Impianto a fune per trasporto di… barili

[Immagine tratta da questo articolo de “La Repubblica“.]
Che la funivia sia un «impianto per trasporto di persone, costituito da uno o più veicoli che corrono sospesi su una o più funi metalliche tese tra due stazioni ubicate a differente quota» è risaputo – lo si legge anche nel vocabolario; che possa pure trasportare cose è ammissibile e frequente, se l’impianto è l’unico collegamento con la località a monte ove giunge. Ma che fosse persino, e in modo così specifico, un impianto di trasporto di barili e pure di taaanti barili, a giudicare da quanto se stanno scaricando in questi giorni dalle cabine della Funivia del Mottarone, è veramente qualcosa di incredibile.

O inquietante, già.

O ignobile, ecco.

P.S.: di quanto è tragicamente accaduto al Mottarone ho scritto anche in questi post.

Etica e deresponsabilizzazione nel lavoro, oggi

[Immagine tratta da https://leadershipnow15.wordpress.com/.]
«Ecco», mi ha detto Garesio picchiando con l’indice sulla pagina, «è questa la libertà vera: non la libertà dal lavoro, ma la libertà del lavoro, l’orgoglio del lavoro ben fatto.»

Mi è tornato in mente, questo passaggio (a pag.51) del libro di Claudio GiuntaGiovanna SilvaTogliatti. La fabbrica della Fiat (potete leggere la mia “recensione” qui) nel quale un ex dipendente dello stabilimento costruito dalla Fiat a Togliatti, nell’allora Unione Sovietica racconta della propria (e di allora) “etica” professionale, riflettendo su quanto è tragicamente accaduto alla Funivia del Mottarone di Stresa e sulle motivazioni “pratiche” alla base di un evento così funesto.

Molti, nei giorni scorsi, in primis numerosi quotidiani italiani, hanno posto in evidenza con gran sconcerto come la manomissione dei freni della funivia sia stata consapevolmente attuata per fini economici, per non far perdere (altri) soldi all’impianto o di non spenderne per sistemare i malfunzionamenti che da settimane si manifestavano. Una situazione giustamente e inevitabilmente evidenziata, in tutta la sua tragicità; d’altro canto a me, se possibile, sconcerta ugualmente, se non di più, la palese deresponsabilizzazione professionale che spesso si riscontra alla base di eventi tragici come questo – che nel caso del Mottarone ha un precedente spaventosamente analogo nella tragedia della Funivia del Cermis, da me evidenziato in questo post – e che ritrovo anche in altri ambiti professionali (ma non solo) nei quali fortunatamente le eventuali conseguenze di essa non sono così gravi. Superficialità a volte inconsapevoli, altre volte dettate da puro menefreghismo, comportamenti condizionati da bisogni o convenienze in certi casi comprensibili e in altri per nulla, disonestà intellettuali e morali variegate oltre a condizioni di alienazione sociale, generalmente misconosciute (che magari si generano fuori dagli ambiti lavorativi e poi ci finiscono inevitabilmente dentro) che fanno da causa-effetto ad un’incoscienza – ovvero non coscienza – del proprio agire materiale e immateriale e delle conseguenze del fare o non fare, eccetera: tutte situazioni facilmente riscontrabili nella quotidianità, inclusi i casi nei quali dal lavoro ben fatto o mal fatto dipende la sicurezza di altre persone.

Ora, anche a prescindere dalla vicenda pur tragicamente emblematica della Funivia del Mottarone, io temo che l’etica del fare bene il proprio lavoro sia un valore che si sta sempre più smarrendo, sicuramente per motivi di business esasperato ma non solo per quello, forse anche per il generale degrado socioculturale che coinvolge anche il mondo del lavoro ovvero il concetto stesso di “lavoro”, indotto da certi meccanismi che in diversi casi regolano la nostra quotidianità in modo assoluto, ovvero perseguendo risultati, interessi, tornaconti specifici a scapito di qualsiasi altra cosa, vite umane (anzi, vite in generale) incluse. Quello che afferma l’ex lavoratore della Fiat nella citazione in testa al post in fondo è vero: o ci si sa rendere liberi dal lavoro, oppure il lavoro lo si deve fare al meglio delle proprio possibilità, altrimenti non lo si fa proprio o lo si cambia – in fondo una saggezza assai pragmatica, questa, rispecchiata in molti motteggi popolari:A cattivo lavoratore ogni zappa dà dolore” o “Chi bene semina, bene raccoglie”, giusto per citare un paio di vecchi proverbi al riguardo nella cui asserzioni è contenuta anche la verità opposta. In tal senso, lavorare bene e al meglio delle proprie possibilità libera la mente e l’animo da qualsiasi possibile rimpianto, è sinonimo di libertà in quanto certezza d’aver contribuito al meglio a quanto c’era da fare e della cui bontà altri trarranno vantaggio, è soddisfazione nell’aver dimostrato etica professionale, senso di responsabilità, onestà intellettuale. E, d’altro canto, perché chi non lavora bene non è libero ovvero è prigioniero della propria stessa inettitudine, inadeguatezza, disonestà, incoscienza e della propria mediocrità, una caratteristica sempre presente negli individui non certo liberi ma servili e sottomessi.

Giusto in questi giorni, ho letto, sono in corso alcune mobilitazioni sul tema della sicurezza del lavoro, che ogni tanto riemerge nelle discussioni politiche e mediatiche in modi più o meno fattivi oppure strumentali(zzati): ma a fronte della giusta richiesta di tutele crescenti nei luoghi di lavoro e di rispetto delle normative al riguardo al fine di evitare incidenti e casi tragici, si nota piuttosto palesemente la mancanza di una discussione – culturale e umanistica, prima che politica – intorno al tema della responsabilità etica del lavoratore, di ciò che a volte succede quando la sicurezza ci sarebbe ma viene aggirata per convenienze materiali o per mera (ma ancor più grave, per certi aspetti) incoscienza. Forse, ribadisco, a prescindere dal caso del Mottarone, da quello dimenticato del Cermis e da altre vicende specifiche, quella cultura della responsabilità, professionale e non solo, è un valore che dovrebbe essere recuperato e nuovamente ben assimilato – per il bene di tutti, come si è visto. Tuttavia, mi viene da credere, ina nessuna delle parti coinvolte sul tema non c’è tutto questo interesse e volontà di recuperarlo. Già.

 

 

 

Libertà (da certi dittatori)

Il leader turco Erdoğan non è un “dittatore utile”, come ha sostenuto qualche giorno fa il Presidente del Consiglio italiano Draghi; Erdoğan è un dittatore bieco, punto. E in quanto tale non può essere “utile” se non rappresentando un’ottima motivazione per avversarlo fermamente.

Anche perché da sempre il potere dei dittatori si fonda primariamente su illegittimità e falsità, a volte così palesi da non poter essere sostenute e imposte a lungo: a tale proposito è una bella notizia – dacché avversa alle mire di potere e di sopraffazione della libertà del suddetto dittatore – quella che riferisce della scarcerazione di Ahmet Altan, scrittore e giornalista turco (ritratto nella foto lì sopra) al quale la giustizia turca piegata alla dittatura aveva comminato l’ergastolo, attraverso un processo-farsa, per una serie di accuse del tutto false se non palesemente assurde ma, soprattutto, per essere una voce lucida e critica verso il governo di Erdoğan.

Qui e qui trovate i libri di Altan pubblicati anche in italiano, tra i quali il più recente è Non rivedrò più il mondo, uno scioccante diario della prigionia ma anche, come si legge nella presentazione del volume, «un inno all’immaginazione e al suo potere di evadere dalle quattro mura che la costringono riconquistando aria e spazio. È un ragionamento di straordinaria lucidità sui concetti universali di vita, morte, tempo, destino. È un elogio della scrittura come forma irrinunciabile di dignità dell’individuo.»

Come non ci si può che rallegrare della ritrovata libertà di Ahmet Altan, sperando che non venga di nuovo cancellata ingiustamente, auguriamoci che presto il mondo si possa liberare anche del potere e delle sopraffazioni di siffatti sinistri dittatori. Molto semplicemente, per poter considerare il mondo stesso un posto tutto sommato gradevole e un po’ più giusto dove vivere, ecco.

La verità, sulla politica contemporanea

[Illustrazione di Prawny da Pixabay.]
Suvvia, non meniamo(ci) tanto il can per l’aia: la verità più vera e palese, riguardo la politica – a livello globale, nei “macrosistemi” (gli Usa, per fare un esempio), e nei “microsistemi” (la Lombardia, sempre per fare un esempio che ho sotto gli occhi quotidianamente, ma nel frattempo c’è un’ennesima crisi del governo nazionale, in Italia) – è che la stessa, invece di essere l’ambito nel quale confluisce la parte migliore della società che rappresenta, col tempo e con frequenza crescente è diventata il ricettacolo della parte peggiore. Sempre meno persone di valore e con un alto senso civico e sempre più inetti, incompetenti, incapaci, lazzaroni, approfittatori, disonesti, furboni, cialtroni, esaltati, palloni gonfiati, deviati mentali, buffoni, bricconi se non autentici mascalzoni, che riescono a farsi eleggere e sovente a presentarsi come “leader popolari” solo in forza del degrado culturale, morale e civico che negli anni è stato agevolato e alimentato proprio dal corrispondente regresso della politica, funzionale proprio alla trasformazione di essa in un esercizio tanto reiterato quanto vuoto e dannoso del potere con mere finalità di parte. Uno sconcertante e pernicioso circolo vizioso che si è sempre più autoalimentato, fino a che popolo e governanti si sono specchiati in un’unica immagine, perfettamente speculare ma al contempo dividente – così che l’uno sia sempre più sottomesso e gli altri sempre più liberi, nonché autogiustificati, di sottometterlo ai suoi fini particolari, secondo un processo sociologico e antropologico ben risaputo e comune ad altri ambiti.

Dunque, se è sempre più vero che ogni popolo ha i governanti che si merita è perché il “governo”, in senso generale e in primis come espressione (della) politica, si è meritato – ovvero coltivato e costruito – il popolo che lo elegge a proprio rappresentante. Per questo, se una società culturalmente e civicamente avanzata (ammettendo che ve sia effettivamente una, da qualche parte) si fa inevitabilmente rappresentare dalla sua parte migliore (come, ad esempio, di una squadra di calcio diventa l’emblema il giocatore più forte, non uno di quelli mediocri), la società degradata finisce inesorabilmente per sentirsi rappresentata da chi esprima in modo più netto quel suo degrado, scambiandolo per “emblematico” ovvero per la parte migliore di sé, quando invece con tale processo rende palese la sua parte peggiore e il profondo degrado che l’ha determinata e l’alimenta.

Posto tutto ciò, vi sono solo due vie d’uscita, molto semplici, a tale situazione: una vera e totale rivoluzione nella classe politica, che ribalti radicalmente i deleteri meccanismi sopra esposti, oppure l’eliminazione della classe politica stessa ovvero della politica nell’accezione comune e attuale del termine. E, credo, al momento sono entrambe due buone definizioni del termine “utopia”; d’altro canto, e per citare di nuovo l’esempio calcistico sopra esposto, sarebbe come continuare con una squadra di brocchi assoluti convinti che possa vincere lo scudetto mentre la stessa sprofonda sempre più verso l’ultimo posto in classifica.

Tutto molto semplice, appunto.

 

Lo “smart working”? Ancora?!

Ve lo dico da subito: sarò molto franco, in questo post, seppur “indirettamente”.

Con questo secondo lockdown, imposto in modi più o meno rigidi su tutto il territorio nazionale, è tornato in auge presso enti pubblici e privati lo smart working, conseguentemente applicato in modi più o meno ampi.

Bene: posto quanto già affermavo sul tema qui, dopo la fine del primo lockdown e delle esperienze (personali, ma non solo) al riguardo, e considerando le esperienze attuali – in entrambi i casi non tanto sullo smart working in sé, ma su come esso venga “interpretato” da molti di quelli che lo stanno praticando – vorrei ora molto francamente rimarcare ovvero ribadire che lo smart working

Ritardi, rimandi, disservizi, smarrimenti di documentazioni, inefficienze varie e assortite in troppi casi. «Eh, ma sa, stiamo lavorando in smart working!» la risposta sovente abituale, sempre più simile a una bieca scusa che a una motivazione sostenibile.
Ah, ok, così dicono, quelli. Ma non si dice pure che sarebbe il lavoro del futuro, questo?
Per non parlare dell’altra forma di lavoro a distanza attualmente più usata, quella per l’insegnamento scolastico: su come stiano andando le cose basta leggere questo articolo, adattabile certamente anche alla realtà italiana (o forse qui anche più che altrove) per come me la raccontano numerosi amici docenti.

Ecco.

Be’, mi pare che siamo a posto, allora. Proprio a posto. Già.