L’editoria dell’egolatria

Devo confessare che queste diatribe fra scrittori coetanei, soprattutto coloro che sono così ben esposti sui media, mi lasciano ogni volta turbato, profondamente turbato. Anche persone che se incontri da sole si manifestano come intelligenti e modeste, due valori per me assolutamente essenziali, iniziano ad inalberarsi tanto che alla fine non conta più la ragione, il merito, conta lo scontro fra ego giganteggianti. E poi quel giochino idiota che ogni volta si manifesta: la delegittimazione dell’altro/altri che non ti capiscono – ossia non ti osannano come tu pretendi che accada – e quindi non capiscono nulla. Lunga è la strada per arrivare a Timbuctù, remota.

(Tiziano Fratus, sul proprio profilo facebook.)

Fratus dice e garantisce da par suo, con il prestigio che gli compete (a lui sì, certamente), quanto pure io vado sostenendo già da anni, che è poi il motivo sostanziale per il quale:

  1. non partecipo quasi mai a kermesse letterarie (e con “kermesse” intendo quegli eventi-passerella fatti di tanta immagine (sociale) e poca o nulla sostanza (letteraria);
  2. se vi partecipo, chiacchiero amabilmente di tutto meno (se non “incidentalmente”) che di scrittori, di editori e di certi libri;
  3. dico sempre che io non sono uno “scrittore”, sono uno che scrive libri;
  4. rido, come riderei dei passeggeri su una nave in galleggiamento precario che, piuttosto di dare una mano per evitare l’affondamento definitivo, si mettano a litigare su chi abbia più diritto a salire per primi sulle scialuppe di salvataggio.

Ecco.

P.S.: che poi è risaputo che le arti espressive siano una delle migliori “pompe” per il gonfiaggio dell’ego di chi le praticanessuno escluso. Ma in effetti pare che in troppi – nel campo letterario soprattutto – abbiano tolto il manometro della pressione, o evitino accuratamente di controllarlo.

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…Ma continuiamo a chiamarli “social network”!

Dròga: dall’oland. droog = ang.sass. dryg, ingl. dry, a.a.ted. trock-an e trucch-an, mod. trock-en, arido, secco. Alcuno nota però come esistevano nel celto, e precisamente nel cimb. drwg, bass.bret. droug, drouk, irl. droch, voci esprimenti e in generale cosa cattiva, come per ordinario sono al gusto gl’ingredienti medicinali.

(Vocabolario Etimologico Pianigiani, 1907-1993.)

[Il termine] lo recano dal persiano drogua, “frode”, perché le droghe spesso adulterale, e con esse fatturansi cibi e bevande.

(Dizionario della Lingua Italiana Tommaseo-Bellini, 1861-2015.)

[…] Si registrano sempre più casi di dipendenza che, nel caso dei social network, si basano sui soliti meccanismi che regolano le classiche dipendenze già conosciute (es. quelle da sostanze come alcol, droghe, ecc.), come quelli del piacere e della soddisfazione. Inoltre, si va incontro ai fenomeni già ben noti di tolleranza/assuefazione (il bisogno di aumentare il tempo in cui si sta connessi per arrivare a provare la stessa soddisfazione), astinenza (intenso disagio psico-fisico se non c’è possibilità di farne uso) e craving, cioè pensieri fissi e desiderio incontrollabile. A proposito dell’astinenza, è stato coniato un termine apposito, nomofobia (dall’inglese “no-mobile”), o “sindrome da disconnessione”, che si verifica nei soggetti dipendenti quando non possono collegarsi ad internet per svariati motivi (non c’è linea, c’è sovraccarico, hanno lasciato a casa lo smartphone, hanno la batteria scarica, ecc.) ed è caratterizzata da sintomi di ansia e panico, per la paura di non aver più informazioni o rimanere soli.

(Federico Betti, Dipendenza dai social network, Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva, Firenze.)

P.S.: che popolazioni antiche come i Celti e i Persiani avessero già i social network e ne avessero intuito il reale “valore”?

Mica scrivono affinché i loro libri si leggano, gli scrittori! (Paolo Nori dixit)

«E dopo succedeva una cosa molto importante» mi diceva Igor Miti «cioè che io, che sapevo che il mio portiere era analfabeta, e che quindi il mio nuovo romanzo non poteva averlo letto, be’, io» mi diceva Igor Miti «quando gli sentivo dire così: “Dottore, il suo nuovo romanzo: bellissimo”, ecco, io, ero contento, e quando uscivo dal palazzo camminavo così bene, mi sentivo così leggero, e anche la voce che mi diceva, da dentro, “Ma tu sei un coglione”, era una voce piacevole» mi diceva Igor Miti.

(Paolo Nori, Siamo buoni se siamo buoni, Marcos y Marcos, Milano, 2014, pag.62.)

paolo_nori4Eh già… togliete i lauti contratti con i grandi editori, le copie vendute, le classifiche, l’aura da intellettuali… togliete pure i lettori, agli scrittori. Ma, per carità, non toccate il loro ego! Che sennò la letteratura ovvero ciò che oggi si intende con tale termine – o almeno una bella parte di essa – si estingue entro domani mattina!

P.S.: cliccate qui per leggere la personale recensione del sopra citato libro di Paolo Nori.