Franco Michieli, “Andare per silenzi” (Sperling & Kupfer)

Quanti uomini contemporanei possono realmente (cioè, con cognizione di causa) dire di poter godere del silenzio durante la propria quotidianità, sia essa lavorativa, ricreativa o meditativa? O meglio: quanti uomini contemporanei posso affermare di saper godere del silenzio? Eppoi: cos’è il silenzio? Non è certo la mera assenza di rumore – chiunque rispondesse così dimostrerebbe di non averci capito granché, della questione, la quale è assolutamente fondamentale, anzi, vitale per il mondo di oggi e per la nostra civiltà che lo abita, troppo spesso senza aver piena consapevolezza di quello che ciò significa.

Franco Michieli, uno dei più grandi esploratori italiani contemporanei, non solo ha scelto di percorrere le “vie del silenzio” ma ha fatto del silenzio un potente ed emblematico sinonimo di libertà. Andare per silenzi, il suo nuovo libro (Sperling & Kupfer, 2018), rappresenta il “diario minimo” di quelle percorrenze ormai quasi quarantennali, e scrivo minimo perché le esperienze vissute da Michieli attraverso montagne e territori selvaggi del pianeta potrebbero occupare diversi tomi da centinaia di pagine ciascuno senza per questo diventare banali cronache di quanto compiuto, e perché ho la netta sensazione che molta parte di quelle esperienze non si possa nemmeno trascrivere sulle pagine di un libro, troppo intime e spirituali da un lato, troppo scarse e “povere” le parole a disposizione per cercare di descriverle adeguatamente al pubblico dall’altro.

Conosco Franco Michieli di fama da un sacco di tempo, leggendo spesso (oltre ai suoi libri) articoli relativi alle sue “imprese” su numerosi periodici; di recente ho avuto anche la fortuna di conoscerlo di persona e di chiacchierare con lui su temi che entrambi sentiamo importanti nella personale visione del mondo. Fin da quando leggevo delle sue esplorazioni, ho maturato la vivida sensazione di uno spirito mistico, quasi ascetico nel suo rapporto con la Natura e con le terre esplorate. Non a caso ho messo il termine imprese tra le virgolette: non bisogna pensare a Michieli come ad un inseguitore di primati, di record, di limiti da abbattere o che altro, dacché sempre la sua prestazione atletica ha semplicemente rappresentato il mezzo per ricercare e definire territori interiori, quelli in cui si riverbera il paesaggio esteriore tanto quanto si spande l’io più autentico e genuino, generandosi di conseguenza – con la necessaria predisposizione mentale – un’armonia altrimenti difficile da conseguire.

Michieli, da buon geografo, sa benissimo che il legame tra l’uomo e lo spazio geografico-naturale è vitale dacché ancestrale: per così dire, noi siamo il territorio in cui stiamo e il territorio è (diventa) ciò che noi siamo (e facciamo) in esso. L’uomo, ancorché Sapiens, non sarebbe nulla senza una correlazione con lo spazio abitato e vissuto, nel quale si georeferenzia, ci si identifica e riconosce grazie a un processo intellettuale e spirituale costante e attivo sia nei paesaggi abituali e funzionali alla vita quotidiana, sia in quelli nuovi e selvaggi. Il concetto di “paesaggio” nasce proprio da qui: non esistono i “paesaggi” come abitualmente vengono intesi, quelli semmai sono il territorio con le sue forme; piuttosto, il paesaggio nasce dentro di noi, siamo noi che ne determiniamo il concetto e il valore in base al personale bagaglio culturale, alla nostra sensibilità, alle percezioni e alle sensazioni, alla momentanea o particolare condizione dell’animo e dello spirito. Poi, quei paesaggi li “appiccichiamo” al relativo territorio il quale con essi acquisisce a sua volta un certo valore più o meno condiviso, che poi determina ogni altro pregio conseguente.

Tuttavia, tale correlazione ancestrale tra l’uomo e il territorio è andata drammaticamente guastandosi, nel corso del tempo e in particolare – nonché paradossalmente – nell’epoca contemporanea, al punto che oggi non solo non conosciamo (se non dozzinalmente) la geografia dei nostri stessi territori domestici, ma appena usciamo di casa ci dobbiamo necessariamente far guidare da qualche diavoleria tecnologica odierna, altrimenti finiamo facilmente per non sapere più dove siamo. Inoltre – per fare un altro esempio consono al libro in questione – ci siamo talmente disabituati alle geografie che ci circondano e alle loro peculiarità naturali che troviamo inquietante il (presunto) silenzio, così assuefatti come siamo ai rumori antropici, oppure parimenti ci facciamo spaventare dal buio notturno di un bosco, nonostante la volta stellata sopra di noi, oltre a una bellezza insuperabile (a sua volta ormai incompresa dai più) ci offra ogni riferimento utile a non farci smarrire.

In Andare per silenzi Michieli racconta – in minima parte, come detto – i suoi quasi quattro decenni di esplorazioni in terre che verrebbe da definire “ostili” ma solo se valutate attraverso un metro di giudizio “cittadino” e pervicacemente antropizzante, alla ricerca, anzi, alla rigenerazione totale di quel legame con la Natura e il territorio di valore così vitale e necessario, al fine di poterci dire creature realmente viventi. I “silenzi” percorsi non solo soltanto quelli acustici, d’altro canto pressoché inesistenti in Natura, e non sono affatto quelli sociali (anzi, è dal restare soli ogni tanto che può rinvigorirsi il miglior rapporto con altre persone): semmai sono i “silenzi tecnologici” – Michieli esplora le terre selvagge senza utilizzare mappe, bussole, navigatori o che altro, ma utilizzando solo le georeferenze naturali -, sono i silenzi spirituali, d’allontanamento da tante, troppe interferenze di tal genere, sono i silenzi materiali, di lontananza dal superfluo che ci circonda e che crediamo essere sinonimo di benessere quando invece lo è di decadenza. E sono silenzi, o silenziamenti, di tutto quanto sia preconfezionato, artificioso, inutile ma imposto come necessario, indotto, imposto, prescritto. A partire dallo stesso sentiero battuto, che a volte impone al camminatore una via attraverso un territorio limitandolo a quella porzione attraversata mentre la reale grandezza di esso la si può comprendere, e della quale si può pienamente godere a fini mentali e intellettuali, solo uscendo dal sentiero, disegnando la propria traccia, cercando una via personale alla conoscenza, alla comprensione e alla consapevolezza del luogo che si sta attraversando nonché, ancor più, del senso e del valore della propria presenza in quel luogo e nei riguardi di chi già lo abita e lo caratterizza – piante, animali, acque, venti, eccetera.

Ma “andare per silenzi” può anche voler dire condividere un silenzio ricco di armonia umana – nei confronti di altri individui – e di attività virtuosa a favore del territorio in cui ci si trova: Michieli lo racconta nelle pagine dedicate alla sua esperienza con l’Operazione Mato Grosso sulle Ande peruviane, denotandoci come ci possa essere molta più solitudine nel bel mezzo d’una grande città densamente abitata da esseri umani ma sostanzialmente priva di autentici rapporti umani – ovvero di umanità – piuttosto di un bosco, una tundra artica o, appunto, una piccola comunità di persone che sappiano intessere l’un l’altro un legame direttamente derivante da quel già citato e superiore legame con il territorio e la Natura. Michieli ci ricorda come il fatto che l’uomo si sia arrogato il diritto di porsi al di sopra di qualsiasi altra cosa esistente sul pianeta, in primis sulle creature viventi, rappresenti un vero e proprio crimine originario, un danno dal quale derivano molti degli altri oltraggi che oggi constatiamo sulla Terra contro animali, territori, paesaggi e quant’altro. Una situazione che forse ha già raggiunto e superato il punto di non ritorno, oppure forse è ancora risolvibile ma soltanto con un drastico cambio di visione storica e culturale verso ogni cosa che abbiamo intorno.

A tal riguardo, a pensarci bene, ritornare a saper distinguere, comprendere e godere del silenzio (in tutte le accezioni prima citate), nella sua apparente piccola importanza, in verità non rappresenterebbe già una vera e proprio rivoluzione? Tornare a capire qualcosa di assolutamente elementare come il fatto che noi uomini, pur con tutta la nostra civiltà, tecnologia, capacità, intelligenza, restiamo sempre e comunque parte del grande ecosistema terrestre, del suo unico ambito biologico, al pari di qualsiasi altro elemento vitale presente sul pianeta, non sarebbe un’altra rivoluzione assoluta, tanto facile da conseguire quanto – oggi come oggi – ritenuta utopica? Ma, io dico spesso, a volte le utopie, anche quelle apparentemente più impossibili, sono e restano tali solo perché non si ha la volontà di realizzarle. Mi tornano in mente le pagine in cui Michieli racconta della sua avventura nel white out del deserto lavico islandese, in una situazione nella quale quasi ogni altro Homo Sapiens Tecnologicus si sentirebbe finito per sempre ritenendo un’utopia la possibilità di uscirne… invece no. Invece si può uscire, ed è più facile di quanto si creda, per l’uomo che sappia connettersi con il luogo in cui si trova – e, per principio allargato, con il pianeta Terra e tutto ciò che lo anima. Perché anche il white out è un segno della vita del pianeta, e in quanto tale va vissuto con la massima vitalità, fisica, intellettuale e spirituale. Quello che Franco Michieli fa da decenni ovunque muova i suoi passi.

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