Determinismi 2.0 #4: dell’abito e del monaco

Ma poi… è l’abito che non fa il monaco, o è il monaco che fa altri abiti?

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Sul “volo” politico di Fabio Bonetti (sì, quello lì!)

Siccome qualcuno mi ha chiesto cosa ne pensassi del recente “attivismo politico bipartisan” (!) di Fabio Bonetti (lo scrivo così per non incorrere in censure peraltro comprensibili), e avendone poi letto qui e là in ogni senso, dirò che la mia opinione è molto semplice: nulla può vietare a chicchessia di manifestare pubblicamente i propri pensieri quand’essi non ledano diritti altrui, nemmeno lo scrivere e il pubblicare con pervicacia “libri” di m**da.
Che, tanto, tali restano e soprattutto in quanto editi in modo letterariamente acritico e acquistati in maniera decerebrata ma i quali, ribadisco, non vietano affatto la libertà d’opinione e d’espressione di Fabio Bonetti, tanto meno l’eventuale consenso a quanto da egli pubblicamente dichiarato e neppure operazioni di marketing editoriale tanto palesemente demenziali ma evidentemente, per lo stato in cui siamo messi, efficaci.

Ah, la foto in testa al post è la sola decente che ho trovato del Bonetti. Almeno per me, ovvio.

No limits needs a limit!

Credo che al giorno d’oggi vivere in modo “no limits”, un “concetto” o stile ben presente nel modus vivendi contemporaneo (al di là dei suoi usi più ordinariamente “commerciali” i quali tuttavia ben contribuiscono al suo senso più diffuso), significhi proprio superare tutti quei convenzionalismi indotti che pretendono di abbattere ogni limite, celando (anche) in questo modo la loro autentica natura conformista. Come la vera libertà significa essere liberi di non dover andare oltre, ovvero di sapere da sé la consistenza della propria libertà senza bisogno di “istruzioni” altrui, il pretendere di non avere limiti è un po’ come l’essere in mezzo a un’immensa piatta prateria, priva di rilievi orografici, nella quale potersi muovere ovunque “liberamente” ma senza avere alcun ostacolo, dunque alcun riferimento, per capire dove si ci trovi e tanto meno verso dove ci si stia muovendo. Una assenza di limiti che non dona una vera libertà, ma l’angoscia e il terrore di una completa – ancorché incompresa – indeterminatezza: quello che si prova quando ci viene detto di essere (e ci si vuole credere) “liberi” ma non si sa da cosa.

E poi c’è tutta questa gente…

bla_bla_bla…che parla, parla, parla, parlaparlaparlaparla e non dice niente di niente, figlia legittima e insieme paradossale di questa nostra era dell’informazione totale che genera ignoranza assoluta. E nel frattempo che blatera frasi fatte, indotte, insulse, cercando disperatamente la considerazione degli altri e in ciò palesando la propria sostanziale inconsistenza umana (e non solo) nonché il vuoto della sua esistenza, perde sempre più la fondamentale capacità di ascoltare quelli – sempre più rari, in verità, ma ancora ci sono – che sanno ancora proferire cose interessanti e utili, disimparando definitivamente che nella vita c’è sempre da imparare – una regola aurea ignorata soprattutto da chi non sa nulla, non a caso, e non sapendo in primis che il credere di sapere tutto è il segnale di un intelletto esanime. E senza più alcuna speranza di rinvenimento.

La più vera ragione è di chi tace”, scrisse Montale. Ecco perché chi parla troppo e non dice niente è doppiamente intollerabile: perché blatera del nulla, appunto, e perché ha sempre torto, a prescindere.

P.S.: d’altro canto, già quasi quattro anni fa