L’incompetenza

[Foto di brn2flyjets da Pixabay.]
Se l’incompetenza fosse considerata una valuta monetaria, in questo paese circolerebbero innumerevoli Ferrari, Lamborghini, Rolls Royce, senza contare i jet privati che solcherebbero i cieli.

Be’, meno male che non è così, e che l’incompetenza serve solo per acquisire prestigio sociale o per fare carriera politica. Sennò chissà che traffico terribile per aria e sulle strade!

PIL (Professionalità Irrimediabilmente Lesive)

[Il PIL nella zona UE nel 2019. Fonte: https://www.corriere.it/economia/finanza/19_luglio_10/pil-2019-italia-01percento-fanalino-coda-dell-europa-male-anche-germania-669e41b8-a2fa-11e9-a4d9-199f0357bdd6.shtml ]
Mi sia concessa la dura e acida chiosa, ma col tempo sono sempre più fermamente convinto che la scarsissima capacità produttiva – intesa non solo nella mera accezione economica ma come generale e concreta capacità di (saper) fare, di essere civiltà di veri Homini Faber – dell’Italia, dalla quale poi si determinano dati disdicevoli come quello indicato nell’infografica sopra pubblicata, è anche cagionata dalla altrettanto disdicevolmente scarsa professionalità che molti lavoranti dimostrano quotidianamente, gente (in quantità cospicua e crescente) a cui poco o nulla interessa di far bene il proprio mestiere, qualsiasi esso sia, ciò nonostante portandosi a casa ogni mese il proprio buon emolumento. Individui che vanno al lavoro la mattina solamente per tirar sera, facendo il minimo necessario senza nemmeno aver cura che sia fatto in modo decente e che dell’etica professionale o dell’onestà intellettuale e morale oppure del valore socioculturale del lavoro non frega un bel niente, alla faccia dell’articolo 1 della Costituzione.

E credo che tutto ciò sia anche frutto – spiace dirlo ma tant’è – di genetica o di predisposizione antropologica, peraltro ben alimentata (ovvero mai “rieducata”) da istituzioni pubbliche che agiscono in base allo stesso modus operandi, anzi, accrescendone la perniciosità e palesandosi quale “modello” da imitare. Per la serie «Be’, se loro sono così cialtroni, perché io dovrei sbattermi tanto?»

Ecco.

Peccato, perché la classifica dell’immagine potrebbe tranquillamente essere ribaltata, ve ne sarebbero tutte le potenzialità. Invece, in Italia si continua allegramente a cantare «Ma che ce frega, ma che ce ‘mporta…» e amen, avanti così. Già.

 

Lavorare male

(Photo credit: Creative Commons license; uploaded by Wikivisual.)
Non so, sbaglierò, può ben essere, ma col tempo mi si fa sempre più nitida l’impressione che se nell’intero comparto produttivo (industria, commercio, terziario… ovunque, insomma) si dovessero eliminare quelle figure che non compiono le proprie mansioni lavorative come dovrebbero e come la loro etica professionale imporrebbe, e che vanno a lavorare tanto per tirar sera e portarsi a casa lo stipendio alla fine del mese, almeno due terzi dei lavoranti finirebbe disoccupata ma il PIL nazionale aumenterebbe in misura cospicua.

Già.

Proprio come aumenterebbe di quota librandosi sempre più agile nel cielo l’aerostato che si liberi della zavorra inutile, ecco.

È un’impressione personale, eh, ma nitida. Sempre più nitida. Nitidissima, sì.

Ieri, 1° maggio…

Comunque ieri, in un capoluogo di provincia lombardo (mi ci trovavo per un evento letterario), ho visto gente sfilare nel corteo per il 1° maggio, applaudire con convinzione gli interventi dei vari rappresentanti dei sindacati e poi, nel pomeriggio, l’ho vista entrare nei negozi del centro.
Aperti anche il 1° maggio. Ovviamente.

Ma alcuni altri negozi erano chiusi, per la cronaca.

Ecco.

1° maggio. Ma chi è che nobilita, il lavoro?

1° maggio, Festa del Lavoro, già.

Ma poi: è il lavoro che nobilita l’uomo, o è l’uomo che deve nobilitare il lavoro che fa?
E se il lavoro non nobilita più l’uomo come (forse) un tempo, cosa che molti sostengono, non è perché l’uomo non è (forse) più tanto nobile da saperlo fare?

Be’, tanto domani è il 2 maggio e amen. Ecco.