Seguendo “La via dell’Orso”, sabato 17 ottobre con Andrea Cassini al Rifugio SEV Pianezzo

[Foto di Daniel Diesenreither su Unsplash.]

C’è qualcosa di nobile in questa grossa bestia, qualcosa che fa pensare ad un barlume di sentimento umano, sparare ad un orso è come sparare ad un fratello.

Così scrisse Ernest Hemingway di quello che, con ben rare eccezioni, è tra gli animali più ammirati, amati, temuti, odiati, simbolizzati, mitizzati, divinizzati dall’uomo: l’orso. Ciò accade ancora oggi, basti pensare ai tanti dibattiti – spesso terribilmente superficiali e ovviamente strumentalizzati, purtroppo – relativi al ritorno dell’orso sulle Alpi. Ma il legame che, nel bene e nel male, lega l’uomo all’orso nasce nella notte dei tempi ed è per tanti versi affascinante, emozionante, emblematico, a volte terribile e inquietante: lo racconta Andrea Cassini in un bellissimo e originale libro, “Sulla via dell’Orso” (Edizioni Nottetempo, 2026), sul quale avrò il privilegio di discuterne con l’autore, e di porgergli le innumerevoli domande che la lettura mi ha fatto sorgere, sabato prossimo 17 ottobre, alle ore 17.00, presso il Rifugio SEV di Pianezzo ai piedi dei Corni di Canzo, montagne iconiche del Triangolo Lariano, per il sesto appuntamento della rassegna “Raccontami la Montagna”.

E il libro di Cassini è assolutamente consono a una rassegna con questo titolo: perché la storia dell’orso è quella delle montagne del mondo sulle quali vive da milioni di anni – un «anacronismo indomabile e invincibile uscito da un tempo antico» scrisse William Faulkner al riguardo – e di buona parte delle culture umane che tra i monti si sono sviluppate. Indagare e riflettere sul legame che ancora oggi ci lega all’orso, dunque, significa interrogarci su noi stessi, sulla nostra civiltà e sul nostro rapporto con il mondo animale. Del quale facciamo parte, dimenticandocene troppo spesso.

Un libro bellissimo – anche per il puro piacere che offre la sua lettura – in un posto di montagna bellissimo: un’occasione da non perdere, insomma, e alla quale mi auguro vorrete e potrete partecipare.

Trovate tutte le informazioni sull’incontro e su come raggiungere il Rifugio SEV sulla locandina.

Un breviario di coesistenza consapevole per vivere il mondo in armonia: “Relazioni naturali” di Anna Sustersic

[Acquerello di Nicola Magrin, immagine tratta dalla sua pagina Facebook.]

Il beneficio del bosco, della montagna e della natura risiede nella vasta gamma di reazioni a cui ci addestrano, nei molti modi diversi in cui, attraverso i loro stimoli, ci permettono di diventare uomini. Questa grave amnesia, dicono i ricercatori, ci ammala progressivamente e ci rende sempre più dipendenti da tutto ciò che di fatto ci allontana dal mondo e dalle sue leggi di realtà, mantenendoci bambini bisognosi. [Pag.37]

«Coesistenza»: dal latino tardo coëxsistĕre, cioè “esistere insieme con altri” in una relazione reciproca contestuale allo spazio vissuto congiuntamente. È questa, con tutta probabilità, la condizione ideale con la quale vivere il mondo tutti insieme – e intendo tutti noi esseri viventi, di qualsiasi specie facciamo parte.

Più della convivenza o della coabitazione, la coesistenza è ciò che alimenta e genera la relazione necessaria che dà la vita al mondo e grazie alla quale ogni essere esiste in presenza di e per l’interazione con tutti gli altri. Il che per giunta rappresenta un’ottima descrizione di “Natura” e fa di quelle citate “relazioni naturali” che la rendono pienamente e compiutamente vitale.

Lo racconta molto bene Anna Sustersic in un libro bellissimo che si intitola proprio così, “Relazioni naturali. Piccolo breviario di coesistenza” (CAI Edizioni, 2025, pag.112), la cui lettura, oltre che affascinare, invita alla riflessione sul nostro stare al mondo e sulla relazione che vi intratteniamo, che negli ultimi due secoli noi Sapiens abbiamo così sbilanciato e distorto con conseguenze gravi non solo per l’ambiente naturale ma pure per la cultura umanistica – e umana in senso assoluto, cioè di noi animali per molti versi più “sviluppati” di altri ma non per questo più equilibrati e assennati, appunto.

Ma, come detto, una delle modalità atte a costruire il miglior futuro possibile per il mondo in cui viviamo sta nel recupero della comprensione del valore imprescindibile della coesistenza, dell’essere/stare al mondo tutti insieme e nessuno da solo proprio perché ognuno parte integrante e ineludibile dell’ambiente naturale. Noi siamo Natura al pari di ogni altra creatura vivente, anche di quelle con le quali nel tempo abbiamo sviluppato una contrapposizione poco o tanto marcata: che se da una parte è inevitabile e pure necessaria (quando su di essa si basa la sicurezza ecosistemica reciproca) dall’altra abbisogna di consapevolezza profonda, compiutamente articolata, pienamente culturale cioè parte del bagaglio di nozioni e saperi che ci aiutano – e aiutano ogni essere vivente, nel proprio ambito – a stare al mondo.

È la consapevolezza che noi Sapiens, proprio in quanto tali, dovremmo manifestare di default: be’, Sustersic ci aiuta a salvaguardare ovvero rigenerare questa nostra fondamentale dote con un “breviario” coinvolgente, quasi panteista, che contiene moltissime riflessioni importanti, spesso illuminanti, da leggere e meditare come merita e magari proprio camminando tra boschi, prati, monti, in quello stato di benessere che la Natura come nessun altra cosa ci sa donare e ciò grazie alla relazione che nei suoi ambienti, nei suoi spazi di coesistenza assoluta, intessiamo ogni altro elemento – vivente e non – che li compone. Relazioni assolutamente naturali, appunto, per una coesistenza finalmente (ri)equilibrata e compiuta che ci rende naturalmente umani.

L’ho già scritto e lo ribadisco di nuovo: “Relazioni naturali” è un gran bel libro da leggere e poi praticare in ambiente, ogni qualvolta torneremo – sapremo tornare – a essere Natura, ciò che siamo da sempre e saremo per sempre.

Una cosa alla quale noi animali-umani dovremmo assolutamente ambire

Credo che una delle cose fondamentali che noi esseri umani – noi cosiddetti Sapiens – dobbiamo perseguire per poterci dire realmente tali e giustificare quell’attributo auto-assegnatoci, è il più alto livello possibile di empatia nei confronti delle altre creature viventi, in primis degli animali – tutti gli animali, non soltanto quelli più vicini a noi e graditi.

D’altro canto la parola “empatia” viene dal greco en-páthos, «sentire dentro», principalmente in riferimento alle emozioni altrui, ma che si potrebbe riferire anche al fatto che siamo animali pure noi umani, sebbene ce lo dimentichiamo spesso (strano per la creatura più “evoluta” sul pianeta!), dunque ciò che si sentiamo dentro ha un’origine simile a quello che ogni altro animale elabora dentro di sé.

Una relazione compiutamente empatica con le altre razze animali che insieme a noi vivono su questo pianeta non è solo una manifestazione di sensibilità e rispetto verso la Natura – della quale siamo pienamente parte, ribadisco – ma è anche un esercizio di considerazione e consapevolezza verso noi stessi: perché poche altre cose (forse nessun’altra?) può darci tanto e insegnarci moltissimo come un rapporto di autentica empatia con gli animali.

[Immagine tratta da www.compassion-contagion.com/fieldnotes/animalspeople.]
Solitamente si disserta su quanto gli animali, in particolar modo quelli domestici ovviamente, sappiano essere empatici con noi umani. Ma viceversa? Quanto sappiamo esserlo noi con loro? In maniera autentica e complessa, s’intende, non in forza dei semplici comandi grazie ai quali interagiamo con essi o dell’affetto che ci lega.

Be’, lo ribadisco: credo sia una delle massime aspirazioni alla quale noi umani dovremmo ambire, una condizione la cui comprensione dell’importanza fondamentale dovrebbe essere di default nella nostra intelligenza. Quelli più edotti al riguardo forse la definirebbero un esercizio di ecosofia; gli altri, tra i quali me, la possono pure indicare come una manifestazione della più nobile, compiuta e olistica umanità.

Bisogna imparare a riconoscere e a rispettare negli altri animali i sentimenti che vibrano in noi stessi.

[John Oswald, The Cry of Nature; or, An Appeal to Mercy and to Justice, on Behalf of the Persecuted Animals, 1791.]

Uccidere gli orsi

Posto che sulla questione della convivenza tra uomini e orsi sulle Alpi già dissi la mia più di un anno fa su “Il Dolomiti” (e sul blog varie volte, vedi qui), a me pare che la scarsa, inadeguata o assente gestione della popolazione di orsi in Trentino non sia affatto casuale ma strategica e meramente funzionale al poter giustificare il loro abbattimento per decisione politica. Fine.

[Otto Sommer, The Bear Fight, olio su tela, 1864.]
P.S.: quanto sopra ha una sola conseguenza, cioè che la situazione non potrà che peggiorare. Altre interazioni uomini-orsi, altri incidenti, altri orsi ammazzati. Inevitabile.