Perdere tempo

[Foto di Rafael Javier da Pixabay. Cliccateci sopra per scoprire una cosa al riguardo.]
Credetemi: c’è veramente in giro troppa gente – quella che possiamo tranquillamente definire “le persone normali” – che troppe volte, giorno dopo giorno, si occupa, impegna e perde tempo in piccole e banali cose e per questo tralascia, ignora, non si capacita e non si impegna affatto nelle cose veramente importanti – tali per se stessa, per la propria quotidianità e, inevitabilmente, per l’intero mondo che ha intorno. Cose che, se perseguite con buon senso, possono determinare un effetto virtuoso e benefico, piccolo o grande che sia, a differenza delle prime che invece non portano mai a niente e da nessuna parte, sterili girotondi attorno al nulla.

Anche per tale motivo, io credo, in quelle persone “normalità” fa rima con mediocrità: e non è solo una questione di identità consonantica e vocalica. Di contro, la somma di tante singole mediocrità non può che produrre un risultato di generale, collettiva meschinità – qui invece proprio per una questione aritmetica, già: “matematica sociologica” potremmo definirla. In forza della quale le “persone normali” inevitabilmente diventano meri numeri di un bieco calcolo. Esattamente come si usa dire in queste circostanze, guarda caso.

 

Stiamo lavorando per chi?

Se c’è un’espressione invero assai usata che in molte circostanze mi fa non poco innervosire è «Stiamo lavorando per voi», ancor più se nella forma singolare in uso sul web «…per te».

Che a ben vedere non ha nulla di gentile e cordiale, pare quasi che quelli che te la formulano ti stiano facendo un favore del tutto gratuito, che non siano nemmeno stipendiati per farlo, che per colpa tua gli tocca lavorare altrimenti sarebbero andati volentieri a sciare o al mare, che sei tu che hai rotto loro le scatole e sei pure insistente – non che tu lo sia sul serio, anzi, ma loro sembra che te lo vogliano rimarcare preventivamente.
Ma «stiamo» chi, poi e quanti? Due, dieci, trecentocinquanta lavoranti? E servono tutti? Perché, be’, «Sto lavorando per voi» parrebbe un’attestazione di schiavismo e «Sto lavorando per te», singolare per singolare, avrebbe un che di sfida personale, di «Siamo io e te, qui… Fatti sotto, stro**o!»

Fatto sta che ogni qualvolta io me la ritrovi davanti, su un cartello pubblico, su un avviso esposto in un ufficio, come risposta email o altrove, maturo la certezza pressoché automatica che quelli mi stiano bellamente prendendo per i fondelli, percependo a volte un non troppo vago sentore di cialtroneria attiva. Ben sapendo, loro, che ben poco si possa fare per constatare se veramente quelli stiano lavorando, già, e che, probabilmente, sarebbe più sincera un’espressione del tipo «Appena abbiamo tempo / voglia / torniamo dalla spiaggia / lavoreremo per te (se non abbiamo di meglio da fare)». Ecco.

[L’immagine in testa al post è tratta da qui.]

Reddito di cittadinanza? Ok, ma a una condizione…

Silvestro Bossi, “Lazzari giocano a carte”, 1824.

Io non sono mica poi così contrario al cosiddetto “reddito di cittadinanza”, eh!
Sì, può essere assolutamente utile e giusto. A una condizione, però: che sia riservato non tanto a quelli che non lavorano, semmai a quelli che “lavorano” passando la giornata lavorativa a scaldare la sedia, a dimostrare costante imperizia e indolenza, a combinare danni che tanto saranno altri a dover sistemare, a tirar sera portandosi a casa, a fine mese, un emolumento del tutto immeritato. E sono tanti, tantissimi, ne ho riscontro quotidiano e crescente.
Se volessi essere scurrile, potrei riassumere quanto sopra in “a tutti quelli che lavorano col culo” ma non voglio affatto esserlo, dunque fate conto che non abbia scritto nulla. Ma che lo abbia pensato sì, assolutamente.

Ecco: sia riservato a questi, cotal “reddito di cittadinanza”, sì che possano lasciare il posto a tanti altri che – non ci vuole granché! – possano e sappiano lavorare molto meglio di essi e che magari ora risultano disoccupati per colpa della natura utopico-fantastica, al solito qui, della meritocrazia. Un concetto che è come il mostro di Loch Ness: in tanti da tempo ne dicono e dibattono ma nessuno mai l’ha veramente visto.