Smart working?

[Immagine tratta dal web, rielaborata da me.]
Aaaaah, che bella cosa, lo smart working!
Una “rivoluzione”, il lavoro del futuro!

O forse no?

Non so, ma ho la sensazione che, per come qualcuno lo propone – e magari lo impone – o ci prova a farlo, lo “smart working” (che in pratica viene sostanzialmente tradotto con il “lavorare da casa” e non nelle forme maggiormente strutturate che la definizione “tecnica” di lavoro agile presupporrebbe) potrebbe persino far rimpiangere il vecchio e “maledetto” lavoro di otto ore in fabbrica. Che era (è) di otto ore (o quelle che siano) in uno spazio in molti casi non esattamente allegro e non proprio a condizioni ottimali, in certi altri casi (spero rari), ma aveva (ha) un senso culturale, sociale e antropologico ben definito in un luogo che, tolte le circostanze storicamente meno felici, rappresenta(va) l’ambito spazio-temporale deputato all’attività lavorativa in senso materiale e immateriale, un elemento di cultura il cui valore va ben al di là della forma con la quale si concretizza.

Insomma, siamo sicuri che, in certi casi, la sostanziale “smaterializzazione” del luogo di lavoro e la sua sovrapposizione più o meno aderente con lo spazio domestico possa apportare autentici vantaggi, oltre che facili (ma anche qui non automaticamente assodate) comodità? Potrebbe sussistere il rischio, piuttosto, di portare i vantaggi dell’ambito domestico in quello lavorativo, di contagiare con le varie problematiche del lavoro la dimensione casalinga? E – per dirne un’altra – il luogo di lavoro come contenitore di competenze e occasione di costante brain storming, che fine farebbe? (Date un occhio anche qui, al riguardo.)

Non so, mi viene quasi da pensare che il lavoro del futuro non sia quello prospettato dalla diffusione dello smart working ma da una concezione di lavoro totalmente nuova, ancora da definire seppur ormai alle porte, svincolata dalle strutture economiche moderne e attuali (alle quali il lavoro agile fa comunque riferimento), mirata alla costruzione di una cultura totalmente differente dell’attività lavorativa che, peraltro, sarà sempre più affidata alle macchine e da esse controllata, nel futuro. Dunque, se così posso dire, lo smart working mi appare un po’ come la scoperta dell’acqua calda per un mondo che, viceversa, s’immergerà sempre più nell’acqua fresca.

Ecco, visto poi che lo smart working si pratica grazie al web, e visto che sul web una grande parte parte del traffico e dei contenuti viene dall’ambito pornografico… non vorrei che saltasse fuori un gran casino. Nel senso di postribolo, alla faccia di qualsiasi etica professionale, già.

4 pensieri su “Smart working?”

  1. Sono da 14 settimane in LAVORO AGILE che tanto agile poi non è perchè alla fine ti trovi sempre connesso.Ho il vantaggio di lavorare per una multinazionale che era partita un anno fa con questo progetto e quindi tutta l’infrastruttura era già sperimentata e funzionante Certo piuttosto che essere disoccupato è molto meglio questa soluzione ma non è tutto oro quello che luccica. Di certo una soluzione 50% a casa e 50% al lavoro non sarebbe male.
    Ma ho colleghi con figli molto piccoli e sono sotto stress.

    1. Grazie per la tua “testimonianza”, Davide.
      Sì, probabilmente tu puoi godere, per così dire, di una struttura già predisposta alla gestione di parti della produzione in modalità “agili”, temo invece che molte altre aziende stiano semplicemente adattandosi ad esse ma senza averne ne conoscenza tecnica reale ne cultura – il che significa anche gestione umana (in senso psicologico e mentale, pure) di tale modalità di lavoro. Che si possono guadagnare, sicuramente, ma con una giusta “predisposizione d’animo industriale” e un’adeguata mentalità aziendale, e al momento non ne vedo granché, nelle realtà professionali con cui ho avuto a che fare in queste settimane.

  2. Il progetto telelavoro è già attivo in molte aziende, la situazione virale ha costretto tutti ad attivare una sperimentazione forzata che, però, è molto gradita, almeno per la mia esperienza. L’ideale è due giorni la settimana in ufficio e gli altri tre a casa. Anche chi ha bimbi alla fine ha trovato la quadra. Meno inquinamento e meno tempo sprecato.

    1. Sì, penso tu abbia ragione. C’è da costruire una miglior organizzazione, e un miglior concetto relativo, di smart working, ovvero una cultura professionale consona a questa dimensione lavorativa potenziale. Al momento non mi pare ci sia, mi sembra si sia ancora al livello “Che bello lavorare da casaaaaa!”, spero verrà costruita e sia ben assimilata. Altrimenti c’è il rischio che venga tutto buttato in vacca, come si dice. Ma, ribadisco, secondo me non è questo, il futuro del lavoro, sarà invece la robotizzazione degli interi processi produttivi: già possibile tecnicamente, ancora utopica politicamente.

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