Lo “smart working”? Ancora?!

Ve lo dico da subito: sarò molto franco, in questo post, seppur “indirettamente”.

Con questo secondo lockdown, imposto in modi più o meno rigidi su tutto il territorio nazionale, è tornato in auge presso enti pubblici e privati lo smart working, conseguentemente applicato in modi più o meno ampi.

Bene: posto quanto già affermavo sul tema qui, dopo la fine del primo lockdown e delle esperienze (personali, ma non solo) al riguardo, e considerando le esperienze attuali – in entrambi i casi non tanto sullo smart working in sé, ma su come esso venga “interpretato” da molti di quelli che lo stanno praticando – vorrei ora molto francamente rimarcare ovvero ribadire che lo smart working

Ritardi, rimandi, disservizi, smarrimenti di documentazioni, inefficienze varie e assortite in troppi casi. «Eh, ma sa, stiamo lavorando in smart working!» la risposta sovente abituale, sempre più simile a una bieca scusa che a una motivazione sostenibile.
Ah, ok, così dicono, quelli. Ma non si dice pure che sarebbe il lavoro del futuro, questo?
Per non parlare dell’altra forma di lavoro a distanza attualmente più usata, quella per l’insegnamento scolastico: su come stiano andando le cose basta leggere questo articolo, adattabile certamente anche alla realtà italiana (o forse qui anche più che altrove) per come me la raccontano numerosi amici docenti.

Ecco.

Be’, mi pare che siamo a posto, allora. Proprio a posto. Già.

Fasi

È iniziata la “fase 2”, dunque?
Ah.
Da quanto che ne parlano, pensavo fossimo già alla fase 7 o 8!

Ma è la fase 2 sic et simpliciter? O forse che ci sia la 2.0, poi la 2.1… oppure è la fase 2 della fase 1, cioè la 1.2? E se poi non funziona, la fase 2, si torna alla fase 1? E poi si va direttamente alla 3?

Bah, c’è veramente il rischio di uscirne sfasati!

Alla fine, le uniche fasi che contano veramente mi pare restino queste:

[Calendario lunare di maggio 2020. Cliccate sull’immagine per visitarne la fonte.]
La lunaticità di certi altri “elementi” con cui si ha a che fare quotidianamente, invece, mi pare cronica e svincolata da qualsiasi corpo celeste e dalle sue eventuali fasi, già.

Un “pregio” dell’emergenza

[Foto di Günther Simmermacher da Pixabay ]
Eppure, se non fosse per le conseguenze alquanto dolorose se non catastrofiche cagionate, le “emergenze” – quelle vere, non quelle strumentali e campare per aria che certa propaganda di vario genere oggi crea – servirebbero, ogni tanto, in un mondo così pieno di storture come il nostro. Fosse più equilibrato no, non servirebbero e probabilmente nemmeno si manifesterebbero ma qui, invece, l’emergenza ha il “pregio” di mettere a nudo e spogliare dai veli di ipocrisia normalmente indossati la nostra società civile, evidenziandone ed esaltandone gli estremi: le sue parti virtuose e nobili lo diventano ancora di più, quelle ignobili e meschine dimostrano ancor meglio di essere tali.

L’attuale emergenza coronavirus mi pare che confermi pienamente il principio sopra esposto. Non c’è bisogno di indicare riferimenti diretti, evitando così di finire nel pantano della mera polemica, e d’altro canto non ci vuole nulla per raccogliere numerosi e palesi riscontri, nella realtà di questi giorni, sia nell’ambito “nobile” che in quello “ignobile”, nella scala nazionale e nelle minime cose locali, nel pubblico così come nel privato. Per entrambi, la cronaca quotidiana sta registrando e registrerà di continuo episodi d’ogni genere: è il caso di fare buona memoria per tutti questi, che verrà assai preziosa quando tutto sarà passato e tornerà la “normalità”, quella in cui fin troppo spesso, nel nostro mondo pieno di storture, tiranneggia la parte più ignobile e meschina per poi nascondersi dietro la smemoratezza diffusa.

Un “non” curriculum vitae

Ma non sarebbe più interessante, e più significativo, e forse pure più bello, se al posto dei soliti cv – i curriculum vitae, sì – nei quali bisogna scrivere quello che si è e che si è fatto, in essi si scrivesse ciò che non si è e che non si è fatto o voluto fare, e magari che non si farà mai?

Una modalità di identificazione personale “inversa”, per così dire, che in fondo risponderebbe pure a uno dei principi che definiscono – scientificamente – il concetto di identità secondo l’antropologia e la sociologia contemporanee, cioè qualcosa con cui ci si differenzia da ciò che non si è, in tal modo determinandoci, o meglio individuandoci, “per sottrazione”.

Ma, pure al di là di tali evidenze scientifiche, ribadisco, non sarebbe male un cv fatto in questo modo “alternativo”. Dacché a volte è più importante dire ciò che non si è fatto e non si farà, piuttosto di ciò che si è fatto, e questo perché in molti casi ci vuole più volontà, intraprendenza, risolutezza a decidere di non fare qualcosa, soprattutto quando imposta o indotta più o meno lecitamente, che il contrario. Dunque, un cv così fatto può risultare pure più emblematico, più espressivo e allusivo, più identificante, appunto, di quello “normale”.
Ecco.

Promettere di aumentare le tasse

Comunque, non per parlare di politica, che è roba (per come viene intesa e professata oggi) che generalmente non mi interessa proprio, salvo rarissimi casi, ma stavo pensando che, posti gli innumerevoli politici italiani di qualsiasi schieramento i quali da decenni a questa parte hanno tra i propri slogan preferiti e continuamente reiterati ai quattro venti «Abbassiamo le tasse!», peraltro con intensità crescente, e posto che il grafico sopra pubblicato dimostra che da quasi mezzo secolo le tasse invece non fanno che aumentare, in Italia (cliccateci sopra per avere molte più esaurienti informazioni al riguardo), oso dirvi che, se un indomani dovesse saltar fuori un politico che il quale prometta pubblicamente e solennemente che aumenterà le tasse, quasi quasi io lo voto.

In fondo non sarebbe che una semplice questione di logica inversa, già.