Essere o non essere – di parola


Nel guazzabuglio fuori controllo di parole e parole e parole e parole proferite nell’etere, inquinanti la mente al pari delle polveri sottili con l’aria – per di più con l’aggravante generata dai media, sul web o altrove -, trovo incredibile (ingenuamente se non stupidamente incredibile, lo ammetto) quanto ormai poco o nulla conti la “parola”, quella spesa in forma di patto orale, di accordo, di impegno tra persone che un tempo, proprio in forza di ciò ovvero della virtù di saper tener fede alla parola spesa – “essere di parola”, come si dice in questi casi – si sarebbero definite gentiluomini (o gentildonne, ma capite bene che è una mera questione di definizione e non di genere).

Oggi, complice un clima culturale parecchio degradato che ha finito per degradare i rapporti umani e sociali in alcune loro basi fondamentali, finendo pure per togliere valore a numerose azioni quotidiane invero a modo loro importanti ma sovente assai banalizzate, nonché per via di certi modus vivendi e delle gesta di tanti “personaggi” diffusi dai media e sovente presi a modello (dai politici in giù) le cui parole pomposamente proferite in pubblico e riecheggiate ovunque da organi d’informazione compiacenti cambiano a ogni colpo di vento per poi essere ribaltate e infine puntualmente disattese – per tutto ciò, insomma, certi impegni per i quali una sola parola reciprocamente riconosciuta bastava a renderli ineludibilmente rispettati non esistono quasi più. Similmente a tante altre cose, anche tali “parole da gentiluomini” sono state virtualizzate, come fossero post pubblicati sui social che si possono modificare e cancellare quando e come si vuole. Una formula come «Hai la mia parola!» un tempo considerata sacrosanta, oggi conta come un’emoticon su facebook: possiede (forse) un mero valore nel mentre che viene proferita e solo in quell’istante e poi non si sa, forse a breve non conta più niente, finisce nel nulla proprio come un qualsiasi banale contenuto web.

Eppure io, sempre ingenuamente se non stupidamente (e sempre di più, temo) continuo a dare valore pressoché assoluto a una parola spesa, ancor più che se fosse messa nero su bianco, proprio perché verba volant, scripta manent: la parola spesa oralmente è – per così dire – più “debole”, quindi abbisogna di maggior attenzione e considerazione nei riguardi del senso e del valore che porta con sé, nonché dei suoi effetti concreti. È la fonte e il sigillo di un patto dal valore assoluto, appunto, una pratica sociale che, se fosse ancora pienamente rispettata e salvaguardata, farebbe “girare” questo nostro mondo in modo migliore, ne sono certo, dando per giunta maggior valore e spessore umano ai singoli individui e alle loro azioni così come alla rete dei rapporti sociali che volenti o nolenti ci unisce tutti quanti, grazie ai quali il mondo si muove e “vive”.

In fondo, io credo, è anche una questione di coerenza, lealtà, onestà intellettuale, di sincerità d’animo, di onorabilità. Forse, pure queste, tutte doti umane delle quali ormai non frega più nulla a nessuno o quasi, già.

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Le promesse elettorali

Sentita qualche giorno fa alla radio in una rassegna stampa, purtroppo perdendomi l’autore: il dibattito politico italiano, soprattutto in vista di elezioni, è talmente infimo e così ricco di panzane che,

mentre negli altri paesi i cittadini si devono preoccupare che i politici mantengano le promesse elettorali, in Italia i cittadini si devono preoccupare SE i politici mantengono le promesse elettorali.

Verità fulminante e assoluta, purtroppo, al punto che – come troppo spesso accade per le buone verità – ben in pochi la comprenderanno, temo.

Troppe parole vuote al vento…

bla-bla-bla-blaMolti uomini pubblici dimostrano di saper ben parlare: spesso essi fanno i politici, gli ecclesiastici, gli uomini di spettacolo, gli imbonitori di vario genere, e diffondono quanto più possibile tutta quella loro eloquenza dai media. basta che si ritrovino davanti un microfono nel quale parlare, ed è come avessero indiscutibile carta bianca per farlo senza limite alcuno. Altrettanto spesso essi posseggono la dote di dare bella e allettante forma parlata a pensieri che meriterebbero mooooolto minore impegno: è un esercizio al quale evidentemente si applicano parecchio… Ma quanti di essi, che parlano così bene a pubblici più o meno vasti, sanno parlare a sé stessi? Quanti di essi, fieri di saper fornire suadenti tanto quanto vacue risposte alle domande della gente, sanno rispondere a sé stessi e a domande autenticamente importanti? E quanto sanno domandare a sé stessi? Quanto sanno chiedersi di sé stessi?
Temo che a questo nostro mondo troppa gente pretenda di parlare, ovvero si arroghi il diritto di parlare a piacimento ma senza dire veramente nulla di che, senza rispondere a domande legittime, senza che le loro parole servano a qualcosa. Non so, sembra quasi una mirata strategia di saturazione verbale dell’aria, fatta in modo che chi veramente ha qualcosa di importante da esprimere non lo possa dire.
Troppe parole al vento e sproloqui a vanvera, troppa cacofonia orale, troppo rumore nelle nostre orecchie. Forse, se quei personaggi suddetti imparassero a parlare prima a sé stessi e ad ascoltare veramente quanto dicono così da rendersene ben conto, di parole inutili nell’aria ce ne sarebbero molte meno; tuttavia temo che questa circostanza richieda necessariamente una buona connessione tra mente e bocca, il che me la fa credere piuttosto ardua – e ciò a prescindere che si debba ritenere valida l’idea sulla strategia di saturazione sopra esposta: “chi molto dice, pensa poco”, scrisse Carlo Dossi
Ma mi torna in mente pure un altro buon adagio popolare: è spesso meglio stare zitti e far ritenere di essere idioti piuttosto che aprir bocca e dimostrare di esserlo veramente… (Uh! Ecco perché, a ben vedere, quegli stessi personaggi mi sembrano tali, quando mi tocca di doverli ascoltare!)