Quelli di una parte e quelli dell’altra parte, ovvero: definizioni politiche inequivocabili

Siccome io ritengo la politica una delle discipline filosofiche umane più nobili e fondamentali, me ne sto il più lontano possibile da ciò che oggi viene ipocritamente definito “politica” – e guai a chiunque tenti di diminuire tale distanza d’un solo micron. Ma siccome a quella pseudo-politica, o non politica, sfortunatamente tocca riferirsi, ogni tanto, fosse solo per rimarcarne nuovamente tutta la sua infima realtà, e siccome qui in ItaGlia tale non politica, in tutte le sue numerose e articolate sfaccettature, fa sostanzialmente riferimento a due presunti schieramenti, quello di una parte e quello dell’altra parte, nonché siccome persino alcune cose serie e rispettabili di cui disquisisco qui sul blog devono gioco forza avere a che fare (quasi sempre loro malgrado) con tutto ciò, ho deciso che non eviterò di fare riferimento diretto, ove lo riterrò necessario, a quei due schieramenti non politici, tuttavia identificandoli con altrettante rispettive definizioni acronimiche, ovvero:

  • quelli di una parte come Partito Idioti Rissosi Laidi Assoluti;
  • quelli dell’altra parte come Partito Inetti Reprobi Lestofanti Assoluti.

Cosa dite? Che le due sigle – Pi, Erre, I, Elle, A, giusto – sono identiche e che così non si capisce la differenza tra i due schieramenti?
Ecco, appunto, esattamente così. Bravi, avete già capito molto di quanto vi sto dicendo, e di ciò a cui fa riferimento.

Ovviamente questo non vieta affatto che voi non possiate scegliere e identificare a quale delle due parti non politiche voglia fare riferimento: vi lascio la più assoluta libertà, in questo eventuale esercizio di identificazione. Il quale tuttavia, come intenderete fin da ora, non cambia di una virgola l’essenza e la sostanza di quanto scriverò.

Tenetene conto, ecco.

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Lasciate ogni speranza, o voi che… votate!

La differenza tra Democrazia e Dittatura è che in Democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una Dittatura non c’è bisogno di sprecare il tempo andando a votare. (Charles Bukowski)

Sebbene le elezioni politiche in Italia siano vicine ma non così imminenti, ancora, già circolano parecchi appelli all’andare alle urne, a fronte del potenziale astensionismo che tanti dichiarano constatando la inopinata bassezza e indegnità della classe politica attuale, da qualsiasi parte la si guardi.
Li capisco, tali appelli, e sotto certi aspetti li apprezzo pure. Ma non posso accettare una delle principali motivazioni sulle quali si basa tale appello, che più o meno recita ciò: visto che in Italia non serve la maggioranza assoluta per eleggere un governo, e visto che tutti gli scagnozzi degli attuali politicanti andranno di corsa alle urne, al fine di mantenere tutti i loro biechi privilegi oltre al solito sistema “all’italiana” – raccomandazioni, bustarelle, inciuci, magnamagna e via di questo passo – non andare a votare significa lasciare a quelli via libera più di prima, cioè mantenere tale status quo con una sorta di silenzio-assenso. Di principio ciò è vero, lo ribadisco, e soprattutto è vero se al non voto corrisponde il menefreghismo civico, cosa che purtroppo gli italiani dimostrano spesso di saper praticare bene.
Tuttavia vi chiedo di rispondere alla seguente, semplice domanda: se entrate in un negozio di scarpe nel quale ve ne trovate 100 paia, uno più brutto dell’altro, vi sentire comunque costretti a comprarne uno solo perché ci state dentro?
Io, a tale domanda, rispondo: no, e vado a cercare un negozio che abbia scarpe più belle. Ovvero: non voto e impegno civico. Ovvero ancora: rifiuto di tale sistema di potere in essere, e di chi lo persevera per propri meri interessi, e ricerca di un sistema nuovo, nel quale la consapevolezza civica comune possa finalmente essere degnamente rappresentata. Ecco.
Il non voto non deve essere gesto sterile, ma segno di rifiuto netto del sistema politico vigente: in sé, quando supportato da un buon e consapevole senso civico, nella situazione in cui versa l’Italia può essere il gesto più politico che vi sia. E se è “ufficialmente” vero che anche senza maggioranza assoluta un governo è legittimato a governare, è eticamente insostenibile che tale governo possa decidere per tutti quando sia ratificato da solo – ad esempio – un terzo dell’elettorato. E il resto non che abbia votato la parte avversa, in tal modo comunque legittimando il sistema di potere nel quale tutte le parti sono coinvolte e del quale sono “figlie”, ma ben più fortemente non lo abbia voluto legittimare. Insomma: è la rivendicazione del proprio diritto di non essere costretti a girare con scarpe orribili – per tornare all’esempio della domanda di prima – quando vi è altrove un negozio con scarpe più belle. Ripeto: mi pare la cosa più consapevolmente politica che una cittadinanza avanzata e civicamente attiva possa fare. Il cittadino deve essere libero (già, libertà… Bukowski aveva proprio ragione!) e sottolineo libero, di rifiutarsi di legittimare ciò che palesemente lo porta – e porta il paese intero – verso un buio declino politico, culturale, morale ed etico. E deve (in senso di dovere, qui) impegnarsi a cambiare una così grave situazione: perché la vera democrazia è questa, mentre quella che i miserrimi, biechi politicanti che comandano ora è proprio quella così efficacemente tratteggiata da Charles Bukowski, o altrettanto ben rappresentata da quel genio ironico di Woody Allen:

I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale.

Ma su certe questioni mi viene da citare pure un altro grande personaggio – in senso intellettuale, oltre che letterario: ovvero Giosuè Carducci, dal Melzi definito “Il pagano e titanico poeta della Terza Italia”. Leggete questa sua lettera di rifiuto netto e stizzito riguardo una sua possibile candidatura come deputato in parlamento, che traggo dal bel blog di Combray:

Lucca (campagna), 24 agosto 1882.
Caro Signore, ricevo oggi qui la pregiata sua del 22 corrente. Ringrazio; ma, risolutamente fermo a non volere essere deputato, prego sia messo da parte ogni pensiero di candidatura mia. Né con ciò faccio torto a quei benevoli cittadini i quali si compiacquero di ricordare che io nacqui, poco bene e poco male, fra loro.
È vero: io mi lascia portare (come dicono) altre volte e quando ero certo di non arrivare: arrivato per disgrazia una volta, aspettai tanto ad entrare che mi fosse chiusa la porta in faccia. È proprio che io non voglio essere deputato.
Fare il deputato a Roma e l’insegnante a Bologna, onestamente non posso. Potrei essere tramutato di cattedra a Roma. Fu fatto per altri. E fu chi ne parlò anche con me. Ma se io soltanto permettessi che la collazione degli offici pubblici servisse a’ comodi miei per fini e maneggi di parte, mi reputerei quel che i nostri vecchi avrebbero detto un simoniaco e un barattiere e io dico un ribaldo e una canaglia. E poi io non mi sento d’accordo con nessuna delle sètte nelle quali si distingue e si confonde la Camera d’oggi e si distinguerà o confonderà probabilmente la Camera di domani. E fare il singolare e l’originale non voglio, né voglio sommettere l’ombrosa selvatichezza del mio pensiero o fors’anche i miei capricci e le mie passioni ai dispotismi, ai capricci, alle passioni altrui personali. Saprei, nella suprema necessità della patria e in certi casi, metter via questi scrupoli. Per ora sto meglio fuori che dentro del Parlamento; e credo che fuori, elettore e sovrano, sovrano senza costituzione, di tutto il mio, compirò meglio i doveri di cittadino e d’italiano.
Giosuè Carducci.

Ecco. Qui sopra, con la arguta chiarezza di un grande letterato, ciò che ho voluto similmente e certo più dozzinalmente esporre in questo post.
Se poi riterrete di trovare per gran miracolo, in mezzo alla marmaglia politicante attuale, qualcuno effettivamente degno di meritare il vostro voto, beh, siate fieri e onorati di votare. Altrimenti, tenete bene a mente quanto sopra riportato, e cercatevi un altro negozio di scarpe!