Se oggi le ideologie uccidono le idee

Osservando e ascoltando il mondo d’intorno, con le sue cose buone e le altrettante storture, mi sembra sempre più evidente il fatto che, se in passato dalle idee sono nate le ideologie, oggi dalle “ideologie” viene sempre più spesso la morte delle idee.

In fondo non conta che ciò accada perché le ideologie (classiche) siano morte ovvero perché si siano trasfigurate in qualcosa che non rappresenti più la “visione del mondo” di un determinato gruppo sociale più o meno ampio, dotata d’una certa propria logica (scientifica o no), ma una mera manifestazione propagandistica e mistificatoria nella quale la costruzione del pensiero, condivisa e condivisibile, è stata messa da parte per far posto all’affermazione di intenti esclusivi sostanzialmente privi di logica sociale – qualcosa che per generarsi e affermarsi, insomma, non abbisogna di idee ma dell’esatto opposto, della mancanza di esse.

Non conta ciò, appunto, perché se le ideologie muoiono, ed è naturale che avvenga (oltre che sovente giusto), di contro le idee non possono morire, almeno finché vi sia qualche mente ancora in grado di formulare pensieri nel modo più libero possibile, il che significa ricercare e formulare sapienza e conoscenza. Dunque, sarebbe bene tornare all’origine, alle idee senza ideologie. Che magari rinasceranno, inedite, singolari, innovative, più o meno rivoluzionarie ma solo, finalmente di nuovo, con le idee alla base e non altre cose molto più infide e bieche.

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Il fiammifero apologetico, e la casa senza estintori (culturali)

Ora che sulla questione “Legge Fiano – apologia di fascismo” la solita caciara all’italiana è passata, come sempre senza che ne sia uscito qualcosa di costruttivo (a parte che in rarissimi casi), non sarò certo io a elucubrarci sopra con approfondimenti che probabilmente risulterebbero fin troppo elaborati – e non certo per merito mio, semmai per la sostanza effettiva della questione.

A rifletterci anche solo un poco, tuttavia, un’osservazione mi sorge pressoché spontanea: al di là dell’inevitabile constatazione di quanto possa essere vago ed elastico il confine tra la libertà di espressione e l’apologia perseguibile giuridicamente (di qualsiasi cosa essa sia), credo che i più tangibili limiti della questione, interni ed esterni, nonché il valore effettivo di essa, non siano posti tanto dalla stessa quanto dal panorama socioculturale d’intorno, dal suo stato di fatto intellettuale, dalla sua “sanità” politica e istituzionale, dalle sue più o meno presenti doti di vivacità filosofica. Insomma, in parole povere: tanto più una società civile è messa in un certo modo, quanto più essa definisce l’apologia determinandone il peso e la gravità. In una comunità sociale povera di strumenti politico-culturali, dunque poco o nulla in grado di “autoregolamentare” eventuali devianze di genere apologetico o comunque antidemocratico, le stesse appaiono come un fenomeno di base più grave che altrove e di potenziale maggior pericolo; di contro, una società culturalmente avanzata e dotata alle fondamenta di solidi e riconosciuti principi democratici rende i fenomeni di apologia certamente preoccupanti ma più contenibili, e direttamente da parte della stessa comunità sociale. Ciò, ribadisco, non ne elimina la pericolosità: ma è come accendere un fuoco in una casa di legno con un buon impianto antincendio piuttosto che in una con solo qualche vecchio estintore e, tutt’al più, qualche secchio d’acqua.

Per quanto mi riguarda, riportando tali osservazioni sul caso italiano, credo che ne acuiscano la gravità, nonostante la sua realtà oggettiva sfiori spesso e volentieri il ridicolo, in un senso e nell’altro. Credo inoltre che, se pur delle buone leggi possano essere necessarie, in senso generale (ma non assoluto), il vero e migliore sistema di governo d’una società debba sempre scaturire dalla società stessa, la quale di contro debba anche continuamente sviluppare i propri strumenti culturali che quel sistema possano migliorare costantemente. In una condizione del genere, l’apologia potrebbe pure manifestarsi ma fin da subito verrebbe pressoché svuotata d’ogni valore, diventando sostanzialmente un fenomeno sovversivo comune e privo di autentica forza propria – quale d’altro canto è, di fondo: una dimostrazione di debolezza intellettuale e culturale, soprattutto. La quale, tuttavia, pur fiammifero che possa essere, può certamente arrivare a dare fuoco a una casa, se in essa non ci si sia adeguatamente preparati al pericolo d’incendio, convinti magari che il legno non possa bruciare.

P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post, potete leggere il testo della legge italiana contro “l’apologia di fascismo” attualmente in vigore (cosiddetta Legge Scelba).

La parola è un sassolino usurato (Marcel Duchamp dixit)

Il linguaggio è un errore dell’umanità. Tra due esseri che si amano la parola non esprime quanto di più profondo essi provano. La parola è un sassolino usurato che si applica a trentasei sfumature di affettività… Il linguaggio è comodo per semplificare, ma è un mezzo di locomozione che detesto. Ecco perché amo dipingere: un’affettività indirizzata a un’altra. Lo scambio avviene tramite gli occhi.

(Marcel Duchamp, intervista rilasciata a Otto Hahn in L’Express, luglio 1964. Citata in Renato Ranaldi (a cura di), Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno, Edizioni Clichy, Firenze 2014, pag.139.)

duchamp_around_tableMi permetto di “dissentire” (per così dire, eh!) da quanto affermato dal genio francese – forse più per partito preso e interessato che per altro – ma d’altro canto è vero che, molte volte, il linguaggio diventa qualcosa di estremamente superficiale, nell’interscambio tra due persone: qualcosa che non riesce a esprimere nulla di quanto invece sappiano esprimere azioni all’apparenza ben più semplici e banali – uno sguardo, la piega della bocca, un gesto della mano… Tuttavia non è certo colpa del linguaggio, io credo: è semmai colpa nostra che non ci rendiamo conto della fortuna di goderne, sprecandola nel pronunciare infinite parole vuote e inutili, ecco.

Essere o non essere – satirici: è questo il problema?

je-ne-suis-pas-charlieSappiate fin da subito che, sulla questione della ormai celeberrima vignetta di Charlie Hebdo sul sisma in centro Italia, state per leggere una personale considerazione che probabilmente qualcuno troverà sgradevole, se non peggio, ma che alla fine sostanzialmente esula dal genere di discussioni spese sul tema in questi giorni, per la gran parte di fortissima e indignata critica su quella vignetta – e meno male che ormai la buriana disquisitoria è passata, così che forse si possa ora ragionare con maggior lucidità.
Sì, perché è giustissimo e assolutamente condivisibile che una vignetta del genere possa essere criticata: ciò perché è assolutamente giusto e condivisibile che vi sia una libertà di satira che permetta ad essa di essere pubblicata, con il relativo corollario di responsabilità e, nel caso, conseguenze a carico di chi ne è l’autore. Per chi non ha capito: non sto affatto difendendo la vignetta di Charlie Hebdo e non sto per nulla dissentendo con chi la sta criticando. No, sto affermando altro.
Tralasciando appunto il genere di discussioni che è scaturito sulla vignetta – che alla fine si è palesato come una sorta di vendetta/resa dei conti tra italiani e francesi, cugini mai troppo cordiali da sempre, che ha utilizzato la vignetta e il suo senso come mere buone motivazioni per partire lancia in resta, al di là che quel senso fosse effettivamente disgustoso o meno – io credo che, in buona sostanza, criticare un giornale di satira come è Charlie Hebdo, e come lo sono molti altri pubblicati ovunque, per quanto pubblica, è un po’ come criticare i film pornografici perché in certi casi mostrano scene troppo esplicite e/o estreme. Il problema è che, come non avrebbe senso la pornografia senza tali immagini (che poi sia moralmente inaccettabile o no è, appunto, questione altra, che non c’entra con il principio qui esplicitato), la vera satira non sarebbe tale se non sapesse andare in certi casi oltre le righe: e ciò non perché la satira possa e debba godere di una libertà illimitabile e non criticabile, ma proprio perché è satira, dunque forma di comunicazione che in fondo nega sé stessa fin da subito, palesandosi per sua natura per ciò che è, ovvero qualcosa che non deve essere presa sul serio se non nel principio di fondo, nel messaggio che, nel caso, essa trasmette attraverso le sue divertenti, taglienti, offensive, oltraggiose immagini.
Ribadisco: c’è semmai un eventuale discorso di responsabilità dell’autore di certe immagini che si possano ritenere troppo forti, ma la valutazione del caso non può non tener conto che, se si facesse in modo di limitare l’espressività della satira, il suo senso verrebbe sostanzialmente meno, venendo meno anche la sua inimitabile forza d’impatto, capace di lanciare messaggi con un’efficacia che molte altre forme di comunicazione non saprebbero mai conseguire. O una o l’altra, insomma: e io credo che, pur in presenza di discutibilissimi eccessi, sia ben peggiore un mondo nel quale la satira subisca censure piuttosto che sia lasciata libera di “rivendicare il diritto alla cazzata” – per citare una nota affermazione del grande, e sovente assai satiresco, Ugo Tognazzi.
Ma c’è dell’altro: quel problema sopra indicato ha un suo nocciolo ancora più profondo. Come ilmalequalcuno ha fatto notare in questi giorni, il celeberrimo giornale satirico Il Male nel 1980 dedicò un numero speciale al sisma dell’Irpinia, infarcito di vignette di ferocia pari, se non peggiore, di quelle di Charlie Hebdo. Bene, andate a controllare se quel numero suscitò una pari indignazione, allora, della vignetta francese di oggi. Non troverete nulla, ovviamente. Ecco: temo che la nostra società contemporanea, che noi sovente crediamo la più evoluta, emancipata, progredita, libera eccetera, abbia in verità fatto – non sempre ma sovente – un bel po’ di passi indietro in tema di apertura mentale, ovvero di preparazione culturale, e al contempo ne abbia fatti tanti in avanti, di passi, verso il blaterare con assai poca coscienza e percezione di ciò che si blatera – chiaramente anche grazie alla grande mano data dal web e dai social network nonché del modus operandi dell’informazione diffusa sui media nazional-popolari. Ribadisco: non sto affatto dicendo che non sia condivisibile la critica alla vignetta in questione e che non sia sacrosanto il diritto di esprimere le proprie idee. Sto semmai dicendo che tali esercizi espressivi pubblici mi sembrano ben più ispirati da impressioni del momento indotte da agenti esterni piuttosto che da una autentica e almeno un poco approfondita riflessione sul tema di essi. Anche perché, come puntualmente accade, la critica collettiva ad alzo zero come quella espletata da tanti in questi giorni alla fine non fa che donare ancora maggior importanza, rilievo e notorietà al suo bersaglio, quando invece un’ignoranza collettiva – ovvero l’ignorarla in massa, quella vignetta – l’avrebbe rapidamente relegata nel disinteresse generale, soffocando qualsiasi sua discutibile carica offensiva e/o aggressiva.
Alla fine, credo che in una società civile ed emancipata i limiti della libertà d’espressione, che in nessun caso può essere punibile, si generino automaticamente dal senso civico e dalla preparazione culturale diffusi, che essi si riferiscano poi alla satira o a che altro. Personalmente trovo altrettanto offensivi di vignette come quella in questione, ad esempio, certi servizi dei TG o numerose affermazioni di personaggi pubblici che, solo perché in posizione di “preminenza” sociale e mediatica, si credono liberi di poter dire tutto ciò che vogliono o quasi. Se togliessimo la facoltà di esprimersi a vignettisti satirici come quelli di Charlie Hebdo, la dovremmo togliere pure a numerosi politici, membri delle classi dirigenti, pseudo-giornalisti, eccetera. Tuttavia, a tal proposito, ripenso a quella nota affermazione di Voltaire sul difendere a tutti i costi la libertà di dire ciò che si vuole, e a come ciò significhi pure che, se certa gente non fosse libera di parlare, noi non sapremmo mai a quale livello di ignoranza, rozzezza e idiozia può cadere…