Il ritratto di Putin

Questo nostro povero mondo non va così bene come dovrebbe e potrebbe andare per numerosi motivi, uno dei quali, e tra i più importanti, è il fatto che molti “leader” di potenze più o meno grandi di presentano e si credono forti quando invece tale messinscena è funzionale a nascondere la loro effettiva debolezza, e di conseguenza a giustificare l’autocrazia oppressiva nella quale inevitabilmente trasformano il loro potere, altrimenti fragilissimo e privo di qualsiasi concreta influenza.

Esempio ottimo in tal senso è il Presidente della Russia, Vladimir Putin, che in molti fuori dai confini russi ritengono un “grand’uomo”, un modello politico e ideologico, un “condottiero” amato dal suo popolo e che ad esso non porta che grandi benefici, il “nuovo zar di tutte le Russie” eccetera. E anche dentro i confini russi ci dicono sia così, ufficialmente: peccato che poi i sentimenti del suo popolo sembra siano ben diversi, e il sublime video che l’Agi pubblica in questo articolo – nel quale trovate tutti i riferimenti al riguardo – ne è prova lampante, oltre che dimostrazione dell’affascinante, inquieto, nobile, contraddittorio e certamente peculiare spirito antropologico della nazione russa, del quale ho già scritto di recente qui nel disquisire di un libro che di Russia e di russi d’un tempo e di oggi racconta. E proprio nella grande letteratura russa dell’Otto-Novecento è sempre ben presente e narrativamente sviscerato il tipico sentimento nazionale russo: ri-cito ad esempio Tolstoj, che riguardo il suo popolo scriveva che: «Noi non vogliamo prendere parte al peccato del governare», atteggiamento nobilissimo che tuttavia non ha impedito di trovare campo libero ai peggiori e più biechi tiranni, un tempo come oggi.

Ecco, per dire insomma che nella storia della civiltà umana poco è cambiato, e in tempi lontani come oggi e certamente nel futuro di colossi dai piedi d’argilla (come già Diderot definì proprio la Russia più di due secoli fa) ce ne sono a iosa. E di quanti danni possano fare ai territori dei quali si arrogano i diritti di egemonia e controllo dovremmo tutti esserne ben consci. Ma si sa, come affermò Antonio Gramsci, che la storia è una maestra che hai dei pessimi alunni, o forse non ne ha proprio più, e giammai tra i potenti piccoli o grandi del pianeta.

Parole populiste

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/diego_torres-1118992/)

Uscire (o scendere) dalla Torre d’avorio: Viene chiesto a chi ha un’opinione propria, non incasellabile nelle posizioni alternative dei talk show, di scendere dalla Torre d’avorio e di ritornare in mezzo alla gente vera. Di solito a chiederlo è qualcuno che ha una sola incessante idea – e palesemente è sbagliata – ma è un’idea abbastanza gretta e grossolana che sicuramente è condivisa dal popolo (che sa). Poco importa se il grezzone guadagna 12mila euro al mese o se è un sedicente imprenditorone con manie di inferiorità, l’importante è che l’altro scenda dalla torre. Curiosità per distratti: l’espressione Torre d’avorio viene dal Cantico dei cantici a indicare sensualmente il collo della Sulammita e viene successivamente usata per indicare la Madonna.

(Da un altro bell’articolo di Gianluigi Briguglia intitolato Lessico spicciolo per populismi, su “Il Post” del 25 novembre scorso. Leggetelo interamente – e meditatelo nei suoi a mio parere ottimi spunti – qui o cliccando sull’immagine.)

Un “partito” che vince sempre le elezioni

Fatto sta che ancora una volta, un po’ ovunque in Europa e in maniera significativa in Italia, il “partito” risultato di gran lunga vincitore delle elezioni è quelle del quale nessuno o quasi ne parla, nel consesso politico e sugli organi di informazione ad esso sodali*. Una situazione paradossale, vista tale sua preponderanza: gli eventuali commenti al riguardo si limitano a qualche fondo svagato sui giornali oppure a pochi flebili accenni nei talk show televisivi, ove viene citato sotto forma di mero dato statistico come un aspetto del tutto secondario e trascurabile della tornata elettorale – e dunque di conseguenza trascurato, appunto.

Eppure è da parecchio tempo che questo partito “vince” le elezioni, dovrebbe ormai essere considerato un fenomeno – o, per meglio dire, una realtà con la quale bisogna necessariamente fare i conti, quella che più di ogni altra, anche più del movimento politico maggiormente alternativo che si sia presentato alle elezioni, lancia segnali antisistema forti e chiari. D’altro canto non è certo un “partito” i cui sostenitori possano essere superficialmente liquidati come “menefreghisti” o indifferenti alla politica: in fondo anche i votanti dei partiti presenti sulle schede elettorali sovente manifestano i loro consensi (anche) in base agli stessi motivi se non per fattori stimolanti ancora più discutibili e biechi. Anzi, sempre più, tra i sostenitori di questo partito maggioritario, vi sono quelli la cui scelta al riguardo è profondamente consapevole e consapevolmente emblematica, rappresentativa, indicativa, in primis nel non accettare di essere pedine del sistema politico preponderante (nonostante la sua effettiva rilevanza minoritaria), di non accettarne il meccanismo ormai ridotto, spesso e volentieri, ad una recita teatrale sul palcoscenico mediatico.

E non è affatto vero ciò che sostengono i detrattori del partito, ovvero che il suo comportamento giustifica la maggioranza della minoranza (una mera questione formale, a ben vedere, per come anche in situazione differenti la sostanza non cambierebbe), semmai è la dimostrazione palese di come quel sistema sia ormai divenuto autoreferenziale e autolegittimante oltre che politicamente meschino, per come pretenda di fregarsene, esso sì, di quella gran messe di cittadini e per come lo faccia non solo perché incapace di dire al riguardo qualcosa di sensato, ma pure per paura. La paura del mostro che evita di passare davanti agli specchi per non scoprire quanto sia spaventosamente brutto.

*: viceversa, sul web non politicizzato si trovano molti interessanti articoli al riguardo, i quali in vario modo segnalano quanto sia profondamente errato sottovalutare o ignorare tale evidenza.

Perché mai l’antifascismo non può essere anche di destra?

Manifestazione antifascista/antinazista a Londra, nel 1935.

Fin dalle sue origini siamo abituati a considerare l’antifascismo un atteggiamento ideologico e politico appartenente in maniera pressoché esclusiva alla sinistra, nelle sue varie componenti e correnti: la cosa è storicamente naturale ovvero in qualche modo “genetica” alla natura di questa componente politica, e dunque ci sta.

Di contro, non capisco affatto perché non ci sia, e non possa esserci, un antifascismo più o meno militante, ma comunque politicamente strutturato, nella destra. La risposta che sovente sento o leggo al riguardo, «perché il fascismo è di destra», a mio modo di vedere ha ben scarso valore reale: perché è vero che le varie forme di totalitarismo fascista che si sono manifestate nella storia sono derivate (e derivano, nelle forme neo- attuali) da estremizzazioni ideologico-politiche di destra (quantunque alle sue origini, in Italia, non mancavano impulsi provenienti pure da certa sinistra rivoluzionaria non marxista), ma è altrettanto e inesorabilmente vero che le estremizzazioni fasciste, di pensiero e d’azione, della destra hanno sempre cagionato immani disastri politici (e non solo) a tale schieramento. Ciò a prescindere dai vari altri elementi politici, culturali, sociali, antropologici eccetera, specifici della realtà italiana o meno, che possono essere considerati al riguardo, assolutamente importanti ma, per il principio qui dissertato, aggiuntivi.

Per questo io veramente non capisco perché la destra, come e più della sinistra, non generi un antifascismo altrettanto naturale di quello dell’altra parte ma, per certi versi, ancor più necessario, proprio per non finire continuamente vittima della natura autolesionista e distruttiva dell’estremismo fascista. Anche perché, in mancanza di questo atteggiamento, viene facile pensare che il fascismo sia sempre e comunque un prodotto inevitabile della politica di destra anche più che il comunismo “sovietico” per la sinistra, la quale se ne è in vario modo svincolata – nel bene e nel male, sia chiaro.

Credo invece sia un atteggiamento indispensabile per la stessa salvaguardia di un autentico e virtuoso pensiero politico di destra il quale, se vuole rivolgersi verso il futuro in maniera costruttiva (per se stesso in primis) deve e dovrà assolutamente fare i conti con il proprio ingombrante e tragico passato, una volta per tutte, e altrettanto eliminare definitivamente dalla propria cultura qualsiasi metastasi fascista, che non può e non deve avere nulla a che fare con nessuna posizione liberale, conservatrice, populista, boghese, sovranista o che altro. Posizione che potrebbe pur essere dura e radicale ma che in ogni caso, se vuole assicurarsi un certo valore politico e culturale, deve essa per prima combattere qualsivoglia deriva fascista e fascistoide. Altrimenti la sorte che si riserva è e sarà sempre quella: tragica, distruttiva, devastatrice rispetto a quegli stessi valori di cui pretende di essere rappresentante e baluardo.
Ciò che in buona sostanza sta già (ri)accadendo ora, in Italia.

Per comprendere meglio la questione, mi permetto di consigliarvi nuovamente un libro recente e assolutamente illuminante, scritto da uno storico (e intellettuale, uno dei pochi che io riesca a definire tale) che trovo imprescindibile per chiunque voglia analizzare e cercare di comprendere la realtà contemporanea, le sue origini storiche – soprattutto moderne – nonché il futuro che probabilmente ci aspetta: Claudio VercelliNeofascismi, uscito per le Edizioni del Capricorno (cliccate sull’immagine del libro per saperne di più). Da leggere, senza alcun dubbio e soprattutto se si è di destra, già.

Facce elettorali

Si nota chiaramente che sta avvicinandosi un ennesimo periodo di elezioni.
Infatti in circolazione si vedono sempre più facce come quella dell’immagine qui sotto:

Che s’assomigliano un po’ tutte ma, senza alcun dubbio, è ben difficile non riconoscerle in mezzo alle altre. Già.