Un consiglio

Mi permetto di darvi un “consiglio”, se così lo posso definire.

Qualche giorno fa sono stato – mio malgrado – in un centro commerciale dopo aver visitato una mostra d’arte contemporanea, dunque dopo essere stato in un luogo deputato all’arte. “Mio malgrado” nel senso che il ristorante interno al centro espositivo era pieno e l’unico posto dove trovare da mangiare almeno un panino era quel centro commerciale, senza altre alternative nei paraggi.

Ecco, il consiglio: non recatevi mai in un centro commerciale dopo essere stati ad una mostra d’arte, o in qualche altro luogo deputato a cose similmente “alte”. Perché, se possibile, la realtà del primo s’abbassa ancor più di quanto potreste mai immaginare. Semmai fate il contrario – prima il centro commerciale e poi la mostra d’arte, ma solo se siete veramente costretti a dovervi recare nel primo – oppure andate liberamente in entrambi ma soltanto se siete degli studiosi di sociologia (o psicosociologia). Oppure, ancora meglio, andate quasi sempre e solo alle mostre d’arte e quasi mai nei centri commerciali, almeno la domenica.

Sia chiaro: nulla di personale contro chi frequenta assiduamente i centri commerciali – tanto meno nei confronti di chi ci lavora, anzi: massimo rispetto per costoro. Solo, mi permetto di pensare che frequentare mostre d’arte, o altro di considerabilmente educativo alla bellezza e assecondante la cultura e il pensiero più sagace (come l’arte contemporanea sa fare con rara efficacia, ad esempio), è meglio.

Magari mi sbaglio, eh. O magari no.

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Black Friday, offerte e occasioni “da morire” (sul serio!)

Oggi è il vero e proprio Black Friday, fissato dagli americani nel venerdì successivo al Thanksgiving Day come tradizionale inizio del periodo di acquisti natalizi. C’è che dice che si chiami black, “nero”, perché grazie ad esso i negozianti ricominciano ad avere conti in nero, come si dice nel linguaggio contabile, ovvero in attivo; altri sostengono che il “nero” derivi dal colore metaforico della giornata per le forze dell’ordine, per quanto traffico e confusione regnino intorno ai grandi centri commerciali, rendendo tale venerdì veramente nero per chi lo debba gestire sulle strade.

Ma c’è una terza possibilità, più “scientifica” – o più criminologica, dovrei dire, per giustificare il nome della giornata: nero, questo venerdì, come il colore del lutto. Il Black Friday Death Count, infatti, tiene il conto delle persone morte in circostanze legate agli acquisti del giorno, molto spesso per atti di violenza derivanti dalla folle frenesia di accaparrarsi i prodotti scontati: dal 2008 al 2018 10 morti, oltre a 111 feriti. Cliccate sull’immagine per leggere lo sconcertante elenco (peraltro limitato ai soli casi nordamericani).
Ecco.

Beh, ora capite perché le civiltà aliene che giungono sulla Terra non prendono contatto con il genere umano?

Dovremmo andare tutti quanti a piedi

Siccome credo molto poco alla reale volontà di chiudere i grandi centri commerciali la domenica* – al di là dei soliti toni da boutade sloganista, dei quali ormai si nutre tutta la politica, salterà fuori l’ennesimo escamotage che cambierà “tutto” e non cambierà nulla, vedrete, con gran gioia della massa di persone (votanti, peraltro) che pensano che passare le domeniche al centro commerciale sia “meraviglioso” – siccome ci credo molto poco, dicevo, allora invoco che venga almeno messo in atto un adeguato contraltare di natura (anche) socioculturale. Ad esempio, che in qualche modo si imponga che almeno per una domenica al mese tutti quanti si vada a piedi. Niente auto, nemmeno quelle elettriche e tanto meno ebike, solo bici tradizionali e mezzi pubblici non inquinanti: per il resto, tutti in cammino. Anche per andare al centro commerciale, se proprio uno vuole, ma a piedi.

Il bello della pratica del camminare è anche dato dal fatto che la sua natura profondamente filosofica la può capire, e rapidamente, anche chi di filosofia non ci capisce nulla. Basta andare, muovere i piedi, possibilmente in ambiente naturale ma anche in quello urbano, se non troppo pesantemente inquinato dal traffico come ordinariamente accade, e vi assicuro che è un attimo capire come ogni altro tipo di movimento, al di là della sua mera e necessaria (ma di rado veramente tale) funzionalità, è sotto molti aspetti illogico, irrazionale, brutto, insalubre, scriteriato, in certi casi pure folle. Non solo: camminando, si capisce molto meglio anche l’intero mondo che si ha intorno, garantito.

È solo una simpatica utopia, questa mia? Forse, ma sempre meglio della spaventevole distopia che sta occupando la nostra realtà quotidiana e nella quale tutti quanti ci ritroviamo sempre più a vivere. Ecco.

*: per la cronaca, la mia posizione al riguardo l’ho già chiaramente espressa tempo fa, qui.

Un’azione culturale fondamentale

negozi_chiusiVogliamo fare un’azione politica di valore autenticamente e profondamente culturale?
Bene: vietiamo l’apertura domenicale dei centri commerciali oppure, tutt’al più, limitiamola fortemente. Una domenica al mese, non di più. Ecco.

Perdita della memoria collettiva, la grande malattia italiana (Paolo Rumiz dixit #3)

Il sacro timore non c’è più. L’assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c’è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. E’ la grande malattia italiana; ma mentre in Veneto questa fuga è diventata furia produttiva, in Calabria e Basilicata si è trasformata in furia consumistica. Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all’indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre – gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo – perfettamente intercambiabili tra loro.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.324)

rumiz-alberoRumiz condensa in questo passo una delle grandi malattie (non “la”, a mio modo di vedere e purtroppo… fosse solo quella!) dell’Italia moderna e contemporanea. Perdita di memoria, ovvero correlata e inevitabile perdita di identità culturale, sociale e antropologica: ne risulta un popolo debole, scollegato dal territorio in cui vive e dalle sue specificità storico-geografiche, incapace di generare un adeguato senso civico perché privato delle basi fondamentali affinché si possa formare e dunque, per tutto ciò, (de)cadente in fenomenologie sociali (o sociopatiche) come quelle indicate da Rumiz, scambiate per prove di forza (la rabbia contro gli immigrati, ad esempio) e invece segni di profondissima debolezza.
In tal modo, appunto per citare un esempio diffuso, si crede una fortuna che fuori casa, sull’ennesimo campo agricolo abbandonato, sorga l’altrettanto ennesimo centro commerciale, quando invece rappresenta un altro sfregio al territorio, al tessuto sociale ed economico, alla sua cultura, alla sua identità. In tali condizioni, che poi si manifestino innumerevoli casi di degrado, di criminalità, di mancata integrazione, di disordine sociale è solo questione di tempo. Ma in quel centro commerciale c’è pure l’aria condizionata… quando fa caldo dentro si sta bene, e si dimentica tutto il resto. Amen.

P.S.: qui potete trovare la personale recensione a La leggenda dei monti naviganti.