Le “storie che si muovono” di Carlo Limonta, cineasta e “cineartista”, questa sera in RADIO THULE!

Questa sera, 4 dicembre duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 3a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata Storie che si muovono!

Il cinema è l’unica forma d’arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile” scrisse il grande Ennio Flaiano: e, senza dubbio, un’affermazione del genere acquisisce grande valore al cospetto della produzione filmica, dello stile e della visionarietà artistica di Carlo Limonta. Regista, documentarista, fotografo, “cineasta” – come si diceva un tempo – ma, ancor più di tutto ciò, un eccellente narratore di storie in immagini, che il film maker lecchese sa rendere suggestive e creative ma, al contempo, potentemente espressive ed esplicative, senza peraltro mai nulla togliere al fascino proprio di chi o cosa di quelle immagini è il soggetto.
Da Riccardo Cassin 100 anni al pluripremiato Al gir di Sant passando per Una lunga estate calda, Nepal e Tibet – diario di viaggio, The Porters e per tante altre apprezzatissime realizzazioni cinematografiche, tutta la produzione di Carlo Limonta dimostra non solo una notevole capacità narrativa attraverso l’uso delle immagini, ma anche una grande passione per il “profondo” e l’intimo del mondo che ci circonda, che Limonta riesce sapientemente a cogliere, a mostrare e a rendere comprensibile, con affascinante essenzialità tanto quanto acutissima sensibilità.

In questa puntata di RADIO THULE Carlo Limonta ci guiderà alla conoscenza del suo peculiare modo di raccontare piccole e grandi storie attraverso le immagini, i suoni, le parole, ripercorrendo un cammino artistico che dura ormai da più di 15 anni e che è prossimo a raggiungere alcune altre mete cinematografiche (e narrative) di grande prestigio e altrettanta bellezza, che avremo la fortuna di scoprire insieme a lui.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, quiStay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Annunci

A proposito di “paesaggio”: quando a Milano le montagne si potevano ammirare “per legge” (reloaded)

Devo ringraziare Pina Bertoli, per avermi ricordato con un suo commento l’articolo qui sotto riprodotto (“reloaded”, appunto, dacché in origine pubblicato qui!) che con la Giornata Nazionale del Paesaggio celebrata giusto l’altro ieri, 14 marzo, (e con quello che scrivevo al riguardo) ci sta a pennello, nonostante sia di più di due anni e mezzo fa. Perché il “paesaggio” è molto più di quanto siamo stati abituare a credere, e molto più imprescindibile per la nostra vita di ciò che potremmo pensare – nonché, più di quanto la politica (intesa qui come concreta gestione della cosa pubblica, dunque anche, o soprattutto, del territorio) dimostra sovente di considerare.

Non amo affatto il passatismo, e non penso proprio – come fanno tanti per mera convenzione e moda – che “si stava meglio quando si stava peggio”. Tuttavia resto a volte stupito – in senso negativo – per come nel passato vi fossero (e rappresentassero la norma, nella forma e nella sostanza) esempi sublimi di cultura e di senso civico-estetico che oggi abbiamo totalmente dimenticato, e non sempre per inevitabile forzatura generata dall’avanzare del tempo.
Ne ho scoperto di recente uno di questi esempi, che mi ha colpito particolarmente in quanto riferito a zone e paesaggi che conosco molto bene: a Milano, nel XIX secolo, c’era una saggia disposizione edilizia denominata Servitù del Resegone. In sostanza era un vincolo normativo comunale che imponeva agli edifici a nord dei bastioni di Porta Venezia di non superare l’altezza di 2-3 piani, in modo da permettere di ammirare il suggestivo panorama offerto dalle Prealpi lombarde.
Sui bastioni e in corso Buenos Aires, allora chiamato Stradone di Loreto, c’era un notevole passaggio di carrozze: i signori venivano a fare la passeggiata per respirare aria fresca e, nelle giornate terse, per ammirare lo spettacolo delle Grigne e del Resegone (tra le più note montagne delle Prealpi in questione), con la particolare geomorfologia a denti di sega di quest’ultimo – immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi – che finì per dare il nome a quella norma edilizia.
Praticamente nella Milano di 150 anni fa e più già era riconosciuto, e sancito per legge, il valore estetico (in senso filosofico) e sociologico del paesaggio: un qualcosa del quale ai giorni nostri si è ottenuto un analogo riconoscimento solo con la legge 9 gennaio 2006 n. 14, che ha ratificato la Convenzione Europea del Paesaggio e che, dopo decenni d’incertezza, ha affermato in modo chiaro che il paesaggio è costituito essenzialmente dalla percezione del territorio che ha chi ci vive o lo frequenta a vario titolo e viene altresì detto che le persone hanno il diritto di vivere in un paesaggio che risulti loro gradevole. E la meravigliosa veduta delle Prealpi Lombarde – soprattutto d’inverno, luccicanti di neve – dal centro di una metropoli come Milano era senza alcun dubbio (e sarebbe ancora oggi, assolutamente) qualcosa di più che gradevole!

Milano_1840(Milano intorno al 1840. Sullo sfondo le vette delle Grigne e del Resegone.)

Per la cronaca, il primo palazzo che infranse questo vincolo fu Palazzo Luraschi, così chiamato dal nome del suo costruttore. Era un imponente palazzo di 8 piani, costruito nel 1887 sull’area dell’ex Lazzaretto, tuttora presente in corso Buenos Aires e per la cui costruzione, novità quasi assoluta per l’Italia, fu utilizzato il cemento armato. Ma bisogna anche ricordare che l’ingegner Luraschi, quasi a scusarsi con i milanesi di aver nascosto il Resegone, una montagna molto cara ai suoi concittadini perché legata indissolubilmente alle celeberrime vicende letterarie manzoniane, nel cortile interno sopra le colonne recuperate dal vecchio Lazzaretto fece mettere 12 busti che ricordano i più famosi personaggi de I Promessi Sposi.
Inutile dire che oggi la skyline di Milano ormai s’è fatta un gran baffo di quella Servitù del Resegone. Inevitabilmente, come detto, per certi aspetti; e tuttavia è altrettanto inutile rimarcare che ormai da tempo abbiamo perso – o, se preferite, ci hanno fatto perdere – un buon legame con il paesaggio che abbiamo intorno e nel quale viviamo. Paesaggio che è primario elemento culturale, sia chiaro, per come formi il nostro sguardo, la nostra percezione dello spazio vissuto, per come ne determini il valore estetico e dunque, per tutto ciò, per come partecipi a generare la nostra stessa identità di individui in interazione con esso. E il risultato dello smarrimento del suddetto legame tra di noi e il nostro paesaggio è sotto i nostri stessi occhi, in forma di sfregi, disastri, dissesti ambientali, ma è pure dentro di noi – anzi, non lo è, ovvero lo è in forma di assenza del suo fondamentale valore estetico e sociologico/antropologico, appunto – noi privati della sua bellezza, del poterlo ammirare, e di quanto bene potrebbe fare al nostro animo tale ammirazione.
Dunque ben vengano i grattacieli e le opere d’arte architettonica delle archistar, ma la grande, infinita nostalgia per quella vecchia Servitù del Resegone – e per tutte le situazioni analoghe, ovunque siano – da nulla potrà essere dissolta.

Piccolo elogio imprescindibile del Paesaggio – nella sua Giornata nazionale, oggi!

Ogni volta che ne ho occasione, qui nel blog, ci tengo a ricordare come, a mio parere, il libro sia l’oggetto culturale per eccellenza, in termini di accessibilità, diffusione potenziale ed efficacia culturale.

C’è forse solo una cosa che, a tal riguardo, può superare il libro: il Paesaggio. Il più accessibile (ovviamente) e potente elemento culturale a nostra disposizione, anche dal punto di vista identitario, del quale oggi viene celebrata la relativa giornata nazionale. Già, perché al di là di qualsivoglia bieca devianza di matrice reazionaria – purtroppo “posizioni”, queste, ancora troppo diffuse e ascoltate, oggi – fin dalla notte dei tempi il legame tra l’uomo e il paesaggio è quello antropologicamente più importante e irrinunciabile. Noi siamo rispetto allo spazio in cui siamo – la dualità etimo-antropologica del verbo “essere” – e il paesaggio è, per definizione geografica nonché per percezione emotiva, la forma dello spazio vissuto, del territorio in cui stiamo più o meno a lungo, temporaneamente o stanzialmente: dunque, nemmeno troppo metaforicamente, è la “forma” di ciò che noi siamo e di cosa noi facciamo nello spazio, ovvero come lo abitiamo, usiamo, sfruttiamo, curiamo o, malauguratamente, distruggiamo.

Per questo conoscere il paesaggio, comprenderlo, armonizzarsi ad esso, correlarsi con esso e i suoi elementi peculiari, saperne percepire la bellezza in modo consapevole, salvaguardarlo, difenderlo, identificarsi in esso (anche solo per pochi momenti, ribadisco) facendo che il paesaggio identifichi chi lo vive e abita, è un esercizio assolutamente fondamentale per l’uomo, da sempre e oggi ancora di più. Non solo: è una segno indubitabile del rapporto tra l’uomo e il paesaggio, del livello di cultura diffuso nella sua società e del relativo senso civico-ecologico – “eco-logia”, dal greco οἶκος, oikos, “casa” o anche “ambiente”, e λόγος, logos, “discorso” o “studio”: a dimostrazione che, parlando di “paesaggio” in senso lato – spazio vissuto, territorio, luogo, ambiente, Natura – stiamo sempre e comunque parlando della nostra comune casa. Dunque di qualcosa di realmente fondamentale – ribadisco.

Poi, come al solito, personalmente a queste giornate “spot” a favore o a sostegno di qualcosa non credo granché, anzi, anche meno. Ma che senza la cura (nel senso più ampio e profondo del termine) del paesaggio noi si sia una civiltà sostanzialmente prossima alla fine… a questo sì, io ci credo fermamente.

Promessa solenne

Quiz-48182
Giuro solennemente che se un bel giorno dovessi trovarmi di fronte e conoscere qualsiasi individuo di qualsivoglia sesso, razza, religione, classe sociale o che altro, il quale abbia coscientemente – ovvero senza costrizione – inviato un sms in risposta all’invito divulgato dallo spot televisivo (inopinatamente tornato in onda da un po’) dal quale è tratto il frame qui sopra, sarà mia cura nonché grande onore e gioia colpire ripetutamente il suddetto individuo con il primo oggetto contundente che troverò alla portata, prestando la massima attenzione a che sia particolarmente solido e impiegandolo con inimitabile costanza e veemenza.
Questo NON perché egli abbia risposto all’invito dello spot – peraltro di una scempiaggine inarrivabile – dacché ognuno è libero di fare ciò che vuole e in qualsiasi modo di dimostrare la propria demenza, seppur ciò comporti una perdita di denaro pseudo-truffaldina e più volte pubblicamente denunciata – ma perché, col farlo, egli abbia dato un senso – ancorché proprio, ma tant’è – al fatto che il gioco per il quale viene richiesta la risposta tramite sms viene definito “cultural quiz”.

Cioè, ribadisco: cultural. Qualcosa di “culturale”. C-u-l-t-u-r-a.
Detto tutto.

Che poi lo spot in questione sia trasmesso su canali nazionali ormai da un paio d’anni, darebbe buonissimo adito ad altre promesse simili a quella sopra espressa e di più vasto raggio d’azione, ma questo è un altro discorso. Anzi, un’altra tragedia. Italiana. Come tanta parte della cultura, quand’essa finisca nelle grinfie di chi ci domina e controlla, e anche se si tratta solo di un piccolo, stupido quiz: ma in certi casi le cose più piccole sono pure le più significative, statene certi.

Effetti collaterali (da non-abuso di libri)

Ditemi pure che sono esagerato, troppo sprezzante, esageratamente caustico, catastrofista cosmico… – insomma, dite ciò che volete, ma a mio parere tra il fatto che sulle TV nazional-popolari vada ancora in onda lo spot del video sotto riprodotto, nonostante la sua palese e delirante dissennatezza, e tra l’evidenza che in Italia, nazione dove uno spot del genere va in onda, appunto, si leggano sempre meno libri – come sancisce l’ultimo rapporto ISTAT sulla lettura di libri, non ci può non essere una correlazione. E’ inevitabile.
E non sto certo dicendo, superficialmente, che chi consuma quelle pasticche si rimbambisce al punto da non provare la volontà di leggere libri… No, è una mera – ma assai profonda e grave, nella sostanza – questione di cultura. O di ignoranza diffusa, fate voi.

Leggete più libri – e buoni libri, s’intende, non libroidi da hard discount – e vedrete che di medicinali del genere farete certamente a meno. Se ne gioverà la vostra mente, e pure il vostro organismo!