La verità, sulla politica contemporanea

[Illustrazione di Prawny da Pixabay.]
Suvvia, non meniamo(ci) tanto il can per l’aia: la verità più vera e palese, riguardo la politica – a livello globale, nei “macrosistemi” (gli Usa, per fare un esempio), e nei “microsistemi” (la Lombardia, sempre per fare un esempio che ho sotto gli occhi quotidianamente, ma nel frattempo c’è un’ennesima crisi del governo nazionale, in Italia) – è che la stessa, invece di essere l’ambito nel quale confluisce la parte migliore della società che rappresenta, col tempo e con frequenza crescente è diventata il ricettacolo della parte peggiore. Sempre meno persone di valore e con un alto senso civico e sempre più inetti, incompetenti, incapaci, lazzaroni, approfittatori, disonesti, furboni, cialtroni, esaltati, palloni gonfiati, deviati mentali, buffoni, bricconi se non autentici mascalzoni, che riescono a farsi eleggere e sovente a presentarsi come “leader popolari” solo in forza del degrado culturale, morale e civico che negli anni è stato agevolato e alimentato proprio dal corrispondente regresso della politica, funzionale proprio alla trasformazione di essa in un esercizio tanto reiterato quanto vuoto e dannoso del potere con mere finalità di parte. Uno sconcertante e pernicioso circolo vizioso che si è sempre più autoalimentato, fino a che popolo e governanti si sono specchiati in un’unica immagine, perfettamente speculare ma al contempo dividente – così che l’uno sia sempre più sottomesso e gli altri sempre più liberi, nonché autogiustificati, di sottometterlo ai suoi fini particolari, secondo un processo sociologico e antropologico ben risaputo e comune ad altri ambiti.

Dunque, se è sempre più vero che ogni popolo ha i governanti che si merita è perché il “governo”, in senso generale e in primis come espressione (della) politica, si è meritato – ovvero coltivato e costruito – il popolo che lo elegge a proprio rappresentante. Per questo, se una società culturalmente e civicamente avanzata (ammettendo che ve sia effettivamente una, da qualche parte) si fa inevitabilmente rappresentare dalla sua parte migliore (come, ad esempio, di una squadra di calcio diventa l’emblema il giocatore più forte, non uno di quelli mediocri), la società degradata finisce inesorabilmente per sentirsi rappresentata da chi esprima in modo più netto quel suo degrado, scambiandolo per “emblematico” ovvero per la parte migliore di sé, quando invece con tale processo rende palese la sua parte peggiore e il profondo degrado che l’ha determinata e l’alimenta.

Posto tutto ciò, vi sono solo due vie d’uscita, molto semplici, a tale situazione: una vera e totale rivoluzione nella classe politica, che ribalti radicalmente i deleteri meccanismi sopra esposti, oppure l’eliminazione della classe politica stessa ovvero della politica nell’accezione comune e attuale del termine. E, credo, al momento sono entrambe due buone definizioni del termine “utopia”; d’altro canto, e per citare di nuovo l’esempio calcistico sopra esposto, sarebbe come continuare con una squadra di brocchi assoluti convinti che possa vincere lo scudetto mentre la stessa sprofonda sempre più verso l’ultimo posto in classifica.

Tutto molto semplice, appunto.

 

Un dato di fatto

[Immagine tratta da andria.news24.it, fonte originaria qui.]
Non mi piace parlare di politica intesa come l’operato dei partiti (italiani) e dei loro esponenti, lo trovo un argomento profondamente cafonesco e triviale ma, suvvia, fatemelo dire, la verità fattuale sulla politica di questo paese è molto semplice: c’è una maggioranza cialtronesca e un’opposizione buffonesca, e non c’è una “crisi” di governo ma la crisi È il governo, ovvero i governi – tutti quanti – che si sono avvicendati negli ultimi decenni alla guida di questo povero paese.
Fine.

Altri “asintomatici”

[Foto di lukasmilan da Pixabay.]
Asintomatico: ormai abbiamo nostro malgrado molta confidenza con questo termine medico che fino a qualche mese fa forse nemmeno conoscevamo o consideravamo, in forza della pandemia da Covid in corso e alla numerosa presenza di individui positivi al virus senza presentare sintomi specifici.

Però, a ben vedere, come la scienza riesce bene a identificare le persone positive al Covid senza che queste ne presentino i sintomi, sarebbe una gran cosa se con similare accuratezza qualche metodologia scientifica riuscisse pure a identificare gli “asintomatici” tra i disonesti, gli idioti, gli ignoranti, gli incivili, i villani, i mascalzoni, i farabutti… sapete bene quanti ce ne sono anche in queste “categorie”, vero? Quelli che la prima volta che li vedi ti sembrano anche “belle” persone o quanto meno normali e invece (sono individui ingannevoli, spesso) poi risultano essere tutt’altro. Ci aveva già provato il buon Lombroso con metodologie e risultati certamente discutibili (ma da rivalutare per molti versi, lo sostengo da tempo), dunque qualche sorta di test medico-scientifico al riguardo, tanto rigoroso quanto efficace, non sarebbe affatto male. Anzi.

Anche perché gli asintomatici, che siano positivi ad un virus o a una qualche bassezza umana, sono sempre e comunque contagiosi. Quindi, appunto sarebbe ottima cosa identificarli e sanarli. Ecco.

La gestione dell’emergenza Covid in Italia, spiegata molto rapidamente e altrettanto chiaramente

Ecco.
Non serve aggiungere altro.

Tagliare la testa al toro (per Dpcm)

[Foto di Couleur da Pixabay.]
In tema di restrizioni da Dpcm legate al periodo di pandemia in corso e di polemiche costanti e galoppanti al riguardo, mi sembra che il nocciolo “politico-morale” della questione non sia la limitazione della “libertà” personale, peraltro contestata più di frequente da chi in altre sue idee si permette di negare le libertà altrui (e poi, libertà come concetto: parliamone e definiamo di che cosa stiamo discutendo, prima di sproloquiare sul termine e sul suo significato!) ma sia invece la disuguaglianza di diritti che le restrizioni provocano: per certi aspetti inevitabile e dunque necessariamente ammissibile ma, per altri aspetti, temo troppo sottovalutata e trattata sbrigativamente ovvero superficialmente, piegata a meri diktat burocratici avulsi dalle consistenze sociali, al punto da apparire quasi incostituzionale oltre che, francamente, piuttosto illogica se non ridicola.

D’altro canto, le disquisizioni sul tema mi sembra che continuino a restare chiuse in “singolarismi” piuttosto netti e indiscutibili: lo fa la politica, normando la questione in modo formalista e pedissequo per mere ragioni di scarico delle responsabilità e di incapacità conscia o meno di agire diversamente (sia che ciò significhi più rigidamente oppure meno, non è questo il punto); e lo fa l’ambito privato, nel quale si pone reiteratamente l’accento sulla “libertà”, appunto, ma come mero diritto egoistico, di difesa del proprio orticello personale, nuovamente in un modo che scarica le implicazioni dei propri comportamenti civici sugli altri.

Credo ci vorrebbe più attenzione e accuratezza politica, da una parte, e più senso civico e di comunità dall’altra. Ribadisco: è ovvio che delle “restrizioni” applicate dall’alto alla sfera pubblica possano provocare situazioni di limitazioni e squilibri, lo segnala il termine stesso, e se devono necessariamente essere messe in atto vanno poi considerate e adempiute; ma se la loro attuazione è basata più su una volontà da “taglio della testa al toro” così ignorando altre possibili soluzioni o quanto meno senza provare a riflettere su eventuali alternative e sulle loro potenziali efficacie, il pericolo è che quelle restrizioni finiscano per soffocare ancor più lo sviluppo di un adeguato e imprescindibile senso civico nella società. Per di più in una società come quella italiana che certamente, in quanto a consapevolezza civica, di strada ne deve fare tantissima: una situazione che giustifica per certi versi quelle restrizioni ma, io credo, non educa la società al riguardo. Col pericolo che in futuro, se dovesse mai capitare una nuova emergenza come quella attuale, ci ritroveremo nella stessa situazione senza aver imparato un bel niente: non è semmai proprio questa, a ben vedere, una delle più tristi e perniciose autolimitazioni della libertà?