Lo “smart working”? Ancora?!

Ve lo dico da subito: sarò molto franco, in questo post, seppur “indirettamente”.

Con questo secondo lockdown, imposto in modi più o meno rigidi su tutto il territorio nazionale, è tornato in auge presso enti pubblici e privati lo smart working, conseguentemente applicato in modi più o meno ampi.

Bene: posto quanto già affermavo sul tema qui, dopo la fine del primo lockdown e delle esperienze (personali, ma non solo) al riguardo, e considerando le esperienze attuali – in entrambi i casi non tanto sullo smart working in sé, ma su come esso venga “interpretato” da molti di quelli che lo stanno praticando – vorrei ora molto francamente rimarcare ovvero ribadire che lo smart working

Ritardi, rimandi, disservizi, smarrimenti di documentazioni, inefficienze varie e assortite in troppi casi. «Eh, ma sa, stiamo lavorando in smart working!» la risposta sovente abituale, sempre più simile a una bieca scusa che a una motivazione sostenibile.
Ah, ok, così dicono, quelli. Ma non si dice pure che sarebbe il lavoro del futuro, questo?
Per non parlare dell’altra forma di lavoro a distanza attualmente più usata, quella per l’insegnamento scolastico: su come stiano andando le cose basta leggere questo articolo, adattabile certamente anche alla realtà italiana (o forse qui anche più che altrove) per come me la raccontano numerosi amici docenti.

Ecco.

Be’, mi pare che siamo a posto, allora. Proprio a posto. Già.

Smart working?

[Immagine tratta dal web, rielaborata da me.]
Aaaaah, che bella cosa, lo smart working!
Una “rivoluzione”, il lavoro del futuro!

O forse no?

Non so, ma ho la sensazione che, per come qualcuno lo propone – e magari lo impone – o ci prova a farlo, lo “smart working” (che in pratica viene sostanzialmente tradotto con il “lavorare da casa” e non nelle forme maggiormente strutturate che la definizione “tecnica” di lavoro agile presupporrebbe) potrebbe persino far rimpiangere il vecchio e “maledetto” lavoro di otto ore in fabbrica. Che era (è) di otto ore (o quelle che siano) in uno spazio in molti casi non esattamente allegro e non proprio a condizioni ottimali, in certi altri casi (spero rari), ma aveva (ha) un senso culturale, sociale e antropologico ben definito in un luogo che, tolte le circostanze storicamente meno felici, rappresenta(va) l’ambito spazio-temporale deputato all’attività lavorativa in senso materiale e immateriale, un elemento di cultura il cui valore va ben al di là della forma con la quale si concretizza.

Insomma, siamo sicuri che, in certi casi, la sostanziale “smaterializzazione” del luogo di lavoro e la sua sovrapposizione più o meno aderente con lo spazio domestico possa apportare autentici vantaggi, oltre che facili (ma anche qui non automaticamente assodate) comodità? Potrebbe sussistere il rischio, piuttosto, di portare i vantaggi dell’ambito domestico in quello lavorativo, di contagiare con le varie problematiche del lavoro la dimensione casalinga? E – per dirne un’altra – il luogo di lavoro come contenitore di competenze e occasione di costante brain storming, che fine farebbe? (Date un occhio anche qui, al riguardo.)

Non so, mi viene quasi da pensare che il lavoro del futuro non sia quello prospettato dalla diffusione dello smart working ma da una concezione di lavoro totalmente nuova, ancora da definire seppur ormai alle porte, svincolata dalle strutture economiche moderne e attuali (alle quali il lavoro agile fa comunque riferimento), mirata alla costruzione di una cultura totalmente differente dell’attività lavorativa che, peraltro, sarà sempre più affidata alle macchine e da esse controllata, nel futuro. Dunque, se così posso dire, lo smart working mi appare un po’ come la scoperta dell’acqua calda per un mondo che, viceversa, s’immergerà sempre più nell’acqua fresca.

Ecco, visto poi che lo smart working si pratica grazie al web, e visto che sul web una grande parte parte del traffico e dei contenuti viene dall’ambito pornografico… non vorrei che saltasse fuori un gran casino. Nel senso di postribolo, alla faccia di qualsiasi etica professionale, già.

…Ma continuiamo a chiamarli “social network”!

Dròga: dall’oland. droog = ang.sass. dryg, ingl. dry, a.a.ted. trock-an e trucch-an, mod. trock-en, arido, secco. Alcuno nota però come esistevano nel celto, e precisamente nel cimb. drwg, bass.bret. droug, drouk, irl. droch, voci esprimenti e in generale cosa cattiva, come per ordinario sono al gusto gl’ingredienti medicinali.

(Vocabolario Etimologico Pianigiani, 1907-1993.)

[Il termine] lo recano dal persiano drogua, “frode”, perché le droghe spesso adulterale, e con esse fatturansi cibi e bevande.

(Dizionario della Lingua Italiana Tommaseo-Bellini, 1861-2015.)

[…] Si registrano sempre più casi di dipendenza che, nel caso dei social network, si basano sui soliti meccanismi che regolano le classiche dipendenze già conosciute (es. quelle da sostanze come alcol, droghe, ecc.), come quelli del piacere e della soddisfazione. Inoltre, si va incontro ai fenomeni già ben noti di tolleranza/assuefazione (il bisogno di aumentare il tempo in cui si sta connessi per arrivare a provare la stessa soddisfazione), astinenza (intenso disagio psico-fisico se non c’è possibilità di farne uso) e craving, cioè pensieri fissi e desiderio incontrollabile. A proposito dell’astinenza, è stato coniato un termine apposito, nomofobia (dall’inglese “no-mobile”), o “sindrome da disconnessione”, che si verifica nei soggetti dipendenti quando non possono collegarsi ad internet per svariati motivi (non c’è linea, c’è sovraccarico, hanno lasciato a casa lo smartphone, hanno la batteria scarica, ecc.) ed è caratterizzata da sintomi di ansia e panico, per la paura di non aver più informazioni o rimanere soli.

(Federico Betti, Dipendenza dai social network, Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva, Firenze.)

P.S.: che popolazioni antiche come i Celti e i Persiani avessero già i social network e ne avessero intuito il reale “valore”?

Benvenuti nell’era del “non viaggio”!


Noto il titolo di un articolo, su un sito web d’informazione, e quanto recita mi incuriosisce:

SULLA NAVE PIÙ GRANDE DEL MONDO DOVE A BORDO C’È GIÀ LA DESTINAZIONE

Cioè? In che senso “a bordo c’è già la destinazione”?
Leggo l’articolo:

Il mezzo è esso stesso vacanza, la destinazione non è l’itinerario ma la nave stessa. Il nuovo trend nel mercato delle crociere sempre più in espansione prevede un intrattenimento che non conosce distinzione, giorno, notte, infinità di ristoranti e attrazioni così eccezionali da valere o meglio da essere esse stesse meta di viaggio. Intorno c’è il mare ma potrebbe esserci il “nowhere” (anch’esso tendenza in fatto di viaggi e tempo libero) e sul pavimento dell’ascensore è indicato il giorno della settimana, potresti dimenticarlo per troppo relax o per straniamento non fa differenza.
L’itinerario perde sempre più importanza in questo modo di fare vacanza soprattutto se a bordo c’è un’offerta tale di cose da fare che puoi fare a meno persino di scendere per le escursioni e poi per visitare un luogo ci arrivi prima diretto prendendo un aereo.
(I grassetti sono miei.)

Mi vengono i brividi. A me, che ritengo il viaggio una delle più efficaci e necessarie forme di filosofia, e che cerco in tutti i modi di essere un viaggiatore nel vero senso del termine, leggere cose come:

la destinazione non è l’itinerario ma la nave stessa

sul pavimento dell’ascensore è indicato il giorno della settimana, potresti dimenticarlo per troppo relax o per straniamento non fa differenza

L’itinerario perde sempre più importanza in questo modo di fare vacanza

mi pare un’autentica e assai grave demenza.

Immagino migliaia di persone che si imbarcano in un certo porto, se ne stanno rinchiuse per una settimana o più in una sorta di prigione dalle sbarre dorate senza nemmeno sapere dove sono, forse in quei giorni neanche chi sono, poi sbarcano nello stesso porto dal quale sono partite, magari sullo stesso molo, come se da lì non si fossero nemmeno mosse se non per salire e scendere le passerelle d’imbarco e vagare per i ponti della meganave. La perdita di ogni connessione col mondo, con la geografia, con i luoghi, la loro cultura, la conoscenza e l’esperienza, barattati con balletti, casinò e buffet 24/7, la “vacanza” che diventa tale, sì, ma per l’intelligenza. In pratica, il livello superiore (o forse due o tre sopra) del “vecchio” villaggio vacanze, con le sue formule all inclusive e le animazioni demenziali – ma almeno lì un mare e un paesaggio intorno da vedere e (voler) conoscere c’è ancora.

Insomma: dopo il non luogo – con la nave che diventa essa stessa un “non luogo assoluto” (terribilmente inquinante e per fini evidentemente inutili, peraltro) – siamo ormai al non viaggio. Dopo “la meta che è il viaggio”, come recita il noto adagio, dopo i viaggi che sono i viaggiatori, come diceva Pessoa, e dopo i viaggiatori che sono il viaggio, come sostengo io… ma, a ben vedere, si può ancora parlare di “viaggio” in presenza di (in questi frangenti) non persone così? Io credo di no. Con tutto il rispetto verso la libertà di chiunque di fare ciò che vuole, ovviamente; ma non mi si parli di viaggio, di “vacanza”, di “esperienza” o di cose simili, tutte lontane anni luce da ciò.

Posto ciò, come non concludere – inevitabilmente – con una citazione quanto mai emblematica di colui che meglio di ogni altro ha raccontato e disquisito di crociere – e del tipico “crocierista medio”, categoria umana che più globalizzata non si può?

Ho sentito cittadini americani maggiorenni e benestanti che chiedevano all’Ufficio Relazioni con gli Ospiti se per fare snorkeling c’è bisogno di bagnarsi, se il tiro al piattello si fa all’aperto, se l’equipaggio dorme a bordo e a che ora è previsto il Buffet di Mezzanotte.

(David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo, collana “Sotterranei”, Minimum Fax, 1998.)