Domande

[Foto di Gerd Altmann da Pixabay]
Qualche giorno prima della fine del “lock down” mi hanno invitato a uno di quegli incontri in streaming sul web per parlare di temi più o meno correlati al periodo coronavirulento ancora in corso, e mi hanno fatto qualche domanda al riguardo.

D.: «Ti sei sentito in prigione, o privato della tua libertà, con tutte le restrizioni imposte per il coronavirus?»
Io «No.»
D.: «Quanto hai sofferto per questa condizione?»
Io «Non ho affatto sofferto.»
D.: «E cosa farai, appena finiranno le restrizioni?»
Io: «Quello che facevo prima.»
D.: «Quanto cambierà la tua vita dopo questa esperienza?»
Io: «Non cambierà. Nel senso che la vita cambia sempre, cambiava prima e certamente cambierà ancora dopo, a prescindere. Deve cambiare di continuo, non sarebbe vita, altrimenti. No?»

Secondo me, avessero potuto o dovuto farlo non mi avrebbero più invitato, credo.

P.S.: però l’incontro è andato bene, alla fine. Ci tengo a dirlo, ecco.

Sarebbe ora, finalmente!

Quindi, dite che ora, con il coronavirus in circolazione e tutto il cancan emergenziale che giustamente è stato messo in piedi, finalmente ci si deciderà a comminare l’ergastolo a quelli che per sfogliare qualsiasi cosa cartacea che abbiano tra le mani continuano compulsivamente a leccarsi le dita per inumidirle di saliva, così inumidendo disgustosamente pure ciò che hanno in mano – proprio come già osservavo qualche tempo fa qui?

Be’, ok, sì… se non proprio l’ergastolo, qualche altra punizione esplicitamente educativa, ecco, che faccia capire loro quanto sia cafonesca quella loro abitudine oltre che, vista la cronaca, del tutto inaccettabile in futuro. Se almeno tali persone non si vogliano palesare come potenziali agenti patogeni (di virus e di maleducazione, una “malattia” a sua volta, purtroppo) piuttosto che come persone civili o semplicemente a modo. Che sarebbe già tanto, sia chiaro.

(Nell’immagine: un poster diffuso dal Dipartimento per la Salute Pubblica della Nuova Zelanda, anno 1950 circa.)

“Sclerare”

[Foto di Ryan McGuire da Pixabay ]
E poi ho sentito – con le mie povere orecchie, sì –  alcuni lagnarsi per il fatto di dover stare chiusi in casa per almeno quindici giorni, dicendo che «ah, io, a stare chiuso in casa due settimane sclero!»

“Sclero”, sì, voce del verbo transitivo gergale sclerare.

Il che mi fa pensare che a casa loro non abbiamo nulla di interessante da poter fare, buoni libri da leggere, hobby da praticare o che i rapporti interfamiliari non siano esattamente i migliori, ecco.

Be’, mi viene da dire che «andrà tutto bene» anche per loro, me lo auguro, ma in loro qualcosa è andato tutto male o quasi, già.