Un breviario di coesistenza consapevole per vivere il mondo in armonia: “Relazioni naturali” di Anna Sustersic

[Acquerello di Nicola Magrin, immagine tratta dalla sua pagina Facebook.]

Il beneficio del bosco, della montagna e della natura risiede nella vasta gamma di reazioni a cui ci addestrano, nei molti modi diversi in cui, attraverso i loro stimoli, ci permettono di diventare uomini. Questa grave amnesia, dicono i ricercatori, ci ammala progressivamente e ci rende sempre più dipendenti da tutto ciò che di fatto ci allontana dal mondo e dalle sue leggi di realtà, mantenendoci bambini bisognosi. [Pag.37]

«Coesistenza»: dal latino tardo coëxsistĕre, cioè “esistere insieme con altri” in una relazione reciproca contestuale allo spazio vissuto congiuntamente. È questa, con tutta probabilità, la condizione ideale con la quale vivere il mondo tutti insieme – e intendo tutti noi esseri viventi, di qualsiasi specie facciamo parte.

Più della convivenza o della coabitazione, la coesistenza è ciò che alimenta e genera la relazione necessaria che dà la vita al mondo e grazie alla quale ogni essere esiste in presenza di e per l’interazione con tutti gli altri. Il che per giunta rappresenta un’ottima descrizione di “Natura” e fa di quelle citate “relazioni naturali” che la rendono pienamente e compiutamente vitale.

Lo racconta molto bene Anna Sustersic in un libro bellissimo che si intitola proprio così, “Relazioni naturali. Piccolo breviario di coesistenza” (CAI Edizioni, 2025, pag.112), la cui lettura, oltre che affascinare, invita alla riflessione sul nostro stare al mondo e sulla relazione che vi intratteniamo, che negli ultimi due secoli noi Sapiens abbiamo così sbilanciato e distorto con conseguenze gravi non solo per l’ambiente naturale ma pure per la cultura umanistica – e umana in senso assoluto, cioè di noi animali per molti versi più “sviluppati” di altri ma non per questo più equilibrati e assennati, appunto.

Ma, come detto, una delle modalità atte a costruire il miglior futuro possibile per il mondo in cui viviamo sta nel recupero della comprensione del valore imprescindibile della coesistenza, dell’essere/stare al mondo tutti insieme e nessuno da solo proprio perché ognuno parte integrante e ineludibile dell’ambiente naturale. Noi siamo Natura al pari di ogni altra creatura vivente, anche di quelle con le quali nel tempo abbiamo sviluppato una contrapposizione poco o tanto marcata: che se da una parte è inevitabile e pure necessaria (quando su di essa si basa la sicurezza ecosistemica reciproca) dall’altra abbisogna di consapevolezza profonda, compiutamente articolata, pienamente culturale cioè parte del bagaglio di nozioni e saperi che ci aiutano – e aiutano ogni essere vivente, nel proprio ambito – a stare al mondo.

È la consapevolezza che noi Sapiens, proprio in quanto tali, dovremmo manifestare di default: be’, Sustersic ci aiuta a salvaguardare ovvero rigenerare questa nostra fondamentale dote con un “breviario” coinvolgente, quasi panteista, che contiene moltissime riflessioni importanti, spesso illuminanti, da leggere e meditare come merita e magari proprio camminando tra boschi, prati, monti, in quello stato di benessere che la Natura come nessun altra cosa ci sa donare e ciò grazie alla relazione che nei suoi ambienti, nei suoi spazi di coesistenza assoluta, intessiamo ogni altro elemento – vivente e non – che li compone. Relazioni assolutamente naturali, appunto, per una coesistenza finalmente (ri)equilibrata e compiuta che ci rende naturalmente umani.

L’ho già scritto e lo ribadisco di nuovo: “Relazioni naturali” è un gran bel libro da leggere e poi praticare in ambiente, ogni qualvolta torneremo – sapremo tornare – a essere Natura, ciò che siamo da sempre e saremo per sempre.

Scala una montagna, purifica il tuo spirito

Rimani vicino al cuore della Natura… e ogni tanto staccati e scala una montagna o trascorri una settimana nei boschi. Purifica il tuo spirito.

[John Muir, dichiarazione citata da Samuel Hall Young in Alaska Days with John Muir, 1915.]

Purificare lo spirito, ritemprare l’anima, rigenerare la mente. Questo può fare la montagna e la Natura in generale ed è una cura sistematicamente necessaria: chi non crede di averne bisogno è il malato, in realtà.

Il paesaggio è una tela euclidea tesa sull’orizzonte

[Foto di StockSnap da Pixabay.]

Un paesaggio – ogni vagabondo che gli sta seduto davanti con l’anima vuota lo sa – è una tela euclidea tesa sull’orizzonte, sulla quale sono compressi e ridotti su un unico piano i milioni di eventi concorsi alla trasformazione del quadro, un accumulo di strati di Storia ridotti a un unico istante, una storia che avrebbe fatto a meno del dispiegarsi del tempo. Come un disco è una superficie piana che contiene in potenza una sinfonia, il paesaggio è un quadro che contiene in potenza la compressione immaginaria di secoli di sconvolgimenti. La geografia è la chiave che permette di srotolare il filo del tempo reale.

[Sylvain Tesson, Piccolo trattato sull’immensità del mondo, Piano B Edizioni, 2024, traduzione di Anna Faro, pagg.73-74. Trovate la mia “recensione” al libro qui.]

Aggiungo solo una cosa – fondamentale, per me – ai pensieri di Tesson: il paesaggio così ben definito, che è esteriore, nel viaggiatore consapevole che vi vagabonda diventa il paesaggio interiore. È ciò che genera e alimenta la relazione tra il viaggiatore e il luogo attraversato e fa del primo un elemento “significativo” del paesaggio, per quei momenti (pochi o tanti che siano) nei quali vi sta. Cioè, ciò che può far dire di essere veramente stati in un luogo.

Ma vi immaginate quanto prodigiosa è questa cosa? Tutto quello che scrive Tesson del paesaggio, che si riflette dentro chi lo attraversa?

Un prodigio, appunto. Che il viaggiatore autentico conosce bene.

Sylvain Tesson, “Piccolo trattato sull’immensità del mondo”

Ogni viaggiatore che si rispetti, cioè che si possa definire autenticamente tale, sa benissimo che l’infinito comincia appena oltre la punta dei propri piedi, e dunque che ogni passo compiuto rappresenta già l’esplorazione dell’immensità, che rappresenta la dimensione dell’infinito. Per questo motivo, ciascun singolo passo compiuto è già in potenza un viaggio verso l’infinito: non conta tanto la distanza percorsa e la lontananza dal punto di partenza quanto la predisposizione all’immensità, che in fondo è ciò che sostenne anche Fernando Pessoa con quel suo celeberrimo «I viaggi sono i viaggiatori», solo detto in altre parole. Una predisposizione che, appunto, ogni viaggiatore autentico coltiva incessantemente nel proprio animo.

Tuttavia l’immensità, se appare difficilmente definibile in senso materiale (non sappiamo e sapremo mai dire ovvero stabilire quanto sia vasto l’infinito), non può restare indefinita nella mente del viaggiatore che la esplora: come detto, è una dimensione in tutto e per tutto tuttavia immateriale, più filosofica che geografica ma comunque referenziale, che il viaggiatore stesso definisce in base al senso del proprio viaggiare, al valore ineludibile per la propria esistenza che egli vi conferisce e alla relazione spirituale che elabora con il viaggio (si veda Pessoa, ribadisco) e con ciò che ne ricava. Il viaggio in effetti è una pratica per imparare a conoscere il mondo e, come sostiene quel noto detto, di imparare non si finisce mai: un apprendimento a sua volta infinito, dunque, un cerchio che si chiude riaprendosi ogni volta come ogni fine di un viaggio che rappresenta l’inizio del successivo.

Un viaggiatore che più di tanti altri ha interpretato a modo suo la citata affermazione di Pessoa, facendo del viaggio una pratica di apprendimento del mondo e al contempo di definizione di se stesso rispetto al mondo “ viaggiato” è Sylvain Tesson, scrittore francese autore di alcuni dei maggiori best seller nella produzione editoriale di viaggio degli ultimi anni come La Pantera delle Nevi, Nelle Foreste Siberiane e Sentieri Neri. A proposito di dimensioni filosofiche del viaggiare, in  Piccolo trattato sull’immensità del mondo (Piano B Edizioni, 2024, traduzione di Anna Faro; originale Petit traité sur l’immensité du monde, 2005; 1a edizione italiana Guanda, 2006) racconta e delinea la propria filosofia personale alla base dei viaggi compiuti o, per meglio dire – anzi, meglio direbbe Tesson – dei vagabondaggi effettuati in varie parti del mondo, con una predilezione per quelli a cavallo tra la Russia europea e l’Asia centrale (intervallati da varie ascese alpinistiche nelle Alpi, una sorta di verticalizzazione del vagabondare sulla base degli stessi principi di quello “orizzontale”).

In tal senso la figura che Tesson prendere come riferimento è quella del Wanderer, termine tedesco e ideale di origine ottocentesca che indica non tanto il vagabondo in senso generale quanto il viandante intriso degli ideali romantici che va per il mondo avendo come unico obiettivo la ricerca della bellezza, ovunque essa si nasconda […]

[Immagine tratta da www.segnalibro.net.]
(Potete leggere la recensione completa di Piccolo trattato sull’immensità del mondo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Le montagne sono una «fonte di vita» per tutti. O quasi.

[Foto di Melina Kiefer su Unsplash.]

Migliaia di persone stanche, esaurite, iper-civilizzate, stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è tornare a casa; che la natura selvaggia è una necessità; e che i parchi e le riserve montane non sono utili solo in quanto fonti di legname e di acqua per irrigare – ma come fonti di vita.

[John Muir, The Wild Parks and Forest Reservation of the West, in “The Atlantic”, gennaio 1889. Citato da Andare in montagna è tornare a casa. Saggi sulla natura selvaggia, Piano B Edizioni, 2020.]

Già quasi un secolo e mezzo fa Muir – una delle figure che secondo me incarna e rappresenta più di ogni altra l’idea stessa di “montagna”, come ho scritto anche qui – aveva perfettamente compreso l’importanza culturale, spirituale e psicogeografica della montagna per l’uomo moderno e, inutile rimarcarlo, ciò vale ancora di più per l’uomo contemporaneo. Ma se riflessioni del genere hanno fatto di Muir uno dei padri storici e in senso assoluto del conservazionismo della tutela degli ambienti montani, da quando proferii le parole citate alle montagne è stato perpetrato di tutto, quasi sempre per ragioni di affarismi, di guadagni, di interessi particolari; sono state degradate, distrutte, svilite, mercificate e ciò è accaduto proprio nel momento in cui si è ignorata, trascurata o negata la loro prerogativa di essere «fonti di vita», come scritto da Muir.

[John Muir nel 1912. Fonte: Library of Congress via commons.wikimedia.org.]
E si continua ancora, da più parti, in quell’opera di mercificazione, che se non regolamentata ovvero fermata, ove necessario, finirà per fare delle montagne non più una fonte di vita ma un ambito di “morte”: dell’ambiente, delle comunità residenti, della loro cultura, dei paesaggi, del futuro. E della nostra imprescindibile e inestimabile possibilità di «andare in montagna per tornare a casa», appunto.