di questo con grave dissonanza cognitiva e psicopatie maniacali di genere persecutorio. E’ la condizione di quello che si trova di fronte a un muro con una porta che permetta di passarvi oltre, ma quello continua pervicacemente a cercare di sfondare il muro, arrecandosi sonore craniate, perché lo hanno convinto che la porta sia chiusa a chiave – anche se non ha nemmeno una toppa. E se glielo fai notare, ovviamente ti dà del cretino.

Scrive bene al riguardo (e come sempre) Claudio Vercelli, uno dei più illuminanti storici dell’età contemporanea italiani, in un commento all’articolo di Dailybest (commento che potete leggere nella sua interezza qui):

La forza dell’analfabetismo, soprattutto quello virtuale, riposa, tra gli altri, sia nell’effetto gregge che nell’effetto branco: l’effetto gregge indica il senso di protezione e di impunità che deriva dal ripetere una modalità argomentativa senza alcun fondamento, in presenza di altri soggetti che si comportano nel medesimo modo; l’effetto branco è invece il risultato della finta “posizione di attacco”, ossia la percezione di gratificazione che deriva dalla convinzione di avere efficacemente contrastato l’altrui argomentazione con una frase brevissima, banale, in genere decontestualizzata ma che ribadisce un’effimera autocognizione di superiorità o di identità (che è la ragione per cui le competenze, sul web, vengono trascinate nell’abisso dell’altrui pulsionalità, rafforzando la percezione di un conflitto in corso tra “chi-parla-come-mangia”, ossia il buono perché autentico, e “chi-si-fa-seghe-intellettuali”, il cattivo poiché artefatto e manipolatorio).

È bene che, chi ancora sia in grado di farlo, la tenga aperta quella porta nel muro suddetto. Non vorrei che in breve tempo venga murata pure essa perché l’aggravarsi ulteriore dell’analfabetismo funzionale diffuso, rendendo chi ne è affetto incapace di rispondersi alla domanda “ma se è una porta, dove porta?”, la faccia ritenere inutile, isolando definitivamente l’intera società dal quel buon senso che ancora c’è, oltre il muro.

 

Benvenuti nell’era della “non verità”!

pinocchio-giornale

Qual è il filo conduttore che lega tra loro Brexit, Donald Trump e i 35 euro che migranti e rifugiati riceverebbero ogni giorno dal governo italiano? La risposta sta in un’espressione inglese di due parole: post truth. Un’idea, quella che la nostra società stia attraversando un’epoca di “postverità”, elaborata per la prima volta nel 2004 dallo scrittore e saggista americano Ralph Keyes in un libro intitolato The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life. Ma di che cosa parliamo, precisamente, quando parliamo di postverità?
Dire che la postverità sia semplicemente una menzogna è riduttivo, anche perché la bugia è sempre esistita e ha da sempre fatto parte dell’armamentario retorico dei politici. Semmai, in questo caso siamo di fronte a qualcosa di diverso: perché la postverità non è una semplice falsificazione della realtà, bensì un ordine del discorso che si appella all’emotività per superare i fatti e dare così consistenza a una credenza.
(…)
L’uso politico della postverità sancisce così un predominio della soggettività sul dato oggettivo. Il suo affermarsi come uno degli ordini del discorso contemporaneo – forse l’ordine del discorso per eccellenza dell’epoca che stiamo vivendo – apre a un ulteriore oltrepassamento; quello dei fatti, appunto. All’epoca della postverità fa insomma da corollario una società post-fattuale, in cui le tradizionali istituzioni deputate all’accertamento della verità perdono progressivamente ogni autorità e sono costrette a rinegoziarla su un piano che appare oggi completamente mutato.
(…)
La nozione di verità basata su fatti osservabili e testimoniabili ha caratterizzato la nostra società da allora più o meno fino alla metà del ventesimo secolo, quando il postmodernismo da una parte e il fondamentalismo dall’altra hanno cominciato a metterla in discussione. Il primo lo ha fatto diciamo così “da sinistra”, decostruendo i rapporti di potere che soggiacevano all’idea di verità per mostrare come questa fosse una nozione culturalmente costruita da cui derivavano una serie di conseguenze in termini di dominio, sfruttamento e normalizzazione dei rapporti e delle forme di vita. Il secondo lo ha fatto “da destra”, reintroducendo nel concetto di verità la variabile divina, all’esterno della quale non si dà alcuna verità. Se le origini del superamento dei fatti come base per la verità vanno ricercate in queste due correnti di pensiero, l’evento scatenante che apre a una società post-fattuale è tuttavia l’avvenuta transizione digitale della nostra cultura. Come nota Katharine Viner in un saggio pubblicato sul Guardian lo scorso luglio, la tecnologia ha disintermediato la verità. Ovverosia l’ha fatta deragliare dai binari in cui eravamo abituati a collocarla, per farle assumere una fisionomia del tutto nuova e, forse, oggi non ancora chiaramente definita.

Sono alcuni passaggi di un articolo a firma di Flavio Pintarelli, uscito su Prismo lo scorso 3 ottobre, che ho trovato tra i migliori in tema di crescente trionfo (dacché tale parrebbe, al momento) della post verità – che io trovo ancor più significativo chiamare non verità – nel prismo_logonostro tempo attuale; articolo che vi invito caldamente a leggere, qui.
È un trionfo – intendiamoci: spero vivamente che non lo sia, uso il termine solo con (inevitabile) senso drammatizzante – che di fatto mette in difficoltà anche il razionalismo quale elemento fondativo e insostituibile di una società/civiltà autenticamente avanzata e libera. Se quasi un secolo e mezzo fa Nietzsche osservava (in Umano, troppo Umano, 1878-1879) che «La fede nella verità comincia col dubbio in quelle “verità” finora credute» – aforisma a mio parere semplicemente fondamentale per qualsiasi intelletto attivo -, oggi stiamo giungendo ad un punto opposto, ovvero alla negazione di qualsiasi dubbio in presenza di (presunte) verità pur prive di fondamento – anzi, soprattutto per esse più che per altre. Una condizione non tanto ir-razionale quanto più anti-razionale. Il che, inutile rimarcarlo, nella ipertecnologica era dell’informazione totale rappresenta un vero e proprio paradosso, che rischia di rendere altrettanto paradossale dunque incredibile – nel senso proprio di non credibile – persino la più nuda e cruda realtà. Condizione che non può che avere effetti devastanti – alcuni dei quali stiamo già vivendo, in fondo; ma torniamo di nuovo all’evidente sincronismo con certa letteratura distopica novecentesca e con i suoi fantasticati mondi sociali nei quali la verità delle cose, e la conseguente realtà dei fatti creduta dai più, sono elementi decisi a tavolino da un potere superiore, totalmente svincolate da qualsiasi riscontro oggettivo e verificabile. Ma lo si dice spesso che la fantasia, anche quella più sfrenata, viene spesso superata dalla realtà ordinaria, no?