Questa diminuzione di sensibilità

Questa diminuzione di sensibilità va diffondendosi dappertutto. Quelli che fanno andare a tutto volume radio e televisori e si portano la radio portatile in spiaggia, che mangiano solo i formaggini più reclamizzati, usano la vaniglina invece dei baccelli di vaniglia, buttano le cicche sui binari della metropolitana, non sanno mettersi in coda, dedicano il loro ultimo romanzo «A mia moglie, che ha battuto a macchina con amore il manoscritto», si vergognano se il nonno si annoda il tovagliolo intorno al collo, hanno voluto che secondini, spazzini, pompieri, ciechi e sordi si chiamassero agenti di custodia, netturbini o, peggio, operatori ecologici, vigili del fuoco, non vedenti e non udenti, dicono zola invece di gorgonzola e sisma invece di terremoto, augurano ai colleghi d’ufficio «buon lavoro», sono ancora quelli che nelle gite aziendali sul Lago di Como si raccolgono in circolo compatto intorno a una chitarra scordata, magari sottoponte, e fanno il percorso Como Bellagio e ritorno senza dare una sola occhiata all’acqua, alle rive, alle ville, alle montagne, al cielo. La sera, uscendo dalla stazione, comprano un chilo di prugne all’acetone e la gita è finita.

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pagg.89-90.)

L’ignoranza è vanesia

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È sempre parecchio interessante e al contempo significativo (e pure un po’ inquietante, a dire il vero) constatare come le persone veramente intelligenti e colte non danno mai a vedere di esserlo se non per qualche buon (e utile) motivo, le persone incolte e ignoranti fanno di tutto per dimostrare quanto lo siano anche quando non ne avrebbero motivo.

Basta(va) la parola!

Per certe persone la parola data, quella che tra l’altro dovrebbe accertarne la serietà e la dignità, ha lo stesso valore della loro personalità: niente.

Un tempo la si definiva “parola d’onore” e sanciva l’essere o meno dei galantuomini; in effetti basta guardarsi intorno per capire, oggi, come non sia più così – e capire di conseguenza il perché di certe storture del mondo in cui stiamo.

Gente dallo stile climaticamente confuso

Ecco, lo sapevo.
In tre giorni (di maggio, si noti bene) siamo passati dalla fine di febbraio alla metà di luglio, dalle nevicate a bassa quota al caldo subtropicale, sicché la gente – già confusa di suo per mille motivi – sta andando ancora più in confusione e non di rado mi capita di vedere uno accanto all’altro, ad esempio sul marciapiede ad attendere che un semaforo pedonale diventi verde o alla fermata dei bus, tizi agghindati come se stessero per raggiungere il Polo Sud e altri che sembrano appena tornati dalla spiaggia di Ibiza.
Eppoi dicono che il cambiamento climatico non è un problema: lo è eccome, invece, e pure per quanto riguarda lo “stile” (il look, direbbero quelli “avanti”) della gente comune. Il quale, peraltro, è già confuso di suo: sia chiaro, ognuno è libero di vestirsi come vuole ma, in tali circostanze, l’abito fa il monaco, altroché!