Perdere tempo

[Foto di Rafael Javier da Pixabay. Cliccateci sopra per scoprire una cosa al riguardo.]
Credetemi: c’è veramente in giro troppa gente – quella che possiamo tranquillamente definire “le persone normali” – che troppe volte, giorno dopo giorno, si occupa, impegna e perde tempo in piccole e banali cose e per questo tralascia, ignora, non si capacita e non si impegna affatto nelle cose veramente importanti – tali per se stessa, per la propria quotidianità e, inevitabilmente, per l’intero mondo che ha intorno. Cose che, se perseguite con buon senso, possono determinare un effetto virtuoso e benefico, piccolo o grande che sia, a differenza delle prime che invece non portano mai a niente e da nessuna parte, sterili girotondi attorno al nulla.

Anche per tale motivo, io credo, in quelle persone “normalità” fa rima con mediocrità: e non è solo una questione di identità consonantica e vocalica. Di contro, la somma di tante singole mediocrità non può che produrre un risultato di generale, collettiva meschinità – qui invece proprio per una questione aritmetica, già: “matematica sociologica” potremmo definirla. In forza della quale le “persone normali” inevitabilmente diventano meri numeri di un bieco calcolo. Esattamente come si usa dire in queste circostanze, guarda caso.

 

I meschini

[Immagine tratta dal web.]
Un altro bel problema della nostra società, poi – secondo me, s’intende -, è l’aver consentito che la meschinità (sia “passiva”, quella del mediocre, sia “attiva”, dell’incivile) da vizio e prova di grettezza d’animo sia diventata quasi virtù e comunque metodo di (presunta) “resilienza” e  sopravvivenza, sfuggendo le responsabilità e così cavandosela sempre, pur in modi a dir poco disdicevoli (ma che la società non sa cogliere più come tali, appunto). E, con tutto ciò, facendo che inevitabilmente la meschinità si stia diffondendo a macchia d’olio: come modus operandi, regola di vita, pretesa (distorta) di moralità e onestà, ostentazione di “furbizia”.

Un altro brutto virus di cui soffre la nostra società, insomma.
Disse bene Søren Kierkegaard al riguardo, con parole di quasi due secoli fa che tuttavia suonano perfette per l’epoca odierna:

È innegabile che nel mondo esiste tanta gente meschina che vuole trionfare su tutto quello che si eleva di un solo palmo dalla mediocrità.

(Aut-Aut, traduzione di K. Montanari Gulbrandsen e Remo Cantoni, Mondadori, 2015.)

Un “pregio” dell’emergenza

[Foto di Günther Simmermacher da Pixabay ]
Eppure, se non fosse per le conseguenze alquanto dolorose se non catastrofiche cagionate, le “emergenze” – quelle vere, non quelle strumentali e campare per aria che certa propaganda di vario genere oggi crea – servirebbero, ogni tanto, in un mondo così pieno di storture come il nostro. Fosse più equilibrato no, non servirebbero e probabilmente nemmeno si manifesterebbero ma qui, invece, l’emergenza ha il “pregio” di mettere a nudo e spogliare dai veli di ipocrisia normalmente indossati la nostra società civile, evidenziandone ed esaltandone gli estremi: le sue parti virtuose e nobili lo diventano ancora di più, quelle ignobili e meschine dimostrano ancor meglio di essere tali.

L’attuale emergenza coronavirus mi pare che confermi pienamente il principio sopra esposto. Non c’è bisogno di indicare riferimenti diretti, evitando così di finire nel pantano della mera polemica, e d’altro canto non ci vuole nulla per raccogliere numerosi e palesi riscontri, nella realtà di questi giorni, sia nell’ambito “nobile” che in quello “ignobile”, nella scala nazionale e nelle minime cose locali, nel pubblico così come nel privato. Per entrambi, la cronaca quotidiana sta registrando e registrerà di continuo episodi d’ogni genere: è il caso di fare buona memoria per tutti questi, che verrà assai preziosa quando tutto sarà passato e tornerà la “normalità”, quella in cui fin troppo spesso, nel nostro mondo pieno di storture, tiranneggia la parte più ignobile e meschina per poi nascondersi dietro la smemoratezza diffusa.