Dieci cose che se vengono dette di un romanzo americano fanno figo, se vengono dette di un romanzo italiano fanno cadere le palle (Giulio Mozzi dixit)

1. Fa 800 pagine, circa.

2. E’ un western postmoderno.

3. L’autore per scriverlo è vissuto sei anni in una baracca di legno in alta montagna senza riscaldamento senza lavarsi nutrendosi esclusivamente di formaggio caprino, avendo come unica compagnia un cane muto. (In alternativa: è vissuto sei anni in un’isola tropicale di dodici per quattordici metri, no servizi, no posto ombra, pelata come il cranio d’un calvo, nutrendosi esclusivamente di molluschi ciucciati vivi, lì, sulla battigia, senza neanche una goccia di limone, avendo come unica compagnia i propri fantasmi). (In alternativa: è vissuto sei anni al centoventisettesimo piano d’una multinazionale del tofu, a Las Vegas, senza mai uscire dall’ufficio, seduto su una comoda per sopperire alle esigenze fisiologiche, seguendo i movimenti di borsa dei titoli della multinazionale stessa ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, nutrendosi esclusivamente di tofu tiepido fornitogli direttamente sulla scrivania via posta pneumatica, peraltro di una ditta concorrente perché costa meno, avendo come unica compagnia il tipo che alle sei di mattina passava a cambiargli il vaso sotto la comoda). (Ec.).

4. Non ci sono le virgolette sui dialoghi.

5. L’autore è uno che, dopo averci parlato solo qualche minuto, ti sembra appena sbarcato da una navicella spaziale.

(Le altre 5 cose le potete leggere qui, visitando l’articolo originale nel blog di Giulio Mozzi, Vibrisse. Al quale Giulio Mozzi, peraltro, questo mio articolo serva da necessario e giammai estemporaneo omaggio: da tempo lo è e resta una delle figure più brillanti e a suo modo illuminanti del panorama letterario italiano, con sguardo di notevole acume e voce di rara sagacia. Avercene, insomma!

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Anvedi er Premmio Strega!

strega2016bDunque Edoardo Albinati, con La Scuola cattolica, ha vinto lo Strega 2016.
Bene: complimenti!

Ora, posto quanto scrissi qualche settimana fa su cosa sia, oggi – o meglio: da un certo tempo – il Premio Strega, mi è tornato pure in mente ciò che in merito ai finalisti avevo letto ovvero ha scritto sul proprio profilo facebook un tot di tempo fa, dunque in tempi non sospetti, Giulio Mozzi – uno dei migliori scrittori italiani in senso assoluto: il che significa uno di quelli di maggior valore letterario, non di celebrità e/o vendite e/o presenza mediatica, eh! Ne riprendo qualche significativo passaggio:

Premio Strega: provincia romana.
Eraldo Affinati (nato a Roma, vive a Roma).
Edoardo Albinati (nato a Roma, vive a Roma).
Giordano Meacci (nato a Roma, vive a Roma).
Elena Stancanelli (nata a Firenze, vive a Roma da più di vent’anni).
Vittorio Sermonti (nato a Roma, vive a Roma).

Se volete piazzarvi allo Strega, cercate di nascere a Roma, o almeno di abitarci. Non è sufficiente, ma a quanto pare è necessario. Per chi possono votare, gli Amici della domenica, se non per gli amici? Per qualcuno che hanno incontrato cento volte in quella o quell’altra occasione? Peccato che ci sia tutta un’altra Italia, là fuori.

Non ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma mi permetto di denotare almeno un paio d’altre considerazioni, che reputo alquanto significative e una volta di più emblematiche dello stato dell’editoria nel nostro paese.
Prima considerazione: non c’è niente da fare, proprio niente di niente. Siamo il paese dei campanili e lo saremo sempre, anche in quegli ambiti verso i quali il classico atteggiamento campanilista italico è quanto di più discordante ci sia – a meno di pensare che la cultura non sia cosa universale e collettiva ma qualcosa dotato di valore circoscritto, che sia riconosciuto qui e non là o viceversa. E che si tratti di Roma, Milano, Torino o Moncenisio, la questione non cambia, inutile rimarcarlo.
Seconda (e ribadita) considerazione: continuo a non capire a cosa serva il Premio Strega, così come è concepito e messo in atto, per lo stesso motivo in base al quale non capirei il senso, per fare un esempio tra tanti, di un ipotetico campionato automobilistico nel quale gareggino 4 o 5 fuoriserie di proprietà di ricche e facoltose scuderie e un tot di utilitarie messe in gara da fervidi tanto quanto squattrinati appassionati. Insomma: nulla toglie che quelle fuoriserie siano (possano essere) delle gran belle macchine, ma che gareggino in tal modo è roba parecchio ridicola.
Che avesse ragione Umberto Eco quando, già parecchi anni fa, dichiarava che “il premio rischia di morire per mancanza di competizione”?
O forse aveva torto a sostenere ciò, perché lo Strega è sostanzialmente – ovvero nei suoi valori originari – già morto?
E se fosse morto il suo premio più importante e rinomato, come potrebbe stare il panorama editoriale nostrano?
Tutto ciò senza nulla togliere alla qualità letteraria dei romanzi finalisti del premio, sia chiaro. Anche perché, se tanto ci dà tanto, la qualità non conta troppo, pare, e non per decisione dei lettori.

(Come dicesse, il vincente Albinati: «No no, ma io non c’entro nulla, eh!»)
(Come dicesse, il vincente Albinati: «No no, ma io non c’entro nulla, eh!»)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Giulio Mozzi, “Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili)”

cop_Mozzi_sono_ultimo_scendereDa tempo seguo con grande interesse vibrisse.wordpress.com, il blog che costituisce la manifestazione primaria sul web di Giulio Mozzi: contenitore di letterature nel senso più ampio e illuminante del termine, curato con sublime sagacia dallo scrittore veneto al punto da suscitare inevitabilmente (io credo e mi auguro) nel follower la curiosità di leggere di più, di Mozzi. Dunque, appena ho notato in libreria Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) (Mondadori, 2009, ripubblicato da Laurana Editrice nel 2013 in formato digitale), l’azione del toglierlo dallo scaffale e procedere all’acquisto è stata pressoché istintiva, e ciò anche per un altro importante impulso: l’aver letto il nome di Mozzi in un piccolo elenco di scrittori italiani di valore stilato da Christian Caliandro, opinionista culturale del magazine Artribune che da sempre io apprezzo parecchio, in un bell’articolo di qualche tempo fa dedicato alla letteratura contemporanea nostrana di valore e al fatto che essa rimanga quasi sempre ben lontana dalle prime posizioni delle classifiche di vendita – tema che avevo anche ripreso qui nel blog con un personale approfondimento. Insomma: ho acquistato il libro e me lo sono portato a casa soddisfatto, per rendermi solo poi conto che, forse, questo non è (non dovrebbe essere) esattamente il primo libro da leggere per conoscere il Giulio Mozzi più narrativamente rappresentativo, visto che Sono l’ultimo a scendere è in verità una raccolta di racconti brevi se non brevissimi apparsa nel suddetto blog tra il 2003 e il 2008, quindi con stesura cronologica: un diario, in pratica, come tanti ce ne possono essere e ce ne sono, soprattutto sul web e tra i blog…

Leggete la recensione completa di Sono l’ultimo a scendere (e altre store credibili) cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!