…E, sempre a proposito di “guerra genetica”…

Nel frattempo, mentre un po’ ovunque nel mondo l’individuo medio legge sui media le notizie circa i venti di guerra – apparentemente mondiale – in Siria, se ne fa terrorizzare o s’indigna, le posta sui social network per rivelare i propri timori, rimarcare la follia dei potenti belligeranti e le spaventose brutture della guerra (in Siria, e di qualsiasi altra) ovvero invocando pace e fratellanza tra i popoli, su quegli stessi media, insieme alle suddette notizie (e non casualmente, in molti casi), passano mirabolanti pubblicità di giochi on line come questo:

…Nei quali lo scopo principale è fare guerra, combattere, uccidere, distruggere, annientare. Ecco.
Però si gioca gratis.

“Benvenuti” sul pianeta Terra, eh!

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8 Marzo. O forse no.

È l’8 marzo, è la festa della donna. Pare che tutti festeggino, che tutti celebrino l’altra metà del cielo, si proferiscono tante belle parole, in TV passano servizi encomiastici, si celebrano obiettivi raggiunti, si rinnovano promesse, si rivendicano nuovi o ulteriori diritti.

E poi leggi (sull’edizione locale di Repubblica) che dopo quasi 40 anni di attività chiude la Libreria delle donne di Firenze. La “Cooperativa delle Donne”, che gestiva la libreria aperta proprio il giorno 8 marzo del 1980, è stata messa in liquidazione volontaria. Tra i motivi alla base della chiusura la crisi del mercato dei libri. Ma non solo. “Purtroppo l’aumento dei costi di gestione non consente più di mantenere aperta la libreria, nonostante l’impegno, la passione e l’amore per i libri delle socie e le numerose iniziative culturali che continuano a svolgersi, e nonostante il costante sostegno di molte e di molti“, ha spiegato Emilia Mazzei, ex presidente della cooperativa e attuale liquidatrice della stessa. La libreria è stata inaugurata l’8 marzo di 38 anni fa da 40 giovani donne, che volevano aprire uno spazio di cultura e di incontro in città in grado di diventare un punto di riferimento per tutte. Tra gli scaffali solo libri scritti da donne: biografie e autobiografie, romanzi e tanta poesia. Molti volumi storici e difficili da trovare, che si accompagnano all’archivio del femminismo con le riviste sulle lotte e sulle battaglie per i diritti.

Sia chiaro: questa chiusura (ennesima, peraltro, di una libreria indipendente, ergo ancor più drammatica nella sostanza) non c’entra nulla con l’aspetto sociopolitico della giornata odierna. Tuttavia, che una libreria che si chiama delle donne chiuda, e che chiuda proprio in prossimità della festa della donna, diviene inevitabilmente un evento emblematico riguardo il valore politico della giornata e, in generale, del valore riconosciuto alla donna nella nostra società. Perché palesa – metaforicamente ma non troppo, appunto – che ancora le donne devono fare tanta strada, superare numerosi ostacoli, combattere e vincere molte battaglie nei confronti d’un mondo cronicamente maschilista e fallocentrico, primitivo e culturalmente arretrato, ancora sovente incapace di non considerare la donna come un essere inferiore o quanto meno brava sì, capace, efficiente, risoluta, audace, intelligente, creativa… ma mai come un uomo. E probabilmente se, come detto, la nostra società nell’anno di grazia (?) 2018 è ancora così culturalmente arretrata, è proprio anche per questo.

1914-2014, centenario della Grande Guerra: a cosa serve commemorarlo?

Come certamente saprete, in questo 2014 si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, un evento che ha cambiato in modo fondamentale le fattezze geopolitiche del Vecchio Continente – anche più del secondo conflitto mondiale – e che in Italia ha contributo, nel “bene” (se mai se ne può trovare, in una guerra!) e nel male, a formare un considerabile concetto di nazione forse per la prima volta dalla proclamazione dello stato unitario, con tutte le conseguenze sociali e sociologiche che ne derivarono.
Inutile dire che, stante i fronti di scontro generatisi durante il conflitto, l’Italia fu uno degli stati più coinvolti, soprattutto nelle regioni settentrionali confinanti con l’Impero Austroungarico, dunque è doveroso augurarsi che il nostro paese commemori l’anniversario nel modo più degno e compiuto possibile, così come già hanno cominciato a fare, istituzionalmente, altri stati europei. Ancor più tale augurio è doveroso se constatiamo quanto purtroppo poco attiva, dalle nostre parti, sia la memoria riguardo la storia nazionale: ne conserviamo poca per fatti recenti, figuriamoci per eventi vecchi di 100 anni, periodo che nel corso della storia rappresenta un nulla ma che alla considerazione pubblica contemporanea appare come qualcosa di arcaico e lontanissimo. Ciò genera anche un potenziale disinteresse verso tali anniversari, circa i quali molti si chiedono il senso del commemorarli, del dover a tutti i costi onorarne la storia quand’essa sia inequivocabilmente passata e ormai apparentemente priva di effetto, per noi cittadini del ventunesimo secolo. Insomma: perché commemorare fatti di cent’anni fa? A cosa serve?
Tali domande, che non di rado colgo in giro e che rappresentano il fulcro della questione che vi sto sottoponendo, in verità palesano esse per prime quella condizione di disinteresse nei confronti della nostra storia che indubbiamente è tra gli elementi provocanti il degrado – per usare un termine molto in uso su tali temi – della società in cui viviamo e dei suoi valori – altro termine strausato e super abusato. Indotti dai modus vivendi in voga oggi a vivere costantemente alla giornata, ignorando il passato e trascurando il futuro, e a considerare la storia al pari di una zavorra che ci appesantisca l’esistenza quotidiana come un professore barboso e cattedratico appesantisce una lezione a scuola, non ci rendiamo conto di una cosa banalissima tanto quanto fondamentale: noi tutti veniamo dal passato, con esso abbiamo costruito il presente e dovremmo programmare il futuro, possibilmente meglio rispetto a certi errori nel passato commessi e che proprio la storia ci riporta alla memoria. In altre parole, si potrebbe dire che la consapevolezza storica del nostro passato è il primo elemento di costruzione della nostra identità; ergo, la trascuratezza ovvero l’ignoranza di esso è altrettanti primo elemento di indebolimento e di sfaldamento dell’identità stessa.
Come ha detto di recente Giorgio Agamben, senza dubbio uno dei filosofi contemporanei più attenti all’analisi delle dinamiche sociali in chiave storica del nostro paese, “Gli europei incontrano sempre la verità nel dialogo con il proprio passato. Per noi il passato non significa solo un’eredità o una tradizione culturale, ma una condizione antropologica di fondo. Se ignorassimo la nostra storia potremmo solo penetrare nel nostro passato in maniera archeologica. Il passato diventerebbe per noi una forma di vita distinta. In questo consiste l’Europa. E in questo risiede la sua sopravvivenza.” (La crisi perpetua come strumento di potere. Conversazione con Giorgio Agamben, “Il lavoro culturale”, 2 ottobre 2013). Ovvero, ricordare un anniversario come quello relativo ai 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, non è soltanto un rendere onore alla storia in sé e a chi ne fu protagonista, ma significa in qualche modo ricordare cosa noi siamo e perché lo siamo. Significa rimarcare in modo giammai superficiale e demagogico bensì storicamente determinato e paradigmatico la nostra identità, e in senso antropologico in primis, non certo con altre accezioni più banali e retoriche (che in tali casi finiscono troppo spesso per sfociare in uno sciovinismo vacuo e abbastanza ridicolo).
Per questo mi viene di rispondere a quelle domande poste poco sopra in tal modo: è doveroso commemorare eventi storici come il centenario della Grande Guerra perché attraverso di essi ricordiamo chi siamo. La forma di tale commemorazione sarà poi scelta e volontà individuale, e io credo che già un ottimo modo di commemorare sia dato dalla conoscenza e dalla consapevolezza di quella storia. Non sono certo i monumenti e i mausolei a dover ricordare, semmai essi sono suggestivo e necessario stimolo per non dimenticarci di ricordare, ecco.
Dunque, lo ribadisco di nuovo, mi auguro che l’Italia non si dimentichi di ricordare come si deve questo anniversario: come si è visto, è un dovere non tanto verso il proprio passato ma ben più per il presente e il futuro della sua società, e di tutti noi.

P.S.: nell’immagine in testa al post, una carta geografica a soggetto politico dell’Europa con note di Walter Emanuel, disegnata e stampata da Johnson, Riddle & Co. a Londra e pubblicata nel 1914 ca da G. W. Bacon. Descrive e raffigura le tensioni politiche in Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale definendo gli stati attraverso rappresentazioni canine. Per ulteriori info cliccate qui.

P.S.2: da par mio, sto dedicando alcune puntate del mio programma radiofonico Radio Thule al tema della Grande Guerra e del centenario. Come al solito, trovate il podcast di esse nella pagina dedicata al programma.