Franco Michieli, “L’abbraccio selvatico delle Alpi” (Cai / Ponte Alle Grazie)

Cosa intendiamo, abitualmente, riguardo il termine “maturità”? Innanzi tutto, credo, ciò che si ottiene (simbolicamente, più che altro) completando le scuole secondarie superiori, oppure la dote che dovrebbe contraddistinguere la persona adulta o comunque qualsiasi similare stato di sviluppo avanzato. In verità, dal punto di vista dell’uomo, la “maturità” non è uno stato definitivo ma intermedio ovvero l’età tra la giovinezza e la vecchiezza; curiosamente un’analoga accezione vale anche in geologia, ove lo stadio di maturità è quello «intermedio fra i tre stadî morfologici (giovanile, maturo e di senilità) che si possono distinguere nel rilievo terrestre» (clic). Proseguo dunque per sillogismi, denotando che a disquisire di «rilievo terrestre» la prima cosa che viene in mente sono le montagne e, a proposito di esse, ripenso a un noto motteggio di forma certamente retorica eppure parimenti obiettiva nella sostanza, che in ogni caso a me piace molto: «la montagna è una scuola di vita». Scuola, già: ritorno all’ambito scolastico, insomma, e all’accezione più comune e immediata del termine “maturità” ma, dopo tutto questo giro lessicale, pensando ora a una maturità vitale che si può conseguire sui monti – quindi anche la seconda accezione, quella anagrafica, a sua volta rientra in gioco.

Ecco, nel mentre che, pagina dopo pagina, approfondivo la lettura dell’ultimo libro di Franco Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi (CAI / Ponte alle Grazie, 2020), mi si è formata in mente l’elucubrazione che sopra ho cercato di riassumervi. L’input per essa è d’altro canto facile: il libro racconta la traversata dell’intera catena alpina, da Ventimiglia e il Mar Ligure a Trieste e al Mar Adriatico, per la quale Michieli partì poche ore dopo aver conseguito la maturità scolastica – scientifica, per la precisione. Più di 2000 km percorsi nell’estate 1981 senza l’uso di alcun mezzo meccanico e bivaccando il più delle volte all’aperto, 219.000 metri di dislivello complessivi, 25 cime tra le più significative delle Alpi salite, con la compagnia di nove amici che si sono alternati nel condividere con l’autore i vari tratti del cammino. Questi i numeri dell’avventura che, per come è stata concepita e affrontata, peraltro in anni nei quali ancora non c’erano cellulari, navigatori e quant’altro, si può sicuramente definire un’impresa – di “alpinismo orizzontale”, si potrebbe dire. Quasi quarant’anni dopo Michieli recupera i ricordi, le percezioni, le esperienze mnemoniche, il retaggio immateriale di quel lunghissimo viaggio alpino per ricavarne un racconto intenso e avvincente in ogni pagina, al punto che in chi è già avvezzo ai cammini montani sorge forte la voglia di calzare gli scarponi, indossare lo zaino con quanto di necessario e partire per emulare, se possibile, le gesta di Michieli, per inseguire quel gran susseguirsi di meraviglie e stupori che le Alpi sanno regalare in ogni loro angolo e che soltanto uno sguardo (e un animo) superficiale potrebbe percepire come “tutto uguale” solo perché tutto montano. Ovvero, per ritornare alle montagne, sorta di heimat ancestrale e congenita di valore universale, e lassù ricercare ovvero ritrovare un’immersione e una relazione con il territorio montano ben più diretta e genuina, ovvero meno mediata e agiata, di quelle che la maggior parte di noi vive al riguardo.

Ho la fortuna di conoscere personalmente, almeno un poco, Franco Michieli ma, quando ci incontrammo per la prima volta, qualche anno fa, era come se già avessi fatto la sua conoscenza attraverso la precedente lettura di tanti suoi scritti e articoli dai quali, fin da subito, avevo ricavato la sensazione di una persona dal forte afflato “mistico”. Infatti fu proprio questa la prima cosa che gli rivelai, quando ci conoscemmo, e devo dire che quella sensazione non ha fatto che confermarsi e consolidarsi in verità accertata ma non per questo meno sorprendente e affascinante. Fin dalle sue prime esperienze adolescenziali in ambiente e già nella grande avventura giovanile narrata ne L’abbraccio selvatico delle Alpi, Franco ha ricercato una personale relazione con l’ambiente naturale pressoché scevra di mire prestazionali – che, se presenti, sono sempre state un effetto collaterale e a volte necessario del viaggio intrapreso – e semmai mirata al conseguimento di una vera e propria dimensione mistica, come una personale biosfera immateriale entro la quale vagare per il mondo. Una “mistica della fatica” quale condizione necessariamente imposta ma poi piacevolmente goduta di totale apertura psicofisica di sé verso la Natura d’intorno, e parimenti una “mistica eco-antropologica” attraverso cui ricercare e ottenere una connessione con il mondo naturale al punto da diventarne parte integrante e integrata, in un modo sostanzialmente opposto e per certi versi antitetico rispetto a quella che è l’ordinaria e spesso prepotente relazione dell’Homo Sapiens dominante sulla Natura e su ogni sua tangibilità, vivente o meno.

Chi si occupa come me di paesaggi, e di relazioni umane con essi, sa bene che, materialmente, sono i luoghi che fanno i paesaggi – che poi immaterialmente l’uomo percepisce e concepisce  – e altrettanto sa che ogni luogo realmente tale, sia esso antropizzato oppure no, possiede un suo Genius Loci, un proprio spirito peculiare che ne determina il valore culturale oltre che rappresentare l’identità riconoscibile degli aspetti naturali. Queste osservazioni valgono in particolar modo per le Alpi, probabilmente la catena montuosa più antropizzata del pianeta, nella quale una vera e propria «wilderness» non esiste (più) e semmai in sua vece – cioè dove l’antropizzazione non ha ormai guastato il territorio – esiste un equilibrio primordiale tra l’ambiente naturale e la presenza umana, che si determina proprio nel rapporto e nel dialogo possibile e necessario dell’uomo con il Genius Loci del luogo di presenza. Questo dialogo è assolutamente spirituale ma non perché basato su vaghe, presunte e/o indeterminate percezioni “paranormali”, emozionali o irrazionali, semmai perché nel concreto è una relazione tra spiriti, quello umano e quello naturale, che nella presenza materiale e nel come la si manifesta trova la fonte del suo importantissimo valore immateriale, concettuale e culturale. Quello elaborato da Franco Michieli durante la sua traversata alpina è stato questo, in effetti: un lungo, continuo, articolato, intenso dialogo con i Genii Loci alpini, una comunicazione materiale, dell’uomo-viandante con l’ambiente montano, atta a generare una sintonia immateriale tanto quanto intensa che ha portato Michieli ogni giorno di più, ogni passo di più della sua traversata, a diventare parte integrante delle montagne alpine, a essere accolto e abbracciato dal loro spirito selvatico, appunto.

Franco segnala questa sorta di autentica evoluzione spirituale personale – che si potrebbe pure definire una riscoperta della propria reale e primitiva essenza selvatica: siamo Sapiens, ci definiamo tali ma pur sempre creature animali restiamo; il fatto di esserci presuntuosamente separati dall’ecosistema naturale del quale faremmo (facciamo) parte non ci rende affatto avulsi da esso e dalla Natura in quanto rete di connessioni bio-logiche tra esseri viventi e non – dicevo, Franco segnala in diversi passaggi del libro questo cammino di conseguimento d’una autentica e completa “maturità” umana: solo per citarne alcuni, a pagina 156, a proposito di quella riscoperta appena segnalata, racconta come «Le prima alleanze dell’uomo preistorico non potevano che essere con lo spirito presente negli elementi naturali e io sentivo rinascere in me quella propensione». E in tema di mistica spirituale dell’andare alpestre, a pagina 176 rivela che «dopo circa un mese di traversata – nelle condizioni di isolamento dalle cronache del mondo civile che si vive all’epoca – si apre una nuova porta esperienziale e cognitiva: ormai si appartiene al punto di vista dei vagabondi, la natura è la propria casa e gli schemi di pensiero tipici della vita urbana sono dimenticati, quasi che non dovessero mai più riguardarci.» Una nuova dimensione vitale, appunto, certamente di matrice mistica ma non meno razionale di quella ordinaria, anzi, in fondo molto di più in quanto più armonizzata e contestuale allo spaziotempo con cui si interagisce. Fino a rendersi conto, alla fine della sua avventura attraverso le Alpi, come «l’ultima parte della traversata rappresentasse una sorta di vecchiaia di quell’esperienza, e anch’io vivessi un sentimento di anzianità dentro un’avventura che allora sembrava aver racchiuso una sorta di percorso di vita» (pagina 289). Ecco: si torna alle elucubrazioni iniziali e si va oltre di esse, oltre la “maturità” conseguita durante il grande viaggio lungo la catena alpina fino a una «anzianità» che invero è una condizione di acquisita e compiuta relazione con il mondo naturale e con il suo spirito ancestrale e ineluttabile. Una saggezza in qualche modo “superiore”, seppur giammai completa e definitiva (non c’è ambito nel quale non si finisca mai di imparare come quello naturale e quello delle montagne in particolare: il motteggio sulla «montagna come scuola di vita» è assolutamente vero, in questo senso) che poi Franco Michieli ha messo in pratica e manifestato in innumerevoli altre esperienze di viaggio esplorativo in diverse aree selvagge del pianeta (e narrato in tanti altri scritti: ad esempio ne L’estasi della corsa selvaggia o in Andare per silenzi, nei quali si ritrova tutta la sua personale visione mistico-esperienziale) ma che, probabilmente ha trovato la sua fonte originaria e principale proprio negli 81 giorni di vagabondaggio alpino vissuti a soli 19 anni, dopo la maturità scolastica che ha preceduto una maturità umana infinitamente più importante.