La vignetta, che vi ho tradotto qui sopra, è di Lars Klauser, è tratta da “Salto.bz” – ottima testata d’informazione bilingue altoatesina/sudtirolese – e dice tutto sulla “libertà” di chi pensa di poter godere dei panorami dolomitici guidando auto e moto lungo le strade dei passi come fosse in pista a Monza. È la libertà prepotente che deriva dalla sottomissione di ogni altra cosa: montagne, luoghi, paesaggi, animali, altre persone, tutti costretti a subire la libera manifestazione di idiozia dei più scalmanati turisti motorizzati.
E la questione non si ferma al solo impatto ambientale dei mezzi generato dal rumore, dai gas di scarico, dal traffico lungo le strade e dai parcheggi ingolfati ovvero al pericolo al quale sono sottoposti tutti gli altri utenti delle strade dolomitiche. Diventa anche una questione più ampiamente paesaggistica, di degrado culturale dei luoghi, di svilimento della loro bellezza naturale, di benessere nella loro frequentazione. Questione dalle implicazioni e dalle ricadute a loro volta ampie e variamente gravi la cui colpa, purtroppo, non di rado va imputata agli stessi locali, incapaci di rinunciare ai propri tornaconti commerciali e, per salvaguardarli e ove possibile incrementarli, pronti a svendere e consumare le loro stesse montagne. Quelle che nel loro paesaggio dovrebbero avere impresse l’identità culturale e l’anima delle comunità che le abitano… e forse è proprio così, l’impronta è quella che ho appena descritto, purtroppo.
Sul tema del traffico infernale lungo i passi dolomitici è tornato a esprimersi di recente su “L’AltraMontagna” Michil Costa, rinomato albergatore della Val Badia, autore di un bellissimo e consigliatissimo libro sul senso del turismo contemporaneo sulle montagne, “FuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica”. Vi invito a leggere la sua intervista cliccando sull’immagine qui sopra.
[Foto di Vincentiu Solomon da Unsplash.]Trovo la fotografia qui sopra pubblicata, che riproduce la massima vetta delle Dolomiti, la Marmolada con il suo ghiacciaio (assai sofferente, ahinoi) vista da Nord, non solo bellissima ma anche assolutamente significativa. Perché ammirata così, a prima vista, sembra rappresentare un paesaggio d’alta montagna emblematico nel suo genere, selvaggio, incontaminato, magari anche inospitale, all’apparenza, comunque un’immagine di grande e invitta potenza naturale al punto che facilmente si potrebbe associare alla definizione di «wilderness», per come viene intesa e utilizzata comunemente (al proposito ne ho disquisito qui).
Certamente la Marmolada è montagna autentica, non serve dirlo, e l’immagine che vi sto proponendo non lascia dubbi al riguardo. Tuttavia, se la si ingrandisce – la pubblico in grande formato appositamente, cliccateci sopra – e si scandaglia con un minimo di attenzione visiva, si possono scoprire innumerevoli segni antropici, grandi e piccoli, poco o tanto evidenti e più o meno modificanti la porzione di territorio in cui si trovano. Nell’immagine sottostante li ho indicati con le frecce gialle – ma può ben essere che qualcuno dei manufatti umani presenti e ritratti mi sia sfuggito, mentre altri occupano ben più spazio di quello identificato dalle relative frecce. Potete facilmente constatare quanti siano (clic per ingrandire):
In questa porzione di spazio montano la “territorialiazzazione” – come si dice in tali casi, ovvero la strutturazione (e conseguente infrastrutturazione) del territorio e la sua messa al servizio di un certo uso funzionale dello stesso di natura socioeconomica – è prettamente determinata dal turismo invernale dello sci. E se sul vasto e geograficamente tribolato versante della Marmolada i manufatti antropici devono necessariamente relazionarsi con la sua morfologia (oggi anche più che in passato posto il forte ritiro del ghiacciaio, ancora il più vasto delle Dolomiti ma più che dimezzato rispetto a pochi decenni fa e il cui disfacimento destabilizza il versante), la quale inesorabilmente ne limita entità, materialità e quantità, il versante Nord del settore ritratto della catena del Padòn – la cresta montuosa in primo piano – è completamente lavorato dall’uomo al fine di adattarlo alle esigenze del comprensorio sciistico qui presente, salvo ovviamente le porzioni maggiormente scoscese.
Sia chiaro: con ciò non voglio affermare che ci sia qualcosa di sbagliato in tale realtà montana, almeno non nella forma (la sostanza la si può discutere quanto si vuole ma non qui, ora). Voglio invece rendere chiaro, grazie all’immagine in questione, come praticamente tutta la catena alpina sia stata in qualche modo antropizzata, modificata e reificata dall’uomo, anche quelle parte che all’apparenza ci sembrano le più selvagge, difficili, inospitali. E ciò da secoli, non da ieri, anche se in modo crescente e più impattante con l’avvento dell’era contemporanea. Sulla Marmolada e sui monti limitrofi, parte di un territorio alpino da centinaia d’anni antropizzato prima per ragioni di sussistenza quotidiana e oggi, maggiormente, per scopi economico-turistici, questa realtà risulta particolarmente evidente, tuttavia, ribadisco, non esiste quasi porzione di Alpi che non abbia subìto qualche forma di intervento umano, minima e inintelligibile ai più oppure più lampante e caratterizzante il paesaggio in loco.
Tutto questo rende il termine «wilderness» quanto mai fuori luogo sulle Alpi (come i panda, già: ecco il sensoironico del titolo di questo articolo), la catena montuosa più antropizzata del pianeta, anche se si può “capire” l’uso propagandistico di esso a scopo turistico. Ma se le Alpi presentano un’impronta antropica secolare ormai assimilata nei loro territori, e se ciò determina tutt’oggi il senso e la sostanza della relazione culturale e antropologica che possiamo (e dobbiamo) mantenere con essi, questa realtà rappresenta pure il contesto materiale entro cui coltivare la dovuta, indispensabile responsabilità che tutti noi abbiamo/dobbiamo avere verso le Alpi, verso un territorio così fondamentale per la parte di mondo in cui viviamo. Una responsabilità che è manifestazione di consapevolezza del valore assoluto delle montagne alpine ovvero della loro grande bellezza così come della delicatezza e del fragile equilibrio sul quale si sviluppa quella nostra relazione con esse. Pensare alle Alpi come a un territorio “selvaggio” e “incontaminato” di default, ovvero perché in questo modo dall’immaginario diffuso al riguardo da due secoli a questa parte ci viene presentato (anche al netto degli scopi turistico-commerciali), rappresenta una notevole ingenuità che non solo non ci fa comprendere il valore storico autentico della catena alpina (e parimenti tutta la sua insuperabile bellezza) ma produce terreno fertile per l’antropizzazione più violenta, invasiva, inquinante e degradante, la quale appunto si nasconde dietro pretese di «wilderness» alpina del tutto infondate per giustificare un nuovo intervento in più, poi un altro, poi un altro ancora e poi ancora e così via, fino al profondo depauperamento del valore culturale, antropologico e identitario delle montagne alpine, con relativi danni riprovevoli e difficilmente rimediabili.
Invece, e forse più che per altri territori antropizzati, si può dire che se le Alpi con la loro severa geografia condizionano in quasi ogni aspetto vitale la presenza dell’uomo, l’uomo può condizionare il valore del paesaggio alpino in maniera profonda e per questo delicatissima ma pure, potenzialmente, virtuosa come non mai. È sui monti che la relazione tra uomini e montagne può trovare un equilibrio e un’armonia realmente benefiche per il futuro dei territori in quota (e non solo per essi) a fronte di fin troppi episodi di segno opposto messi in atto nel passato. Bisogna farsi “montagna”, per così dire, una volta per tutte: come abbiamo lasciato nel tempo la nostra impronta sui monti, dobbiamo lasciare che i monti imprimano la loro impronta nel nostro animo, così che il bene nostro possa essere quello dei monti e di chiunque altro o qualsiasi altra cosa e ciò mettendo in atto qualsivoglia opera, la quale risulterà finalmente armonica e contestuale al territorio montano.
In fondo è una semplice questione di buon senso alpino, da perpetrare nel presente verso il futuro con umanissime sensibilità e consapevolezza. Una questione semplice, già, tanto quanto ineludibile.